“Mi ricordi tanto qualcuno!”. Il transfert da una prospettiva cognitiva

di Brunetto De Sanctis

Quanto le esperienze relazionali passate influenzano quelle presenti

A tutti capita di farsi delle impressioni fin da un primo incontro con una persona. Si può avere una sensazione positiva o negativa, ci si può fidare o meno, senza una reale e concreta conoscenza sia della persona sia della sua storia personale. Due ricercatrici, Miranda e Andersen, hanno iniziato a indagare tale meccanismo ritenendo che tutto questo non possa avvenire in modo casuale. Hanno cominciato a osservare, con degli studi empirici, le relazioni interpersonali in persone senza disturbi psicologici: nello specifico, hanno cercato di far luce su quali processi entrano in gioco quando, nel giro di pochi secondi, le persone arrivano a considerare una persona appena conosciuta un potenziale amico o nemico. I loro dati hanno portato a elaborare un modello socio-cognitivo del transfert, ovvero un processo secondo cui una persona, in una nuova relazione, adotta i propri modelli relazionali basati su esperienze passate. Il modello postula che, a seguito di scambi relazionali con altre persone definite “altri significativi” (familiari, partner sentimentali, amici, persone ritenute importanti o persone considerate in modo negativo), l’individuo deposita in memoria delle rappresentazioni degli altri che possono essere attivate in modo automatico e inconsapevole da stimoli presenti nel contesto, portando poi le persone a entrare in relazione con gli altri in funzione dei propri modelli costruiti in base a legami pre-esistenti. A sua volta, quando si attiva la rappresentazione dell’altro (sulla base di passate esperienze), si attiva anche una rappresentazione del sé. A causa del collegamento tra le varie rappresentazioni degli altri e del sé, l’individuo costruisce diverse immagini di sé rispetto a ogni diversa figura significativa. In sostanza: di fronte a stimoli rilevanti associati a un estraneo, che ricorda anche solo vagamente un’altra persona significativa, la rappresentazione di quella persona si attiva dando via a un processo di transfert. Questa rappresentazione dell’altro produce anche una modificazione dell’immagine che la persona ha di sé, adattandola all’immagine che egli ha di “sé con la persona significativa storica” e si attivano emozioni, aspettative, scopi relazionali e comportamenti che generalmente si manifestano in compagnia. Quindi: Michele è difronte a una nuova persona Giulio, che si atteggia come una sua vecchia conoscenza Mario, e magari ha una rappresentazione negativa di Mario perché si è manifestato più volte inaffidabile. Michele avrà un’attivazione di aspettative negative e una reazione emotiva e comportamentale di fronte a Giulio simile a quella che aveva quando stava con Mario e si vedrà impotente e in balia di un controllo esterno (rappresentazione del sé), come quando interagiva con Mario. Il modello di Miranda e Andersen, oltre a cercare di dare una spiegazione al modo di comportarsi con persone estranee, può avere anche delle implicazioni nella relazione terapeutica. In ogni relazione, il funzionamento interpersonale di un individuo in un determinato momento è strettamente legato al tipo di stimoli che egli percepisce e sperimenta nell’interazione che possono produrre dei cambiamenti nel suo stato mentale. Basandosi su questo, il terapeuta può avere un modello su cui valutare gli scambi interpersonali che avvengono in seduta nel “qui e ora”, cercando di capire il significato relazionale che determinati contesti possono assumere per il paziente ma anche per se stesso.

Per approfondimenti:

Miranda R., Andersen S.M. la relazione terapeutica, transfert e processi socio-cognitivi. In la relazione terapeutica in terapia cognitivo-comportamentale. A cura di Gilbert e Leahy. Eclipsi.

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