Disturbi dell’alimentazione e Covid-19

di Valentina De Santis e Valentina De Santis

Lo stress non è piacevole da sperimentare e molti finiscono per “rifugiarsi” nel cibo per consolazione

I disturbi dell’alimentazione sono tra i più comuni problemi di salute che affliggono tendenzialmente la giovane popolazione dei Paesi occidentali e rappresentano un gruppo di condizioni complesse: anomalie nei pattern di alimentazione, un eccesso di preoccupazione per la forma fisica, un’alterata percezione dell’immagine corporea e una stretta correlazione tra tutti questi fattori e i livelli di autostima.

Insorgono generalmente nell’adolescenza ma sono in aumento anche i casi di bambini e di adulti diagnosticati con questa tipologia di disturbo. In persone con oltre 40 anni di età, spesso il disturbo è causato da un evento stressante della vita.

I disturbi dell’alimentazione più diffusi sono: anoressia nervosa, bulimia nervosa e disturbo da alimentazione incontrollata o binge eating disorder (BED).

A partire dagli anni ’50 del secolo scorso, si è assistito a un progressivo aumento dei DCA e contemporaneamente vi è stato un decremento dell’età di insorgenza: nello specifico sul piano epidemiologico, la prevalenza lifetime dell’anoressia nervosa e della bulimia nervosa si aggirano rispettivamente intorno allo 0,9% e 1,5%, nel genere femminile e allo 0,3% e 0,5% per la bulimia.

La maggiore responsabilità nel causare i disturbi dell’alimentazione è attribuita ai modelli presenti nella società (pressione sociale) che mostrano come desiderabili figure eccessivamente magre e spingono, soprattutto i giovani a cercare di somigliargli. Tuttavia, le cause di questi disturbi sono complesse ed è più corretto considerarle come il risultato di fattori genetici, biologici e psicologici che una volta scatenati da eventi ambientali particolari, danno inizio al disturbo.

La condotta alimentare disturbata persiste per diversi anni in un’alta percentuale di casi, il decorso può essere intermittente con fasi di remissione, alternate a fasi di ricomparsa dei sintomi. Le persone affette da un disturbo alimentare hanno ripercussioni sulle proprie capacità relazionali, hanno difficoltà emotive, problemi nello svolgimento delle normali attività sociali, lavorative, e complicazioni mediche.

Questi mesi hanno messo a dura prova ognuno di noi, costringendoci a limitare le nostre libertà a causa del Covid-19. Lo stravolgimento dell’equilibrio quotidiano all’interno del quale ci sentiamo sicuri, l’incertezza nel futuro e il rischio di contagio sono fattori che minano lo stato mentale. Chi soffre di una patologia mentale e chi ha vissuto il disagio del lockdown con pensieri disfunzionali che hanno alimentato l’ansia e le preoccupazioni può avere maggiore possibilità di aumentare i sintomi di un determinato disturbo.

Biologicamente, lo stress contribuisce ad aumentare la secrezione dell’ormone cortisolo e livelli elevati sono collegati a un aumento dell’appetito e al desiderio di cibi zuccherati, salati e grassi. Questa elevata secrezione di cortisolo può essere, a volte, sufficiente per provocare attacchi di abbuffata. A livello psicologico, lo stress non è piacevole da sperimentare e molti di noi finiscono per “rifugiarsi” nel cibo per consolazione. Sebbene per alcuni può essere d’aiuto, il problema sorge quando le persone che mettono in atto queste modalità di alimentazione “di conforto” finiscono per sentirsi peggio con sentimenti di colpa.

Se consideriamo che l’esordio, per tali disturbi, si colloca nel periodo dell’adolescenza, è interessante vedere quali siano state le ripercussioni di questa pandemia nei ragazzi.

Una parte di essi, quella che vive l’adolescenza con disagio, ansia sociale e “male di vivere”, ha trovato nello stare in casa una comfort zone, il nido di pascoliana memoria, che gli ha dato modo di potersi sottrarre al tanto temuto giudizio altrui e di accedere a tante comodità.

L’accesso facile al cibo dà un sollievo alla pressione emotiva vissuta al momento alla noia di giornate vuote e sempre uguali. Inoltre, bisogna considerare che il tempo libero porta a stare di più sui social che dettano le regole sul “come dovremmo essere”, scatenando nella mente un circolo vizioso tra i pensieri “devo controllare il mio corpo” e “devo mangiare”.

Tra i fattori di rischio o di mantenimento del problema, troviamo sicuramente il dover stare in stretto contatto con i propri familiari h24: un’imposizione da rispettare categoricamente genera, nel ragazzo, un aumento della rabbia e dell’aggressività. Questo, insieme alla paura della perdita di controllo e all’impossibilità di uscire da casa per muoversi e fare sport, può portare l’adolescente ad avere condotte restrittive con il cibo o ad abbuffarsi con o senza condotte compensatorie, come il vomito.

Nonostante i trattamenti evidence based che sembrano funzionare anche a distanza, come per esempio la CBT-ED da remoto, seguire una terapia online è, molte volte, complesso; la presenza di un familiare limita il senso di privacy e il mancato controllo dei professionisti mette il paziente nelle condizioni di potersi gestire come vuole. Negli Stati Uniti, per esempio, l’interruzione dei servizi di erogazione del trattamento face to face, dovuto al Covid-19 ha aggravato del circa 25% il numero di persone con un disturbo alimentare.

Una serie di strategie rivolte sia ai pazienti sia ai familiari insieme al trattamento da remoto possono essere le seguenti:

  • Mantenere una routine nell’alimentazione (almeno 3 pasti al giorno)
  • Allenarsi con la mindfulness a rimanere nel “qui e ora”
  • Dedicarsi a qualcosa di pratico (sperimentare un hobby)
  • Fare un uso funzionale dei social
  • Assicurarsi uno spazio della casa dove poter stare con sé stessi

Per approfondimenti

  • Prevenzione dei disturbi dell’alimentazione nella scuola: progressi e sfide future. Riccardo Dalle Grave – Unità Funzionale di Riabilitazione Nutrizionale Casa di Cura Villa Garda, Via Montebaldo 89, 37016, Garda (Vr), Italia, Fax: +39458102884, email: rdalleg@tin.it
  • I disturbi del comportamento alimentare in adolescenza. Sandra Maestro, Giampiero I. Baroncelli, Silvia Ghione, Silvano Bertelloni Sezione Clinica per i Disturbi della Condotta Alimentare, U.O. NPI 3: Psichiatria dello Sviluppo, IRCCS Stella Maris, Pisa 2 Medicina dell’Adolescenza, Dipartimento Materno-infantile, Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana, Pisa
  • I disturbi alimentari. Di Giovanni Maria Ruggiero, Sandra Sassaroli (2014) Editori Laterza
  • Challenges and Opportunities for enhanced cognitive behaviour therapy (CBT-E) in light of COVID-19. Rebecca Murphy, Simona Calugi, Zafra Cooper and Riccardo Dalle Grave (2020)

Dall’anoressia e dalla bulimia si può guarire

di Maria Pontillo

Il libro “Corpi senza peso”, scritto da un neuropsichiatra e un’ex modella, aiuta a comprendere come accettare e affrontare i disturbi alimentari

Anoressia, bulimia e altri disturbi alimentari colpiscono il 40% degli adolescenti di età compresa tra i 15 e i 19 anni. Questo il dato diffuso dal prof. Vicari, primario dell’Unità Operativa di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Vicari sottolinea come i rischi legati a tali disturbi siano altissimi: secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, infatti, i disturbi del comportamento alimentare rappresentano la seconda causa di morte tra gli adolescenti dopo gli incidenti stradali. La situazione è ancor più grave: secondo le ultime stime, l’età di esordio dei disturbi alimentari si è addirittura abbassata, con diagnosi e ricoveri che riguardano anche bambini di età compresa tra gli 8 e i 12 anni. Dati allarmanti, quindi, che devono richiamare l’attenzione sulla necessità di sensibilizzare genitori e ragazzi su tali tematiche. Leggi tutto “Dall’anoressia e dalla bulimia si può guarire”

Uno studio sugli schemi maladattivi nella Bulimia e nella Depressione

di Roberta Trincas

In questo articolo vorrei descrivere brevemente uno studio in cui sono stati indagati gli schemi maladattivi che accomunano e quelli che consentono di distinguere la Depressione dalla Bulimia. In particolare, gli autori (Waller et al., 2001) hanno confrontato cinque gruppi: non clinici, bulimiche non depresse, bulimiche con depressione media (BD), bulimiche con depressione grave (BD), e pazienti con un disturbo depressivo maggiore (DDM).

L’obiettivo di questo studio è di verificare se disturbi diversi tra loro, ma accomunati da sintomi depressivi, possano essere caratterizzati da schemi maladattivi specifici. A tal fine, gli autori hanno somministrato l’YSQ (Young Schema Questionnaire; Young, 1994) per identificare gli schemi maladattivi e il BDI (Beck Depression Inventory) per discriminare i livelli di depressione. Hanno, inoltre, confrontato due metodi di scoring dell’YSQ. Il primo (Waller et al., in corso di stampa) considera la media dei punteggi agli item in ogni scala; il secondo è il criterio utilizzato da Young, in cui si considera il numero di punteggi alti in ogni scala. Leggi tutto “Uno studio sugli schemi maladattivi nella Bulimia e nella Depressione”