CBT del Disturbo di Insonnia

di Chiara Baglioni e Carlo Buonanno

Presentazione di un manuale internazionale per clinici e introduzione di un nuovo servizio di psicoterapia del sonno

Da Agosto 2022 è disponibile un nuovo manuale in lingua inglese sul trattamento cognitivo comportamentale per il disturbo di insonnia, pubblicato dalla casa editrice Wiley Blackwell. Il manuale è diretto ai clinici e offre informazioni teoriche e pratiche sui protocolli di intervento per i pazienti con disturbo di insonnia, con un’attenzione alle diverse fasce d’età, alle differenze di genere e agli adattamenti del trattamento che sono necessari per alcune popolazioni cliniche specifiche.

Nonostante l’insonnia sia uno dei disturbi più diffusi nella popolazione generale, si associ a costi diretti e indiretti allarmanti e a elevati rischi per la salute fisica e mentale, studi epidemiologici indicano che l’offerta clinica attuale in Europa è scarsa e, quando presente, il trattamento farmacologico è ad oggi la modalità di intervento dominante. Questo dato è in contrasto con quanto affermano le linee guida europee sulla valutazione e il trattamento del disturbo di insonnia (Cognitive-Behaviour Treatment for Insomnia – CBT-I) che indicano la terapia cognitivo comportamentale come l’intervento di prima linea per il disturbo di insonnia cronica. Il manuale fa parte delle iniziative dell’Accademia Europea per il Trattamento Cognitivo Comportamentale dell’Insonnia (European CBT-I Academy). L’Accademia è formata da un gruppo di esperti Europei sulla psicoterapia dei disturbi del sonno ed è patrocinata dalla Società Europea per la Ricerca Sul Sonno (European Sleep Research Society, ESRS) e dalla Rete Europea per la Ricerca sul disturbo di Insonnia (European Insomnia Network). L’Accademia è stata fondata nel 2018 e persegue i seguenti obiettivi: 1) promuovere la diffusione del trattamento cognitivo- comportamentale per il disturbo di insonnia; 2) monitorare un sistema europeo omogeneo e standardizzato per la formazione al trattamento e per l’accreditamento di centri nazionali che forniscono un training adeguato.

Il manuale è stato curato dalla Prof.ssa Chiara Baglioni (Roma, IT), dal Prof. Colin A. Espie (Oxford, UK) e dal Prof. Dieter Riemann (Freiburg i. Br., GER). Gli autori sono tutti membri dell’Accademia. Il testo si divide in sei sezioni. Nella prima parte è descritto il protocollo standard che include diverse tecniche di intervento, la cui efficacia è stata ampiamente dimostrata sulla base dei dati riportati in letteratura. Inoltre, sono approfonditi i meccanismi psicofisiologici attraverso cui il trattamento agisce. Infine, si evidenzia l’utilità di alcuni strumenti di misura e vengono fornite informazioni sul trattamento farmacologico del disturbo. Nella seconda sezione del manuale è descritto l’intervento clinico nei bambini e negli adolescenti, con indicazioni relative ai protocolli di parent training e alle procedure ad hoc per la popolazione pediatrica. Successivamente, vengono approfonditi aspetti specifici del trattamento cognitivo-comportamentale per il disturbo di insonnia nel ciclo di vita della donna e nella popolazione con più di 65 anni. Infine, è discussa l’utilità del trattamento e dei suoi possibili adattamenti per i lavoratori con turni notturni e per gli operatori sanitari che devono affrontare situazioni con elevati livelli di stress. La terza sezione del manuale è dedicata al trattamento nei pazienti con disturbo di insonnia in comorbilità con altro disturbo mentale, somatico o del sonno. Nella quarta parte del testo, viene dedicata attenzione all’applicazione di protocolli clinici diretti a lavorare sulla regolazione delle emozioni nei pazienti con disturbo di insonnia. La quinta sezione approfondisce il possibile ruolo dei medici di base e degli interventi online per il disturbo di insonnia e le caratteristiche del trattamento di gruppo. Infine, in questa parte gli autori hanno dedicato attenzione alla cura del disturbo nella sua fase precoce, in cui meccanismi che tendono a stabilizzare la problematica in un disturbo cronico ancora non sono evidenti. Il manuale si conclude con una sezione dedicata ai criteri di qualità per la formazione dei clinici nella cura del disturbo di insonnia.

In seguito alla pubblicazione del manuale e in linea con gli obiettivi dell’Accademia Europea per il Trattamento Cognitivo Comportamentale del Disturbo di Insonnia è stato istituito un nuovo servizio di

psicoterapia dei disturbi del sonno. Il servizio è rivolto a tutti coloro che soffrono di disturbi comportamentali del sonno, in particolare di disturbo di insonnia nell’arco delle diverse fasi dello sviluppo, a bambini e adolescenti, a persone con più di 65 anni, alle donne nel periodo perinatale e ai pazienti già in cura per altro disturbo psicologico. Viene offerto un intervento a distanza con colloqui online e l’uso di alcuni strumenti elettronici compilabili attraverso il sito internet creato appositamente. Ove richiesto, sarà possibile offrire il trattamento anche in presenza. Il servizio ha il patrocinio della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitiva (SPC).

Il servizio nasce da un’idea della Prof.ssa Baglioni, responsabile del servizio, e del Dott. Buonanno. Chiara Baglioni è Professore Associato presso il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi Guglielmo Marconi, ricercatrice presso il Dipartimento di Psichiatria e Psicoterapia dell’Università di Freiburg (Germania). È inoltre membro dello Steering Committee dell’Accademia Europea per il Trattamento Cognitivo-Comportamentale per il Disturbo di Insonnia (CBT-I). Carlo Buonanno è membro esperto dell’equipe per l’età evolutiva della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitiva (SPC) e didatta presso la stessa scuola e presso la Società Italiana di Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC). Il servizio prevede la collaborazione con le Dott.sse Rossella Cascone, Chiara Mignona, Caterina Villirillo e Alessandra Iannucci. Tutti i membri dell’equipe sono psicoterapeuti a orientamento cognitivo-comportamentale.

Per approfondimenti:

Servizio di psicoterapia del sonno:
https://www.psicoterapiadelsonno.it/

Link al manuale per il trattamento cognitivo-comportamentale per il disturbo di insonnia:
https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1002/9781119891192.ch24

Sito web della European CBT-I Academy:

European Academy for Cognitive-Behavioral Treatment of Insomnia (CBT-I)

Sito web della European Sleep Research Society, ESRS: http://www.esrs.eu/

Sito web della European Insomnia Network: https://esrs.eu/research-networks/european- insomnia-network/

Un insegnamento di Roberto Lorenzini

di Mauro Giacomantonio

Un anno fa ci lasciava un pilastro del cognitivismo clinico italiano

È trascorso da pochi giorni l’anniversario della morte di Roberto Lorenzini. Scrivo per ricordarlo e col cruccio che, col passare del tempo, molti giovani psicoterapeuti in formazione non possano conoscere i suoi insegnamenti, godere della sua esperienza e della sua simpatia. Scrivo quindi per fissare un insegnamento che lui mi ha dato, nella speranza di invogliare altri a fare lo stesso.

Negli anni di formazione, ho spesso condiviso con Roberto e le colleghe di training riflessioni sui pazienti che mi sembravano sensate, persino intelligenti! Lui era sempre incoraggiante anche se penso mi ritenesse, giustamente, un rompiscatole. Solo una volta gli si illuminarono gli occhi e sorrise soddisfatto durante un mio intervento e io lo notai con stupore. Avevo detto che con un certo paziente difficile stavo cercando di dare “un colpo al cerchio e uno alla botte”. Ma come? Dopo tutte le complesse formulazioni del caso e tutte le riflessioni sulle strategie di intervento, il complimento più sincero nasceva da una frase così mediocre?

Ho cercato a più riprese di capire bene cosa avesse voluto insegnarmi quel giorno. Oggi, parlando di lui con una collega, penso di averlo focalizzato meglio. Probabilmente si potrebbe riassumere così: l’impotenza senza resa. Abbandonare l’illusione di capire tutto, di sapere ogni cosa, di avere una risposta per ogni criticità, una tecnica per ogni sintomo, senza però abbandonare il paziente. Senza arrendersi e perdere interesse se le cose non tornano come ce le siamo raccontate. In questa prospettiva, “dare un colpo al cerchio e uno alla botte” significava darsi da fare, fare dei tentativi, provare a capire di cosa c’è bisogno e cosa va buttato via. Significava anche togliersi il tanto agognato mantello da Super Terapeuta senza sentirsi troppo incapaci. Questo si lega bene con altri suoi insegnamenti come, ad esempio, il fatto che la terapia sia un incontro unico di due persone e che quindi non è tutto nelle nostre mani. Oppure che la formulazione del caso si chiude solo all’ultima seduta.

Anche l’insegnamento dell’impotenza senza resa era, indirettamente, un incoraggiamento a stare meno al centro della terapia e ad ascoltare con interesse e disponibilità la storia dell’altro.

Sono passati più o meno cinque anni dal quel pomeriggio del colpo al cerchio e alla botte e ancora ci ripenso e ancora mi aiuta.

 

Foto di Anete Lusina da Pexels

Think Good, Feel Good

di Claudia Perdighe

I colleghi che hanno rispettivamente tradotto e curato la versione italiana di “Think Good, Feel Good” Allenati a pensare diversamente per sentirti meglio, Elena Cirimbilla e Giuseppe Romano, mi hanno chiesto di leggere questo libro per una eventuale recensione. Lo ho preso in mano ed è stato un amore a prima vista. Proverò quindi a spiegare per quali buone ragioni merita di essere letto da qualunque terapeuta, anche se come me non si occupa di psicoterapia in età evolutiva.

La prima cosa che mi ha colpito è il fatto che nel primo capitolo c’è una presentazione della psicoterapia cognitiva essenziale, semplice nel linguaggio e chiarissima nei concetti che spiega in modo essenziale cosa è la psicoterapia cognitiva e su quali principi scientifici si basa. Il rasoio di Occam usato bene. In particolare mi ha impressionato l’abilità dell’autore di spiegare in poche parole sia le specificità delle cosiddette tre onde della CBT (il comportamentismo, il cognitivismo e le terapie terza onda) e sia il quanto siano integrabili senza forzature, non solo su un piano tecnico (nell’uso di tecniche efficaci, anche se sviluppate in “un’altra onda”), ma anche su un piano concettuale; ad esempio, l’autore evidenzia la non contraddizione nell’usare le procedure di terza onda che “non hanno lo scopo esplicito di modificare le cognizioni”, e basarsi su una teoria che prevede che il cambiamento dei sintomi segua il cambiamento della cognizione (il fatto che, per esempio, la mindfulness non agisca in modo esplicito sulla cognizione, non implica che non la modifichi e che il cambiamento avvenga a quel livello!).

Un secondo ottimo motivo per leggere questo libro è che, da non esperta del tema, ho avuto l’impressione che contenga una “cassetta degli attrezzi”, nei termini dell’autore, completa. Non ci sono protocolli per singoli disturbi, ma ci sono tutti gli strumenti di cambiamento utili nel curare i disturbi emotivi, nel costruire competenze e, in ultimo, migliorare complessivamente il funzionamento e il benessere del bambino. Le procedure tipiche della CBT sono presentate in capitoli,  in forma già adattata all’età evolutiva e spesso tradotte in schede di lavoro direttamente applicabili; per esempio, il debating prevede delle schede con le domande tipiche della discussione che si possono o compilare insieme o dare come strumento da usare da solo al paziente.

In ultimo, una cosa che mi ha colpito molto è l’idea del paziente e dei disturbi mentale che traspare, che definirei di grande fiducia nel paziente e nelle sue risorse: i sintomi e le difficoltà del paziente (e dei genitori) sembrano concettualizzate nella mente del terapeuta sempre come modalità disfunzionali si, ma anche sempre orientate a soddisfare bisogni, perseguire scopi e desideri del tutto legittimi e condivisibili.

Stallard P. (2021), Think Good, Feel Good. Allenati a pensare diversamente per sentirti meglio. (Edizione italiana tradotta da E. Cirimbilla e curata da G. Romano), Roma, Giovanni Fioriti Editore

Immagina positivo… E ce la farai!

di Barbara Basile

Visualizzare immagini di sé positive le rende più probabili

L’immaginazione come modalità di accesso a processi emotivi e cognitivi più o meno consapevoli è stata largamente usata nell’antico Egitto, nel Buddismo Tibetano e dai Gesuiti, dove Sant’ Ignazio di Loyola proponeva di visualizzare la vita dei santi con l’obiettivo di trarne inspirazione e farsi guidare da essi. L’utilizzo delle tecniche di imagery positivo” ha trovato ampia diffusione nella psicologia dello sport, dove, tramite simulazione mentale, viene usata per anticipare e prevedere strategie e mosse future proprie e dell’avversario, con l’obiettivo di aumentare le probabilità di vittoria.

Il centrocampista e attaccante brasiliano Ronaldinho racconta: “Quando mi alleno, mi concentro per creare un’immagine di come potrei passare al meglio la palla al mio compagno di squadra, preferibilmente lasciandolo da solo di fronte alla porta. Quello che faccio prima di una partita, giorno e notte, è cercare di visualizzare il più spesso possibile come potrebbe andare la partita, immaginando gli scenari e i passaggi più improbabili. Avendo chiaramente a mente chi sono i miei avversari. In pratica, immagino la partita e il suo esito”.

È noto da diversi studi che immaginare esiti più positivi nel futuro ne rende più probabile l’accadimento. Ad esempio, immaginare che il proprio partito politico vincerà le prossime elezioni rende l’evento più probabile, così come è altrettanto vero il contrario: immaginare i sintomi di un certo disturbo è associato a una maggior probabilità di contrarre proprio quel disturbo.

Nell’ambito della psicoterapia, le tecniche di visualizzazione positiva vengono utilizzate per immaginare nel modo più vivido possibile un evento prossimo, in modo da sviluppare in imago un migliore problem solving, una maggiore assertività o delle abilità di auto-regolazione emotiva. A sostegno dell’utilità dell’immaginazione interviene anche la teoria dell’equivalenza funzionale di Kosslyn. Questa suggerisce che immaginare un comportamento o un vissuto attiva un network cerebrale analogo a quello coinvolto nella sua esperienza reale. Di conseguenza, immaginare un comportamento più sano e adattivo ne faciliterà la concretizzazione nella realtà.

L’immaginazione positiva viene usata anche per definire gli obiettivi di un individuo. Martin Conway, professore all’University of London,  la definisce come “un tipo di rappresentazione mentale specializzata nel figurarci i nostri obiettivi”: l’immaginazione positiva  sembrerebbe, dunque, un vero e proprio linguaggio “degli scopi”. Per Emily Holmes, psicologa inglese e insegnante al Karolinska Institutet, in Svezia, l’imagery positivo aumenta la probabilità di agire in linea con e di raggiungere i propri obiettivi, e anche in ambito clinico.

Numerosi approcci di Terapia Cognitivo Comportamentale promuovono l’applicazione di tecniche immaginative positive per favorire comportamenti e immagini di sé più sane e funzionali. I principali sono la Compassionate Mind Therapy (CMT) di Paul Gilbert, il Competitive Memory Training (COMET) di Kees Korrelboom, il modello del nuovo senso di sé di Christine Padesky, l’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR) e il potenziamento del Mode dell’Adulto Sano della Schema Therapy.

In questi giorni, e per tutto il 2020, la Scuola di Psicoterapia Cognitiva ha promosso, in diverse sedi italiane dei corsi specifici sull’applicazione delle tecniche di immaginazione in psicoterapia, usando come cornice di riferimento teorico il modello della Schema Therapy.

La bolla (non sicura) del clima

di Barbara Basile

Il cambiamento climatico ha un impatto significativo anche sulla salute mentale: qual è il ruolo della psicoterapia?

È sempre più difficile ignorare le immagini che, soprattutto in occasione della recente conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (COP26) a Glasgow, spopolano su giornali, riviste, social network e in rete in generale. Fotografie di orsi polari intrappolati su iceberg alla deriva, mari invasi dalla plastica, foreste pluviali un tempo lussureggianti rase al suolo dal disboscamento, uomini, koala e altri animali che sfuggono agli incendi apocalittici e bambini che cercano invano di nuotare nell’acqua putrida per avere salva la vita.

Perché parlare di questo su Cognitivismo.com, che si occupa di salute mentale e di psicologia?

Le motivazioni sono diverse, la più banale potrebbe essere: “perché non è più possibile voltarci dall’altra parte e ignorare questa emergenza”; o, ancora: “perché il cambiamento climatico è anche un’emergenza sanitaria e i medici hanno il dovere di agire sia come individui sia come parte di un’organizzazione”. E, in effetti, il Servizio Sanitario Nazionale britannico (NHS) e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), per citarne alcuni, da anni si occupano della sensibilizzazione a questi temi. L’NHS, per esempio, ha ridotto di un terzo, rispetto al 1990, le proprie emissioni proprio grazie a politiche che promuovono la conservazione, la raccolta differenziata e una maggiore consapevolezza sui problemi legati all’ambiente nei suoi professionisti.

Il cambiamento climatico ha un impatto significativo anche sulla salute mentale. In molti contesti, e non solo in quelli più colpiti dalle catastrofi climatiche (come l’America Latina, il Sud Est Asiatico, l’Africa e l’Australia), sempre più spesso le persone si rivolgono agli specialisti per chiedere aiuto rispetto a vissuti di angoscia e ansia relativa all’ambiente e alla sua distruzione (in gergo, ecoanxiety).

Da un recente sondaggio della British Association for Counselling and Psychotherapy (BACP) è emerso che il 55% delle persone intervistate ritiene che il cambiamento climatico abbia avuto un impatto sul proprio benessere, l’8% stima che l’impatto sia notevole, il 30% è preoccupato per come ne sarà influenzata la sua vita futura e il 58% si preoccupa degli effetti sulle generazioni future. In particolare, sono i giovani di età compresa tra i 16 e i 34 anni ad essere i più preoccupati. Analogamente, da un altro studio condotto dall’Università di Bath che ha coinvolto 10.000 persone di età compresa tra 16 e 25 anni, in oltre dieci Paesi, è emerso che il 60% dei ragazzi è estremamente turbato dai cambiamenti climatici, riportando emozioni di paura, ansia e tristezza. Infine, dal sondaggio emerge che quattro giovani su dieci hanno affermato di sentirsi traditi, ignorati e abbandonati dagli adulti e dai politici.

Dunque, quali risposte possiamo dare noi professionisti della psiche?

Caroline Hickman, psicoterapeuta, psicologa del clima, psicoterapeuta e ricercatrice, riconosce che è molto difficile per noi terapeuti capire come affrontare questi temi con i nostri pazienti. Molti di noi – afferma la collega – sono abituati a focalizzarsi sui problemi soprattutto a un livello individuale, mentre il cambiamento climatico ha un impatto a livello esistenziale, ambientale e collettivo e non sempre sappiamo come muoverci su questi piani. Inoltre, da essere umano quale è, il clinico stesso può avere delle reazioni assolutamente personali rispetto a questo tema. Secondo la psicoanalista Sally Weintrobe la realtà del cambiamento climatico comporta il crollo della nostra onnipotenza e ci obbliga a dover rivalutare radicalmente il senso di noi stessi. Ci percepiamo vulnerabili, dipendenti, non protetti e fragili, quando invece pensavamo di essere invincibili.

Nel tentativo di trovare una chiave di lettura delle nostre reazioni alla crisi climatica, le colleghe del Climate Change Awareness and Action Committee (Comitato sulla Consapevolezza e l’Azione per il Cambiamento Climatico) della ISST (Società Internazionale di Schema Therapy) hanno cercato di delineare, avvalendosi dei costrutti propri di questo approccio clinico, le diverse modalità disfunzionali che si possono attivare quando confrontati con questa emergenza.

Nella relazione presentata all’ultimo convegno internazionale di Schema Therapy, nel 2020, le terapeute hanno identificato come, partendo dalle reazioni più emotive (racchiuse negli schema mode del Bambino), è possibile individuare:

  • dei vissuti di paura, angoscia e assenza di speranza, tipici del Bambino Vulnerabile (es. “Sono terrorizzato che tutto finisca!”, “Mi sento solo e abbandonato in questo mondo spaventoso e nessuno ci può aiutare!”);
  • delle emozioni rabbiose, specifiche del Bambino Arrabbiato (es. “Odio tutto questo! Sono davvero furioso per essere costretto a guardare queste immagini o ascoltare queste cose orribili!”);
  • delle espressioni del Bambino Viziato/Impulsivo (es. “Non voglio incasinarmi la vita e cambiare le mie abitudini per questo! Per me funziona tutto benissimo e non ho nessun motivo di cambiare nulla!”).

Su un piano più comportamentale (i cosiddetti coping mode), di fronte alla crisi ambientale, è possibile attivare:

  • delle strategie di evitamento, in cui si tende a nascondere la testa sotto la sabbia, eludendo il problema (es. “Meglio non pensarci e bermi un bel bicchiere di vino”);
  • un atteggiamento di rassegnazione (es. “Ho smesso di riciclare, tanto non c’è nessuna speranza, è già troppo tardi per fare qualcosa e salvare il mondo, non possiamo più fare nulla”!);
  • agire all’inverso (iper-compensazione), per esempio sfruttando in modo esasperato la Natura e le sue risorse, ridicolizzando e sminuendo la gravità di quanto sta accadendo e pretendendo di prosciugare il pianeta fino alla sua ultima risorsa.

Infine, sempre secondo la cornice della ST, potrebbero innescarsi:

  • una voce critica che si rivolge verso di sé (dicendo cose come: “Ti dovresti vergognare a lasciar morire il nostro pianeta!”), oppure verso gli altri (“Guarda quegli strafottenti che stanno gettando le loro porcherie dal finestrino della macchina!”);
  • dei messaggi colpevolizzanti ed esigenti (es. “È colpa tua se siamo in questa condizione!” o “Non fai abbastanza per salvare l’ambiente”).

In contrasto con queste modalità disfunzionali che spesso interagiscono tra di loro, proprio come si usa fare in psicoterapia, si intende promuovere una modalità adulta, consapevole e sana, che adotti un approccio più funzionale al problema climatico e contrasti i mode più disfunzionali: promuovere la speranza e la possibilità di cambiamento, invece di arrendersi o di farsi schiacciare dalla disperazione o dalla rabbia. Una modalità sana facilita un contatto più diretto con la natura e l’ambiente, promuove emozioni e comportamenti più autentici e responsabili nei loro riguardi, stimola le nostre risposte sensoriali (acuendo l’udito per ascoltare il cinguettio degli uccelli, incentivando l’uso dell’olfatto per sentire l’odore dei fiori o della pioggia, o, ancora, toccare le piante, svolgere attività all’aria aperta, e così via) e favorisce un approccio che consenta di immergersi e contemplare la natura e la sua magnificenza, dalla loro prospettiva.

Anche lo stimabile naturalista e divulgatore scientifico David Attenborough, d’altronde, nel suo intervento alla COP26, incita i governanti di tutti i paesi presenti, non alla paura, bensì alla speranza di poter salvare la nostra terra.

… Per i colleghi che desiderano porsi qualche domanda:

● Di quali nuove pratiche avremo bisogno per lavorare in modo sicuro ed efficace con i nostri clienti, in relazione ai temi del cambiamento climatico?

● Come vogliamo che le nostre categorie professionali ci rispondano e ci sostengano nel nostro lavoro?

● Cosa vorremmo dagli istituti di formazione e dai docenti dei corsi di formazione ai quali partecipiamo?

● Cosa possiamo imparare dalla salute mentale e dai colleghi di tutto il mondo che si occupano di questo tema (da anni)?

● Quali collaborazioni possiamo formare con altri professionisti del nostro settore?

● Che lavoro dobbiamo fare su di noi, sia nell’immediato, che come continua pratica di self-reflection?

● In che modo la nostra professione potrebbe aver bisogno di evolversi o addirittura trasformarsi alla luce di ciò che ci aspetta?

● TU, come e cosa puoi portare come contributo personale?

Per approfondimenti

www.bacp.co.uk/news/news-from-bacp/2020/15-october-mental-health-impact-of-climate- change/

https://schematherapysociety.org/Climate-Change-Awareness-and-Action-Committee

https://www.youtube.com/watch?v=o7EpiXViSIQ

https://www.bacp.co.uk/bacp-journals/therapy-today/2021/november-2021/the-big-issue/

https://schematherapysociety.org/Schema-Therapy-Bulletin

 

Foto di Markus Spiske da Pexels

 

 

 

 

L’evoluzione della teoria e della terapia cognitiva negli ultimi 60 anni

di Alessandra Mancini

Il 18 luglio scorso Aaron (Tim) Beck ha celebrato il suo 100esimo compleanno e la comunità medico scientifica si è unita per ricordare l’impatto rivoluzionario delle sue scoperte e delle sue intuizioni. In questa occasione il padre della psicoterapia co- gnitiva ha gentilmente accettato l’invito di Cognitivismo clinico a pubblicare un suo recente articolo (esatto recente!) tradotto in italiano. Appagando la tipica curiosità epistemica cognitivista possiamo quindi ripercorrere le tappe della nascita e dello sviluppo della CBT sbirciando direttamente nella mente di Beck!

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Cinema, metafore e psicoterapia

di Teresa Cosentino

Non un vademecum di film per i pazienti: nel libro di Isabelle Caro Gabalda, ogni opera cinematografica è la trasposizione simbolica di cosa accade in psicoterapia

Data la mia passione per il cinema e per la psicoterapia, ho cominciato a leggere “Cinema, metafore e psicoterapia” con l’aspettativa di trovarvi film da consigliare ai pazienti come strumento per meglio comprendere la sofferenza che li affligge: film da suggerire ai pazienti con disturbo ossessivo-compulsivo, film per i pazienti agorafobici, per pazienti depressi, ecc. Insomma, un vademecum in cui trovare un’opera cinematografica per le diverse tipologie di pazienti.

In effetti, il cinema è un’importante risorsa in psicoterapia: al pari della biblioterapia, consente al paziente e al terapeuta stesso di vedere rappresentata nei personaggi gli schemi patogeni. Parte del cambiamento avviene già quando il paziente inizia a comprendere i meccanismi di funzionamento del suo disturbo. Nella prima fase della terapia, lo psicoterapeuta lo aiuta a capire cosa gli accade e come mai e, condivide le sue conoscenze sui processi intrapsichici e interpersonali, gli suggerisce libri o articoli da leggere e film da vedere per consentirgli di migliorarne la comprensione. Osservare tali meccanismi attraverso un film aggiunge alla pura comprensione cognitiva una dimensione esperienziale e distanziata: vedere il personaggio intrappolato nei suoi stessi schemi e sintomi da una prospettiva esterna, meno focalizzata su alcune questioni, gli consente di notare aspetti che altrimenti trascurerebbe e di arrivare a insight e conclusioni differenti. Inoltre, grazie al potere evocativo dei film, il paziente – attraverso le immagini, i suoni, le emozioni esperite – si identifica col personaggio, ne assume la prospettiva e, attraverso una sorta di apprendimento vicario, può anche acquisire nuove competenze. Un film può essere impiegato per aumentare la motivazione del paziente al trattamento, consentendogli di vedere come fattibile il cambiamento auspicato per sé e ottenuto nel film dal personaggio. Penso anche ai benefici che possono derivarne in termini di mentalizzazione, di comprensione della mente dell’altro, delle differenti prospettive e stati mentali e della loro influenza sui desideri, emozioni e comportamenti dei protagonisti.

Con tali aspettative e credenze, mi sono immersa nella lettura di questo libro per poi scoprire, capitolo dopo capitolo, che la sfida che la curatrice e i diversi autori e autrici si sono posti è piuttosto differente e innovativa. Nelle pagine del libro, infatti, i film diventano metafore per rappresentare cosa accade in psicoterapia e la stessa psicoterapia diventa un film, con i suoi protagonisti (il paziente, lo psicoterapeuta e il contesto sociale più ampio), la sua trama (il processo terapeutico) e le sue vicissitudini (gli ostacoli, le impasse terapeutiche).

Mi ritrovo spesso a rispondere a domande inerenti la psicoterapia: da amici e familiari incuriositi dal mio mestiere, da allievi ansiosi di comprendere cosa li attende e se saranno in grado, dai pazienti che incontro. Con diverse motivazioni e da differenti prospettive, i quesiti sostanzialmente ruotano intorno a temi comuni: come si svolge la psicoterapia? Che succede nella stanza del terapeuta? Come si ottiene il cambiamento auspicato? Quali caratteristiche deve avere un buon terapeuta? Quali ostacoli s’incontrano?

Esistono diversi manuali che trattano questi argomenti da un punto di vista teorico, studi sperimentali che si propongono d’indagare le diverse questioni, articoli che raccontano casi clinici che esemplificano il tutto.

La novità di questo volume risiede nel proposito di spiegare cosa accade in psicoterapia utilizzando i film come metafore. Nella prima parte, sotto l’obiettivo è il paziente, con il suo bisogno di deliri per restituire un senso alla realtà (The Truman show), la sua storia di vita e i suoi bisogni primari frustrati (Profumo), il desiderio di cambiamento (Invictus) per liberarsi delle barriere di protezione trasformatesi col tempo in una prigione (gente Comune) e la ricerca di una nuova identità (Lion).

Nella seconda parte del libro il focus si sposta sul terapeuta con le sue caratteristiche, in grado d’influenzare positivamente il processo terapeutico, quali l’empatia, la capacità di ascoltare e la curiosità (Le Vite degli altri), un atteggiamento aperto e non giudicante, una buona formazione e una salda etica professionale (Mumford) o, al contrario, variabili che possono ostacolare tale processo, come le sue paure (Il Mago di Oz), la difficoltà a mettere dei limiti (La casa dei giochi), a gestire pazienti poco motivati o oppositivi (Antwon Fisher).  Quali caratteristiche descrivono il buon terapeuta? Saper ascoltare e ragionare sul paziente che ha nella sua stanza, unico e irripetibile e perciò non contenuto in alcun libro, avere una buona formazione e saper a sua volta chiedere aiuto (supervisione), una salda etica professionale, riconoscere i suoi limiti e saper mettere dei limiti sani in terapia, avere un atteggiamento empatico, curioso, non giudicante.

Nella terza parte del libro l’attenzione si sposta sulle variabili che influenzano il processo terapeutico. Il ruolo dell’insight nella comprensione della propria vulnerabilità, del proprio modo di reagire allo stress (Marnie); l’accettazione delle esperienze problematiche (Il Sesto Senso); l’individuazione e la connessione coi propri valori (Forza Maggiore); il cambiamento di prospettiva (La case delle brave donne), la scoperta delle proprie risorse personali (Billy Elliot) e dell’autonomia (Un mondo perfetto).

L’ultima parte, la quarta, è incentrata sulla relazione terapeutica e il suo peso nella determinazione del cambiamento, in quanto esperienza emotiva correttiva (Elizabethtown), in grado di migliorare la mentalizzazione del paziente (Se mi lasci ti cancello) e soddisfare il suo bisogno di validazione e accettazione incondizionata (Zelig).

Un libro utile, dunque, a chiunque voglia, come me, comprendere ma anche spiegare cosa accade in quel luogo speciale, mentale, relazionale e fisico, che è la psicoterapia, attraverso un linguaggio immediato come quello cinematografico.

Riferimenti bibliografici

Isabel Caro Gabalda (2021) Cinema, metafore e psicoterapia. Giovanni Fioriti Editore

Colpa altruistica e colpa deontologica

di Estelle Leombruni

Una tesi dualistica della colpa

In un recente articolo pubblicato sulla rivista Frontiers in Psychology, il neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta Francesco Mancini e la psicologa e psicoterapeuta Amelia Gangemi affrontano il tema della colpa, dando vita a un corposo lavoro che offre al lettore le informazioni necessarie per un’approfondita comprensione di questa complessa emozione e delle sue implicazioni sulla sofferenza psichica.

La tesi portata avanti è quella dell’esistenza di due forme distinte di colpa: la colpa altruistica, che viene sperimentata quando si assume di aver compromesso uno scopo altruistico, e la colpa deontologica, derivante dall’assunzione di aver violato una propria norma morale.

Queste due forme di colpa generalmente coesistono nella vita quotidiana. Tuttavia è possibile anche sperimentarle separatamente: sentirsi in colpa per non essersi comportati in maniera altruistica senza però violare una propria regola morale oppure trasgredire una norma morale senza che sia presente una vittima, ovvero in assenza di una persona danneggiata.

Sono numerose le evidenze empiriche che supportano tale distinzione: da un punto di vista comportamentale, per esempio, le ricerche mettono in luce come, inducendo uno dei due tipi di colpa, si ottengono azioni di risposta differenti (azione che tutela uno scopo altruistico o azione per uno scopo morale). Dal punto di vista dei circuiti neurali coinvolti in questi processi, gli studi condotti tramite la risonanza magnetica funzionale mettono in risalto come si attivino network cerebrali diversi a seconda del tipo di colpa sperimentato. La distinzione è evidente anche per quanto riguarda il rapporto che questi due sensi di colpa hanno con altre emozioni, per esempio la colpa deontologica sembrerebbe che abbia una stretta connessione con il disgusto, mentre la forma altruistica con il vissuto di pena.

Questa duplice visione del sentimento di colpa consente una maggiore comprensione di altri fenomeni (come per esempio del cosiddetto “omission bias”, ovvero la tendenza sistematica a favorire un atto di omissione rispetto a uno di commissione) e ha importanti implicazioni circa la psicologia clinica, come per esempio nella comprensione del disturbo ossessivo- compulsivo, in cui svolge un ruolo cruciale la colpa deontologica, e di alcune forme di reazione depressiva per cui sembra essere rilevante la colpa altruistica.

Una comprensione più approfondita dei disturbi consente di sviluppare interventi psicoterapici che mirino specificatamente al tipo di colpa che potrebbe essere alla base delle problematiche presentate, garantendo in questo modo una maggiore possibilità di successo terapeutico, ossia di raggiungimento e mantenimento degli obiettivi prefissati. L’approfondimento proposto dai due autori, consente quindi non solo di comprendere meglio le determinanti psicologiche e le implicazioni cliniche dei due sensi di colpa, ma offre anche la possibilità di sviluppare interessanti spunti di riflessione sulle implicazioni psicoterapiche e sulle future possibili ricerche.

Per approfondimenti


https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fpsyg.2021.651937/full