Perché le vittime di violenza domestica non riescono ad andare via

di Erica Pugliese

 Il ruolo chiave delle esperienze relazionali precoci e l’illusione del cambiamento

pugliese immagine violenza finale

La violenza di coppia è una grave violazione dei diritti umani e, nonostante sia un problema diffuso, è spesso trascurato e oggetto di pregiudizi. Se si è abituati a ritenere normale voltarsi e andar via quando le cose non vanno più bene, è possibile che ci si domandi perché sia così difficile allontanarsi da un partner violento. Alcune teorie, meno recenti, ritenevano la persona che accettava il maltrattamento incastrata dal contesto socio-culturale che la relegava a una posizione di inferiorità nella coppia, anche e soprattutto per via della dipendenza economica. E allora come si spiega che persone in carriera, indipendenti e di ogni estrazione sociale, si ritrovino intrappolate in relazioni violente?

Le teorie più recenti rispondono a questo interrogativo con riferimento alle vulnerabilità del paziente sviluppate nel corso della sua vita. Un ruolo chiave è sicuramente ricoperto da esperienze relazionali precoci con la figura di accudimento: il bambino che cresce in un ambiente invalidante, con uno o entrambi i genitori ambigui, imprevedibili o aggressivi verbalmente o fisicamente tra loro o con lui, potrebbe sviluppare da adulto uno stile relazionale caratterizzato da alti livelli di ansia abbandonica, insicurezza e bassi livelli di autostima. Sul piano comportamentale, si registra invece la tendenza a esasperare l’importanza della prossimità psichica, la richiesta di rassicurazioni affettive e la scelta di partner maltrattanti che confermerebbero uno schema di sé indegno. A questa dinamica se ne aggiunge un’altra, conosciuta come “fase della luna di miele” che di solito segue il maltrattamento. La maggior parte delle persone vittime di violenza raccontano come di frequente, dopo l’iniziale tensione ed esplosione rabbiosa, il partner paventi un cambiamento e un ritorno al periodo dell’innamoramento, a volte mostrando colpa e intenzione di farsi aiutare da un professionista. L’illusione di questo cambiamento, che il più delle volte non occorre, anestetizza la vittima fino a quando inesorabilmente si ritroverà di fronte all’ira incontrollata del partner, atterrita e incredula per quello che ancora una volta sta accadendo. Inoltre, le abilità manipolative del partner abusante contribuiscono a rinchiuderla in una bolla d’isolamento, rendendola sempre più debole e impotente.

Concludendo, se da una parte la storia di vita potrebbe influire sulla scelta di partner con determinante caratteristiche, la tendenza conservativa a voler gestire al meglio l’imprevedibilità e l’irascibilità del partner, il senso di colpa per aver provocato in qualche modo la reazione violenza, la vergogna per aver permesso a se stessa e ai propri cari di essere testimoni di una simile atrocità e, infine, la promessa del cambiamento opacizzano la possibilità della vittima di violenza, ormai vulnerabile, a prendere la propria valigia, andare via e riappropriarsi della propria vita, congelandosi tra quelle mura, prigioniera di un’illusione. La violenza di coppia è un reato e nessuna persona vittima di violenza merita o è in qualche modo responsabile di questo dolore. Se si è in una relazione violenta o si conosce qualcuno che sta vivendo una relazione violenta, è importante chiedere aiuto. Rompere il silenzio è il primo passo per iniziare a stare di nuovo bene.

Per approfondimenti:

Pugliese, E. (in corso di stampa). Se mi lasci mi cancello. Dipendenza affettiva, co-dipendenza e contro-dipendenza. Cognitivismo Clinico.

Steiner, L. M. (2009). Crazy Love. Random House.

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