Salvarsi la pelle

di Emanuela Pidri

L’importanza della diagnosi clinica: forme di autolesionismo e classificazione

L’autolesionismo è molto diffuso tra gli adolescenti e i giovani adulti, con incidenze rispettive del 22% nel primo caso e del 6% nel secondo. Gran parte di questi soggetti sperimenta episodi depressivi, stress, sintomi ansiosi, difficoltà relazionali e isolamento sociale, basso rendimento scolastico, con probabile disturbo della condotta. La possibilità di una diagnosi specifica consentirebbe di migliorare la comunicazione tra esperti e la ricerca, favorendo la sperimentazione di modalità di trattamento specifiche. In letteratura, il termine maggiormente utilizzato per far riferimento a comportamenti autolesivi è “Deliberate Self Harm”: tradotto come “auto-danneggiamento intenzionale” e basato su tre aspetti (diretto/indiretto, episodico/ripetitivo, rischio di letalità), comprenderebbe le condotte identificate come “Self Harm”, “Self poisoning”, “Self injury”. Nello specifico, l’espressione “Self Harm” (auto-danno) si riferisce a condotte a rischio come l’abuso di sostanze psicoattive, la sessualità promiscua e il gioco d’azzardo; i comportamenti di “Self Poisoning” (auto-avvelenamento) consistono in azioni quali l’ingestione di sostanze tossiche e l’overdose di droghe; le condotte autolesive denominate “Self Injury” (auto-ferita) racchiudono fenomeni immediati e intenzionali, come il tagliarsi o il bruciarsi. Una delle prime classificazioni cliniche riguardo l’autolesionismo è stata proposta dagli psicologi Favazza e Rosenthal, a seconda del grado di danneggiamento dei tessuti e del pattern comportamentale messo in atto: 1) l’“autolesionismo maggiore” consiste in atti infrequenti e isolati, che provocano un grave e permanente danneggiamento dei tessuti, ed è solitamente associato a psicosi; 2) l’“autolesionismo stereotipico” comprende comportamenti ripetuti in modo costante e ritmico, che sembrano essere privi di un significato simbolico, comunemente associati a grave ritardo mentale, autismo o Sindrome di Tourette; 3) l’“autolesionismo moderato/superficiale” consiste in atti episodici o ripetuti a bassa letalità che comportano un lieve danneggiamento dei tessuti corporei (tagli, bruciature, abrasioni) e assumono solitamente un significato simbolico, in genere relazionale. Questa tipologia si suddivide ulteriormente in tre sottocategorie: “autolesionismo compulsivo”, classificato solitamente come disturbo del controllo degli impulsi, che include comportamenti ripetuti o ritualistici che accadono molte volte quotidianamente (es. tirarsi i capelli, mangiare le unghie, ecc.); “autolesionismo impulsivo episodico”, per cui il soggetto, attraverso il tagliarsi, bruciarsi, colpirsi, cerca di trovare sollievo da pensieri o emozioni intollerabili e ingestibili, riacquistando rapidamente un senso di controllo e padronanza; “autolesionismo impulsivo ripetitivo”, per cui il soggetto si descrive come dipendente dal comportamento auto-lesivo, fino a farne un criterio costitutivo della propria identità con appartenenza e ricerca di contatto con altri autolesionisti. Nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV), riferimento di psichiatri e psicologi di tutto il mondo, seppur i comportamenti autolesionistici siano uno dei criteri identificativi del Disturbo Borderline di Personalità, non sono associati univocamente a tale diagnosi né necessariamente espressione di uno scopo suicidario. È solo con l’edizione successiva del manuale (DSM-5) che l’autolesionismo non suicidario viene riconosciuto come entità diagnostica promuovendo, così, lo sviluppo di interventi specifici. Si deve tener conto, tuttavia, delle implicazioni prognostiche, etiche (stigma sociale), cliniche e terapeutiche: bisogna chiedersi se è corretto distinguere l’autolesionismo con e senza intenzionalità suicidaria in quanto “non-suicidal” potrebbe essere interpretato come “non abbastanza grave”. Poiché la diagnosi ha delle implicazioni nella vita dell’individuo è importante continuare la ricerca e l’approfondimento clinico in tale direzione.

Per approfondimenti:

American Psychiatric Association (2015). Criteri diagnostici DSM-5, Ed. It., Milano, Raffaello Cortina Editore.

Briere J., Gil E. (1998). Self-mutilation in clinical and general population samples: prevalence, correlates, and functions. Am. J. Orthopsychiatry, 68(4), 609– 620.

Favazza, A.R., e Rosenthal, R.J. (1993). Diagnostic issues in self-mutilation. Hospital and Community Psychiatry, 44, 134-140.

Klonsky E.D., Muehlenkamp J.J. (2007). Self-injury: a research review for the practitioner. J Clin Psychol.,63(11),1045–1056.

Klonsky E.D., Olino T.M. (2008). Identifying clinically distinct subgroups of self-injurers among young adults: a latent class analysis. J. Consult. Clin. Psychol., 76(1), 22–27.

Klonsky E.D. (2011). Non-suicidal self-injury in United States adults: prevalence, sociodemographics, topography and functions. Psychol. Med., 41(9), 1981–1986.

Pattison E. M., Kahan J. (1983). The deliberate self-harm syndrome. Am J Psychiatry. Jul;140(7):867-72

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