La psicoterapia cognitivo-comportamentale è razionalista?

di Barbara Barcaccia

Perché la ristrutturazione cognitiva può essere utile, perché non è “razionalista”, e perché le emozioni in terapia cognitivo-comportamentale sono fondamentali

La psicoterapia cognitivo-comportamentale mira al benessere del paziente, e tra gli strumenti utilizzati per raggiungerlo vi è anche la modulazione degli elementi di eccessiva rigidità cognitiva nell’interpretazione della realtà. In genere tali interventi, condotti attraverso l’utilizzo di domande appropriate al paziente (dialogo socratico), mirano a far acquisire una maggiore flessibilità cognitiva, che si rifletterà in una modulazione delle emozioni e dei comportamenti disfunzionali.

Contrariamente a quanto di solito si ritiene, la TCC non è “razionalista”, e non vede nella logica la soluzione a tutti i problemi dell’esistenza, ma mira a una modulazione delle esperienze emotive disfunzionali, agendo anche a livello dei pensieri. Pertanto, il focus sugli aspetti cognitivi, come nel caso dell’attenzione prestata all’identificazione delle cosiddette distorsioni cognitive, è giustificato dal ruolo che essi giocano nel mantenimento e nell’esacerbazione della sofferenza emotiva: se il paziente continua a ritenere, ad es., che tutte le persone del suo ambiente agiscano come fanno perché ce l’hanno con lui e vogliono farlo soffrire, o se ogni più piccolo insuccesso è vissuto come prova incontrovertibile di una propria indegnità globale e dell’impossibilità di poter mai modificare le cose, è molto probabile che la sofferenza emotiva sarà più intensa e duratura. Inoltre, e non meno importante, ci sarà l’effetto sulle azioni della persona, che a quel punto agirà guidata da quelle convinzioni, e probabilmente mettendo in atto comportamenti disfunzionali e auto-sabotanti (evitamenti, rituali, fuga, ritiro sociale, rinuncia, etc.). In questo senso la modulazione degli aspetti disfunzionali nella modalità di pensiero dell’individuo (ipergeneralizzazione, personalizzazione, lettura del pensiero, etc.) ha sempre come obiettivo finale un maggior benessere emotivo e la capacità di mettere in atto comportamenti più funzionali.  Il terapeuta può aiutare sì il paziente ad adottare modalità di pensiero più aderenti alla realtà, ma soprattutto più flessibili, e che consentano una modulazione delle emozioni negative e una loro migliore gestione.

Il lavoro cognitivo è lo strumento che può essere utilizzato per raggiungere quello che è il vero scopo del trattamento, un incremento del benessere psicologico e della qualità di vita della persona. Non vi è alcuna sottolineatura dell’importanza della modificazione di modalità di pensiero disfunzionali di per sé, non è questo lo scopo della terapia: essa non ha a che fare con l’eventuale “correzione” di errori di ragionamento nelle persone al puro scopo di cambiare i pensieri; si tratterebbe di un obiettivo insensato, per qualsiasi forma di trattamento.

Tra gli obiettivi della TCC non vi è sicuramente neanche quello di eliminare tout court le emozioni negative: in molti casi esse sono perfettamente funzionali, come nel caso della tristezza in seguito a una perdita; non può essere quindi oggetto d’intervento in terapia l’eliminazione di emozioni che, se pur negative, sono perfettamente funzionali e congrue con l’esperienza vissuta. Le emozioni sono modulatori del comportamento, e pertanto utili alla sopravvivenza degli individui. La terapia semmai può occuparsi della modulazione delle emozioni negative quando esse risultano disfunzionali, vale a dire d’intensità e di durata eccessive, troppo frequenti, e incompatibili con il raggiungimento di scopi di vita importanti per l’individuo. E la ristrutturazione cognitiva è una delle strade percorribili, anche se non l’unica, per ottenere tale scopo.

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