Viva l’ottimismo!

di Barbara Basile

Come provare emozioni positive potenzia le risorse individuali e amplia le capacità di fronteggiamento nel breve e nel lungo periodo

Le emozioni negative monopolizzano l’attenzione e spesso influiscono sulla vita delle persone, a discapito di quelle positive. Lo stesso meccanismo si è naturalmente riflettuto nell’ambito della ricerca scientifica, fin quando una ricercatrice del Michigan non ha deciso di concentrare i propri interessi sulle emozioni positive (EP) e sul loro effetto. Negli ultimi venti anni, Barbara Fredrickson ha studiato i benefici che derivano dalla sperimentazione delle emozioni positive, proponendo la “Broaden & Build Theory”. A sostegno del suo modello, attraverso diverse ricerche, l’autrice ha dimostrato che le EP, meno numerose e differenziate rispetto a quelle negative, incrementano le capacità di risposta sul piano cognitivo, comportamentale, sociale e psicologico, aumentando il repertorio pensiero-azione dell’individuo e facilitando le capacità di risolvere problemi e prendere decisioni (da cui l’effetto broadening o diffusione/propagazione). La studiosa ha mostrato che le EP ampliano i repertori comportamentali non solo sul momento stesso, ma anche nel lungo periodo, grazie al potenziamento delle risorse individuali.

Nello specifico, provare emozioni gradevoli quali gioia, interesse, serenità, orgoglio, fierezza e amore, aumenta il focus attentivo, il pensiero creativo, la flessibilità psicologica, riduce gli effetti delle emozioni negative e promuove il benessere psicologico, per esempio  ampliando le capacità introspettive, le strategie di fronteggiamento e, in generale, rinforzando la “resilienza psicologica”. A livello sociale, le EP giocano un ruolo nei processi di condivisione e nello sviluppo e mantenimento dei rapporti interpersonali. Ad esempio, individui con paresi facciali, come la sindrome di Mobius, hanno maggiori difficoltà nello sviluppo e nel mantenimento di relazioni interpersonali occasionali. Ancora, provare EP spinge ad aiutare chi è in difficoltà. Assistere chi è in difficoltà genererebbe un elevato grado di gratificazione, che andrebbe a sua volta a incrementare le EP. Così, anche chi è stato aiutato sarà maggiormente predisposto verso l’altro, cercando di favorire una maggiore cooperazione col proprio “benefattore”, o verso terzi.

Un esempio interessante proviene da uno studio effettuato dopo la strage dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti. La Fredrickson e i suoi collaboratori avevano intervistato alcune persone prima e qualche mese dopo l’attacco alle torri gemelle, misurando i livelli di ottimismo, le emozioni abituali e quelle successive all’attentato terroristico. Quasi tutti gli intervistati hanno riportato sentimenti di rabbia, tristezza a paura dopo l’attacco, e circa il 70% del campione risultava avere alti indici di depressione. Il dato interessante deriva da chi si era rivelato più fiducioso e positivo in precedenza. Infatti, “gli ottimisti” avevano il 50% di probabilità in meno di risultare depressi nella rilevazione successiva a settembre 2001 e, anzi, riportavano testualmente di “aver imparato che vi sono molte persone buone a questo mondo” e si sentivano più grati e supportati rispetto ai soggetti identificati come “meno ottimisti”.

In conclusione, l’esperienza delle EP favorisce un ampliamento delle risorse cognitive, comportamentali e sociali non solo a livello transitorio, ma anche permanente, poiché promuove una catena continua di arricchimento e benessere emozionale.

Per approfondimenti:

Barbara L. Fredrickson The Role of Positive Emotions in Positive Psychology: The Broaden-and-Build Theory of Positive Emotions. 2001

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