Psicoterapia con gli adolescenti

di Luca Cieri

L’importanza e le possibili difficoltà nel coinvolgere la famiglia

È ormai una pratica consolidata, negli interventi di psicoterapia con ragazze e ragazzi adolescenti, il coinvolgimento della famiglia. Aiutare i genitori a comprendere meglio le problematiche del figlio e le relative difficoltà di rapporto facilita la rottura dei circoli viziosi che contribuiscono a mantenere un problema. Lo spazio della psicoterapia può costituire un aiuto per diminuire il senso di incomprensione, fallimento, rassegnazione, preoccupazione per le problematiche e gli atteggiamenti del proprio figlio e può portare, oltre che a un sollievo, a un aumento della fiducia nella possibilità che le cose possano cambiare, a una maggiore disponibilità all’ascolto e a mettersi in discussione per lavorare insieme a un miglioramento della situazione.

Tuttavia, il coinvolgimento della famiglia non è scontato né per l’adolescente né per i genitori.

Un ragazzo o una ragazza, pur condividendo con i genitori l’utilità di una psicoterapia, potrebbe non sentire la necessità di confrontarsi con loro o avere difficoltà a farlo, tanto da negarne la possibilità. Ciò può avvenire per diverse ragioni: la convinzione di non essere compreso e accettato, il crescente bisogno di autonomia e differenziazione dai genitori; l’imbarazzo verso alcune aree di maggiore intimità, come ad esempio il rapporto con i pari, l’affettività e la sessualità; la presenza di comportamenti “devianti”, come l’uso di sostanze o la frequentazione di coetanei non apprezzati dalla famiglia, fino alla presenza di condotte ai limiti o oltre la legalità; la presenza di comportamenti sintomatici tipici di alcuni disturbi psicologici veri e propri (pensieri e comportamenti ossessivo-compulsivi, autolesionismo, restrizioni alimentari o abbuffate di cibo, etc.). È con la costruzione di un rapporto di fiducia e di un’alleanza terapeutica che un adolescente può cominciare a confidare cose che, in alcuni casi, non riesce a esprimere e magari, in un secondo momento, a parlarne anche con la famiglia.

Allo stesso modo, i genitori, se pur presenti, possono non volere essere coinvolti nella terapia del figlio o sentirsi in difficoltà a farlo (ad esempio per il timore di essere invadenti) oppure possono temere di essere colpevolizzati da parte del terapeuta (“Ci accuserà che è tutta colpa nostra!”), di considerare superfluo il loro coinvolgimento (“È lui che deve cambiare con l’aiuto del terapeuta”, “Ormai è grande, deve scegliere e cambiare da solo”).

In situazioni più gravi, i genitori hanno difficoltà a essere coinvolti a causa delle proprie problematiche di salute fisiche, psicologiche o legali. In caso di separazioni conflittuali, si può incorrere in un rifiuto di uno o entrambi i genitori a incontrarsi insieme col terapeuta per parlare del figlio.

Fondamentale, nelle prime sedute di valutazione, sarà la strutturazione del lavoro, affiancando alle sedute individuali con l’adolescente uno spazio distinto per i genitori (con cadenza quindicinale all’inizio e mensile in un secondo tempo), condotto da un altro psicoterapeuta. Sarà esplicitato che i due terapeuti si aggiorneranno e si confronteranno sistematicamente rispetto al reciproco lavoro con i diversi membri della famiglia e potranno essere programmate delle sedute “tutti insieme” (adolescente, familiari e i due terapeuti). Avere spazi distinti aiuta l’adolescente a sentirsi maggiormente protetto nella propria privacy e i genitori a sentirsi più liberi di esprimere le loro emozioni e le loro difficoltà.

Tutto ciò al fine di aiutare l’adolescente e i suoi genitori a comprendere e accettare di più le reciproche incomprensioni, i rancori e le richieste, e a stimolare la cooperazione fra tutti verso obiettivi comuni e condivisi.

Per approfondimenti:

Isola L., Romano G., Mancini F. (2016). Psicoterapia cognitiva dell’infanzia e dell’adolescenza. Nuova sviluppi. Franco Angeli

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