A bischero sciolto

di Giuseppe Romano

Un’espressione che, talvolta, amava usare Roberto Lorenzini, che mi è rimasta impressa e che simpaticamente mi fa pensare al suo sguardo e al suo sorriso, mentre lo dice, aspettandosi una reazione divertita da parte di chi lo ascolta.

Roberto era così: diretto, semplice, schietto, con la sua ironia che colpiva e faceva riflettere, ma che, spesso, capivi qualche istante dopo.

Allora anche io, a bischero sciolto, voglio raccontare un po’ di lui, ricordare un po’ di lui con me, raccontare un po’ di noi.

Voglio un bene enorme a Roberto.

Il suo insegnamento e la sua presenza, nella mia vita, vanno oltre la “semplice” importanza che ha avuto come didatta.

Mi ha aiutato a diventare un uomo prima ancora che un terapeuta.

Mi ha sostenuto, soprattutto durante gli anni della mia formazione, in modo rispettoso e attento delle mie necessità, attento alla persona che ero, alle mie fragilità e ai miei limiti, non facendomi mai percepire di essere in debito con lui… e invece gli devo tanto.

Roberto ti capiva e sapeva usare le giuste parole per starti vicino in modo discreto, il suo supporto era fondamentale e ti arrivava dritto e profondo e in quei momenti, chiudendo la conversazione o leggendo tra le righe del suo messaggio o della sua mail, mi accorgevo che mi stava dicendo proprio quello che mi serviva. Ed era così, con me, sia come didatta che come collega e amico.

Sapeva trarre da qualsiasi avventura e disavventura un’occasione, uno spunto, per elaborare una possibile teoria, per dare origine a una riflessione clinica, per delineare una nuova manovra terapeutica.  Mi ha insegnato ad avere un atteggiamento aperto e curioso, nei confronti dei pazienti, ad essere benevolo e rispettoso verso le idee altrui: anche quella che può sembrare un’apparente conclusione inutile, merita di essere ascoltata perché è frutto di riflessione e impegno, perché il processo di ragionamento è più importante del risultato a cui si è giunti.

Sono tanti e preziosi i ricordi insieme: le sere, dopo una cena con Brunella, Andrea e Luigi, a discutere di “credenze dolenti” e “teorie naïve”, i capitoli scritti a 4 o 6 mani, i viaggi in macchina verso Grosseto, verso le sedi dei congressi SITTC o il Forum di Assisi, le mail di supervisione che scriveva alle 4 di notte e che leggevo la mattina appena sveglio.

Estote parati: da bravo formatore e capo scout, ce lo hai fatto capire almeno altre due volte che dovevamo essere pronti a questo momento, ma non è così, non sono pronto… lasci un vuoto incolmabile.

Che cos’è la felicità

di Carlo Buonanno

Topolino, Faust e la promozione di emozioni positive in età evolutiva

Se vi chiedessero di scegliere tra l’elisir di lunga vita e la felicità, cosa scegliereste? Io avrei scelto Mickey Mouse. Topolino non è un bambino, non è sposato e non ha nemmeno uno zio ricco. Pippo, fedele e stralunato come Pluto, è l’amico che, maldestro, gli guarda le spalle. Topolino è un adolescente e non sarà mai nonno, è integerrimo, ha l’anima del detective delle cause impossibili e aiuta il commissario Basettoni a incastrare Gamba di Legno o Macchia Nera.
Topolino è felice, ma ha lo sguardo offuscato e lotta con i demoni per una somma virtù. Ma che cos’è che lo rende così sorridente? È davvero felice? Ed è possibile diffondere la felicità come un contagio benefico?
Recentemente è stata pubblicata una ricerca condotta su un campione di adolescenti con Disturbo Specifico di Apprendimento (DSA), che nel titolo promette di rispondere in parte alla domanda. Lo studio è stato realizzato da Caterina Villirillo, Claudia Perdighe, Elena Cirimbilla e Gilda Franceschini, psicologhe e psicoterapeute della Scuola di Psicoterapia Cognitiva e Associazione di Psicologia Cognitiva di Roma. Si tratta di uno studio pilota che ha l’obiettivo di valutare l’efficacia di un protocollo sperimentale di promozione del benessere, che mira a migliorare la qualità e la quantità delle relazioni interpersonali negli adolescenti con DSA. Il protocollo è nato da una duplice riflessione. Le relazioni interpersonali soddisfacenti, in particolar modo con i pari, hanno un ruolo critico per la felicità in età evolutiva e, dunque, anche nei ragazzi con DSA; nell’80% dei casi, i ragazzi con DSA manifestano problematiche di tipo relazionale, laddove la presenza di un buon supporto sociale è un fattore di protezione per la salute mentale. Ma di quale felicità si parla? La felicità intesa come “eudemonia”, vale a dire connessa a una valutazione globale di sé come persona virtuosa e che vive in linea con i propri valori morali. Proprio come Topolino.
Anche Faust, insidiato da Mefistofele e guardato da Dio con ammirazione per lo stesso motivo, supera i limiti della conoscenza, conducendo una vita dedita allo studio e alla virtù. Questa è una felicità che ha uno scopo, motore della condotta individuale e fondamento della morale. Non una felicità effimera, infantile, che si consuma rapidamente nell’attimo in cui si scioglie in bocca il sapore di una caramella, ma una felicità pratica e impegnata. In questi termini, la felicità coincide con uno stato di benessere e soddisfazione che si esprime sia nella presenza di emozioni positive sia, soprattutto, nel buon funzionamento psicologico, inteso come capacità di mettere in atto quotidianamente comportamenti che favoriscono il benessere e riflettono i propri valori. Contro ogni pregiudizio, questo tipo di felicità sembra essere tipico degli adolescenti, mentre nei bambini la felicità è edonica, legata agli aspetti concreti del piacere quali il gioco, le attività di gruppo, il numero di amicizie, le frequenze delle visite agli amici. E a proposito di praticità, gli ingredienti che in età evolutiva correlano con la felicità si dispongono lungo una gerarchia concreta che vede all’apice le relazioni interpersonali con i coetanei e poi l’autonomia, la competenza, avere una buona autostima, avere un sistema di valori da perseguire, avere un locus of control interno. Il protocollo sviluppato dalle autrici è stato realizzato assemblando tecniche di tipo cognitivo-comportamentale standard con procedure mutuate dall’Acceptance and Commitment Therapy. Il protocollo si sviluppa in dieci sedute a cadenza settimanale, più due di follow-up a cadenza quindicinale e si divide in tre fasi:

  • La prima fase, “Conosco me stesso e i miei valori”, è dedicata alla promozione della consapevolezza dei punti di forza e di debolezza del soggetto e alla condivisione di obiettivi da raggiungere in riferimento ai propri valori.
  • La fase centrale, “Mi impegno a perseguire i miei valori e i miei obiettivi”, è focalizzata sull’individuazione di micro-obiettivi da raggiungere settimanalmente, allo scopo di realizzare gli obiettivi stabiliti nella fase precedente. In questa fase, una parte importante è dedicata sia alla ristrutturazione di eventuali credenze disfunzionali, sia all’acquisizione di abilità assertive.
  • La fase conclusiva, “Io più abile socialmente e consapevole delle mie risorse”, consiste nella valutazione degli obiettivi raggiunti e nella generalizzazione delle competenze apprese.

Dall’analisi qualitativa dei dati pre e post-trattamento emerge una significativa riduzione dei sintomi di ansia e depressione rilevati nella fase di pretrattamento, un aumento dell’autostima e dell’autoefficacia e un aumento della qualità e della quantità dei rapporti interpersonali. Inoltre, dai risultati è emerso un miglioramento significativo nel rendimento scolastico. Le abilità acquisite sono confermate anche al follow-up di un mese. In definitiva, pare che l’adolescenza sia la vera età della ragione e la felicità è roba terribilmente impegnata. Tra un’indagine di Topolino e la dura ricerca di Faust, oltre i limiti della conoscenza.

Per approfondimenti

Villirillo, C., Perdighe, C., Cirimbilla, E., & Franceschini, G. (2021). Promuovere la felicità: uno studio pilota con un campione di ragazzi con Disturbo Specifico di Apprendimento. Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale, Italian Journal of Cognitive and Behavioural Psychotherapy, 27(1) pp 17-44.

Manuale di “Psichiatria Territoriale”

di Federica Rossi

Il manuale “Psichiatria Territoriale” rivolto a tutti gli operatori della salute mentale inizia con un interessante documento volto a far riflettere sull’attuale principio organizzativo per l’assistenza psichiatrica dei nostri Servizi di Salute Mentale, basati sul modello di riduzione della sintomatologia. Seppur l’organizzazione dei servizi basata sulla riduzione dei sintomi sia valido e utile, non tiene conto però di un fattore: quello esistenziale. D’altronde, l’avvento della formulazione transindromica della psicopatologia che combina approcci categoriali e dimensionali, ci porta pertanto a riflettere sulla considerazione che il disagio psichico non ruota solo intorno ai sintomi ma si concentra anche su altri fattori, come quelli sociali, di esposizione ambientale, comportamento e funzionamento. Questo quadro transindromico è pertanto incentrato sul paziente.  Dunque nel documento si evidenzia la necessità di modelli innovativi di integrazione dell’assistenza psichiatrica e sociale, enfatizzando il ruolo e riconoscendo l’importanza del dominio esistenziale. Portare insieme in un unico servizio la prospettiva medica di “riduzione dei sintomi” e quella esistenziale di “vita significativa” rimane comunque una grande sfida (Anthony, 1993; Boevink, 2012). Il manuale è suddiviso in cinque parti, partendo dal concetto di diagnosi per arrivare al lavoro in team in psichiatria, passando per le tecniche e modelli di intervento. Nella prima sezione il focus è sui nuovi modelli dei disturbi mentali e sul processo diagnostico; con una particolare attenzione al processo di recovery: “speranza, ripresa del controllo, accesso alle opportunità di costruire una vita al di là della malattia”. Un modello orientato alla recovery che da priorità agli obiettivi propri della persona, alla cooperazione e al valore dell’esperienza vissuta, richiederebbe un cambiamento nel sistema della salute mentale. Vengono esaminati pertanto alcuni approcci evidence based dedicati alla recovery come: il supporto tra pari, l’autogestione e i piani congiunti di crisi, gli approcci di IPS, Housing First, sostegno alle famiglie e recovery college. La seconda sezione è dedicata all’organizzazione dei servizi, focalizzando l’attenzione sulla necessità di una costruzione di rete e di integrazione in politica sanitaria e psichiatria.  Nella terza e quarta sezione il manuale si concentra sulle tecniche di intervento e modelli di interventi integrato in popolazioni speciali e complesse. Innovativo all’interno di questa sezione è il capitolo su Stati Mentali a rischio ed esordi psicotici in adolescenza e preadolescenza. L’individuazione precoce di bambini e adolescenti con rischio di esordio psicotico consente di migliorare il decorso clinico riducendo la sintomatologia e favorire un discreto inserimento all’interno della comunità. Nell’ultima sezione viene enfatizzata l’importanza del lavoro in team in psichiatria, non solo la necessità di lavorare in équipe ma anche la necessità dell’integrazione dei servizi psichiatrici con gli enti territoriali come i comuni, le autorità giudiziarie e con le agenzie per gli inserimenti lavorativi. Questa necessità di interazione con le agenzie territoriali è sempre più orientata ad un servizio territoriale per la salute mentale orientato alla recovery.

http://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/autori-vari/psichiatria-territoriale-9788832852950-3436.html

Per consultare l’indice

Una vita degna di essere vissuta

di Alessandra Iannucci

Semplice raccontare l’ascesa, ma una volta in alto è facile dimenticare da dove si è partiti.

Sembra impossibile pensare che la terapia comportamentale di maggiore efficacia per il trattamento dei pazienti borderline, trovi il suo fondamento all’interno di un Istituto psichiatrico. Nella promessa di una giovane adolescente disregolata: “trascinata come selvaggina da cattura, in una camicia di forza nei sotterranei maleodoranti” dell’Institute of Living. Quella giovane ragazza di 18 anni “una delle pazienti più gravi dell’ospedale” era Marsha M. Linehan.

Marsha è oggi ricercatrice, Psicologa e Psichiatra di fama internazionale che ha concretizzato la Dialectical Behavior Therapy (DBT), il trattamento comportamentale di elezione, basato sull’evidenza scientifica, per pazienti con tendenze suicidarie ed autolesive. Ancora una volta, questa donna, inclusa nel 2018, in un numero speciale della rivista Time: “I grandi scienziati. I geni che hanno trasformato il nostro mondo”, si mette a nudo, in tutta la sua autenticità e con tutte le sue fragilità. Espone con audacia il racconto di una conciliazione dell’inconciliabile.

Una discesa all’inferno ed un giuramento a dio che ha guidato tutta la sua vita: uscirne per aiutare le persone più infelici del mondo. Pazienti suicidari, in cui la morte appare l’unica vera opzione. Persone che, anche nel rapporto terapeutico si sentono profondamente sbagliate quando gli si chiede di cambiare e non aiutate o abbandonate quando gli si chiede di accettare.

La sintesi perfetta di questa vita di tensione, tra tesi ed antitesi, fede e scienza, malattia mentale e cura, è la DBT, nella dialettica dinamica e continua tra obiettivi terapeutici opposti: l’accettazione di sé stessi e della propria situazione e la spinta verso il cambiamento.

I clinici dell’epoca, non avevano ancora colto l’importanza di raccogliere prove di ricerca, per poi sviluppare trattamenti basati su evidenze scientifiche. Le terapie del freddo e l’isolamento prolungato, sembravano gli unici interventi di elezione per la cura di pazienti disregolati come Marsha, che spesso, finivano per rinforzare il comportamento patologico.

Con il suo modo di pensare, diverso e fuori dagli schemi, Marsha, da paziente a ricercatrice clinica, ribalta le prescrizioni terapeutiche in auge. Esce dai confini terapeutici spazio-temporali del setting. I terapeuti non potevano mostrare la propria personalità, non suggerivano mai ai pazienti cosa fare, lei sì. Mette a punto un trattamento in cui il terapeuta potesse essere sé stesso ed insegnare ai propri pazienti delle abilità, per trasformare una veramente infelice, in una “vita degna di essere vissuta”.

Combina psicoterapia individuale, training di gruppo e lavoro di Team. Integra la pratica orientale Zen e include la mindfulness.

Ma non è solo la storia di una malattia, di una cura e di una rinascita; è la storia di una donna che si fa strada in un ambiente di soli uomini, di una scienziata, di una persona spirituale e di una madre americana. La storia di una figlia, che si sente sola in una famiglia numerosa e di una famiglia che vuole trasformare un tulipano in una rosa. Una storia di fede e perseveranza.

È un insegnamento a lasciar perdere battaglie che non si potranno vincere ed anche alcune che si potranno vincere; a non curarsi di essere nel giusto anche quando si ha ragione; a fare qualcosa che non si vorrebbe fare, solo perché è necessario.

La promessa è stata mantenuta. Il cerchio si chiude dove tutto è iniziato, all’Institute of Living, dove Marsha per la prima volta, dopo decenni di segretezza, il 18 giugno 2011, decide di rendere pubblica la propria storia, per non morire da codarda.

Un grande messaggio di speranza, “Se sono riuscita a farlo io, potete farlo anche voi”.

http://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/marsha-linehan/una-vita-degna-di-essere-vissuta-9788832852745-3425.html

Su la mascherina, giù la maschera

di Benedetto Astiaso Garcia

Finito il carnevale le maschere si abbassano, permettendo a ogni ferita di divenire una medaglia

Il Covid-19 accompagna attualmente l’uomo moderno, stanco viandante, nel viaggio della vita, rendendo il suo zaino sempre più pesante, le sue gambe affaticate, la sua testa un groviglio di rovi. Ricordi, pensieri, emozioni e sensazioni somatiche vengono riattivate dal più grande fattore di stress che la società moderna abbia mai dovuto fronteggiare a partire dal secondo dopoguerra. Monetina che cade dentro un pozzo, la pandemia sviluppa, infatti, un rumore assordante dentro ogni persona, fungendo da cassa di risonanza per tutto ciò che vi era sepolto (ansia, solitudine, vulnerabilità umorale, isolamento sociale, preoccupazione per il proprio stato di salute, abbandono, senso di colpa, rabbia, sospettosità interpersonale).

Vestiti solo di una mascherina ben aderente al viso, si genera in noi la scoperta di una precarietà psicologica che a lungo le strategie di coping (meccanismi psicologici messi in atto per fronteggiare problemi emotivi), hanno sommerso: eccoci nudi di fronte a uno specchio a contemplare le ferite della nostra storia, costretti a entrare in una realtà non sempre facile da fronteggiare.

Obbligato a scendere dalla ruota all’interno della quale amava correre, il criceto si rende conto della gabbia in cui abita da tempo. L’alienante velocità cede il passo alla riflessione, l’illusione cala il suo velo, i processi di negazione vengono meno. La vita diviene un video in modalità slow motion, capace di far osservare con maggior dettaglio ogni piccolo particolare… Il tempo si fa denso scorrendo sul calendario, al pari di un farmaco anti reflusso che scivola sornione nella gola… La qualità pixelata dei colori lascia il posto a un innovativo HD, tanto luminoso da guardare quanto destabilizzante, poiché poco abituati a farlo.

La percezione di sé, della propria vita passata e della qualità relazionale appare improvvisamente maggiormente definita, illuminata, al punto da poter abbagliare. Come cera al sole la maschera si scioglie, permettendo di vedere i propri demoni, nucleari e profondi, tanto vicino da dover rievocare il detto dantesco “ecco il luogo dove conviene armarsi di coraggio”. È proprio attraverso il coraggio che fissare il sole diviene l’unica modalità per prendere consapevolezza della propria vita, per lavorare sui propri vissuti e accettare ciò che a lungo è stato nascosto da una narcotizzante e narcisistica modalità di affrontare la realtà.

Il Covid-19 ha aperto il vaso di Pandora, lasciando fuoriuscire i veri mali che affliggono l’uomo e che fino a poco fa erano più o meno goffamente celati. La relazione, seppur stravolta, diviene asse portante di un mondo che scricchiola: finito il carnevale prendiamo atto di noi stessi e dell’altro, percependo la pericolosità di poterci rendere conto di chi siamo realmente.

Conviene veramente prendere atto di chi siamo? Occorreva davvero aprire il vaso di Pandora? Questa volta la storia ha scelto per noi, ponendoci in una condizione tanto delicata quanto privilegiata. L’individuo si avvicina a sé, ricominciando a sentire i profumi della propria storia: questo perché, al pari di quando si osserva un’opera impressionista, la qualità delle proprie relazioni viene compresa meglio solo ponendosi a una certa distanza. Forse realmente per aggiustarci dobbiamo prima romperci in mille pezzi… Forse realmente una ferita che pensavamo avesse smesso di sanguinare è una nuova occasione di crescita, individuale e relazionale.

Ade ha rapito Proserpina, ma, come racconta il mito, la primavera è sempre destinata a tornare. Come diceva il poeta Pablo Neruda, “potranno recidere tutti i fiori ma non potranno fermare la primavera”. Speriamo che in quel momento non avremo solamente il desiderio di toglierci una scomoda mascherina per rimettere la nostra comoda maschera.

 

“Genitori e Poi” per rompere i tabù

di Federica Brindisino e Marta Clary

Un progetto per scardinare i pregiudizi sul tema della genitorialità, favorendo la cultura del benessere con un approccio innovativo

La gravidanza e il post parto rappresentano per la donna, per l’uomo e per la coppia un periodo delicato della vita che necessita di un adattamento continuo. È una fase in cui avvengono una serie di mutamenti di tipo fisico, mentale e pratico che causano delle conseguenze sia sul singolo individuo sia sulla relazione di coppia: si esperiscono emozioni positive ma si affrontano anche momenti carichi di tensione, pensieri ed emozioni spiacevoli, dubbi e insicurezze verso sé stessi, verso i propri affetti e verso il nascituro. Spesso è difficile esternare questi vissuti poiché intervengono emozioni quali vergogna e senso di colpa, ci si sente “sbagliati”, diversi da tutti quei genitori che si mostrano felici e soddisfatti per il semplice fatto di aver concepito un figlio.

Affinché questo periodo possa davvero essere vissuto come un’esperienza positiva, diventa necessario affrontare la genitorialità con consapevolezza. Per genitorialità consapevole si intende una conoscenza accurata e approfondita non solo dei cambiamenti fisici e biologici che riguardano la gravidanza e il parto, ma anche degli aspetti riguardanti l’umore, i cambiamenti dei ruoli all’interno della coppia e della famiglia di origine, la nuova riorganizzazione del lavoro, gli aspetti psicologici individuali e di coppia, e tanto altro ancora.

“Genitori e Poi” è un progetto che nasce dall’esperienza personale e professionale di due ex allieve delle Scuole di Psicoterapia Cognitiva di Roma e Lecce, e che si concretizza con la vincita di un bando finanziato dalla Regione Puglia.

L’obiettivo è di sradicare i pregiudizi e i tabù socio-culturali che ancora ruotano attorno al tema della genitorialità e che possono rappresentare un freno per tante mamme e papà, sino ad avere un ruolo nello sviluppo psico-fisico del figlio quando interferiscono nel corretto svolgimento della gravidanza e del post parto. L’intento è di lavorare ogni giorno per cambiare il significato di “normale”, un concetto che non esiste nella vita vera, così come non esiste il genitore perfetto, ma piuttosto il genitore assalito da dubbi, incertezze e a volte anche dalle difficoltà. Il progetto agisce dunque a tutto campo, partendo dagli incontri di gruppo rivolti a neo o futuri genitori, singolarmente o in coppia, fino ad arrivare alla formazione specifica rivolta al personale sanitario, a psicologi e psicoterapeuti anche non del settore, ad associazioni, scuole, università, enti pubblici e privati.

Fra i temi affrontati durante i percorsi di accompagnamento alla gravidanza, alla nascita e alla genitorialità e nei programmi di formazione, vi sono: i timori e le ansie per un figlio che non arriva, i dubbi e le difficoltà durante l’attesa di un figlio, la sensazione di impotenza davanti al proprio corpo che cambia, la paura del parto, le emozioni che si addensano dopo il parto e la difficoltà nel gestirle, la delusione e la frustrazione per non essere quei genitori perfetti e felici che ci si immaginava, i cambiamenti inevitabili e inaspettati nelle coppie di neo genitori, come la sessualità e le difficoltà comunicative e di gestione dei ruoli, la gestione della carriera professionale dopo l’arrivo di un figlio, le difficoltà con la gestione del pianto e del sonno del neonato, l’allattamento, le modifiche dei rapporti sociali con amici e parenti, le molteplici sfaccettature che riguardano il ruolo del padre.

In questo senso, “Genitori e Poi” si propone come punto di riferimento per cambiare radicalmente prospettiva, migliorare il modo di vivere la genitorialità dalla decisione di diventare genitori al post nascita, riconoscere, affrontare e sconfiggere sentimenti quali ansia, paura, inadeguatezza, impotenza, avere a disposizione uno spazio libero da pregiudizi, giudizi e condizionamenti, che non intenda il supporto nel senso stretto di “cura” ma come strumento per migliorarsi, conoscersi meglio, ottimizzare le proprie possibilità di genitore e di individuo, promuovere la cultura del benessere psicofisico e della genitorialità consapevole, essere al servizio delle esigenze individuali e familiari, e supportare il mondo inesplorato dei papà, troppo spesso considerati figura marginale della coppia senza particolari bisogni, desideri, emozioni, diritti e doveri.

Tutte le sfumature della genitorialità fin qui elencate portano quindi a riflettere sul fatto che questa fase dell’esistenza, dal momento del concepimento in poi, non è sempre l’esperienza fantastica e felice che tutti si aspettano e desiderano, ma come tutte le fasi della vita può attraversare dei momenti bui.

Un professionista del periodo perinatale, attraverso la prevenzione e con un intervento precoce, può accompagnare le madri e i padri, singolarmente o in coppia, a capire cosa sta accadendo e superare le difficoltà esperite, così come ottimizzare il potenziale e prevenire eventuali scompensi. Lo scopo è quello di riuscire a vivere serenamente e autenticamente l’esperienza della gravidanza prima e della genitorialità poi, e gettare le basi per una relazione sana con il proprio bambino.

Il proposito è che ogni neo o futuro genitore possa sentirsi accolto nelle proprie individualità, compreso e sostenuto in assenza di giudizio, e spronato a crescere e a valorizzarsi per il bene proprio, della coppia e dei figli.

Per Approfondimenti:

www.genitoriepoi.it

Marcoli, A. (2009). E le mamme chi le aiuta? Milano: Mondadori Editore
Milgrom, J., Ericksen, J. et al. Diventiamo mamma e papà. Manuale pratico: dalla gravidanza al primo anno di vita del bambino. Trento: Edizioni Erikson
Quatraro, R. M., Grussu, P. (2018). Psicologia clinica perinatale. Dalla teoria alla pratica. Trento: Edizioni Erikson

Foto di Anna Shvets da Pexels

Fuori da me

di Giuseppe Femia

Superare il disturbo di depersonalizzazione

La depersonalizzazione è una manifestazione che spesso viene trascurata in fase di valutazione o non riferita per vergogna e timore dai pazienti. È di difficile riscontro nella pratica clinica perché spesso si costituisce come fenomeno trasversale e trans-diagnostico.

La sensazione di essere distaccati, estranei a sé stessi, al proprio mondo, di avvertire una non integrazione fra corpo e mente è un fenomeno di matrice dissociativa che si associa a diversi disordini e che, in taluni casi, può costituirsi in un vero e proprio disturbo. I pazienti che ne soffrono spesso riferiscono di sentirsi lontani dalle proprie emozioni, di avere pensieri di natura esistenziale e di chiedersi: “Perché viviamo? Sono davvero io? Esistiamo veramente?”.

La storia di M., 32 anni, sofferente a causa di un disturbo di panico con agorafobia e un vissuto depressivo di natura secondaria, può aiutare a comprendere la depersonalizzazione. Durante le sedute, mi riferisce: “Alle volte ho la sensazione di vivere la vita in modo meccanico, nessuno mai riuscirà a capirmi!”. Si chiede: “Potrei dissolvermi? Potrei non essere più padrone dei miei pensieri? Impazzire?”. E ancora: “Alle volte per sentire che esisto devo pizzicarmi molto forte una parte del corpo”.
Tali sensazioni di irrealtà e disorientamento si accompagnano spesso a fenomeni di ruminazione mentale di tipo ansioso/fobico, di tipo rabbioso, ai pensieri ossessivi di natura intrusiva o in risposta a vissuti depressivi e problemi di disregolazione emotiva, oppure, cosa ancor più frequente, in risposta a eventi traumatici che rimangono irrisolti.

Nel libro “Fuori da me”, le autrici Katharine Donnelly e Fugen Neziroglu, con il contributo di diversi clinici, forniscono una definizione chiara dei fenomeni di depersonalizzazione, chiariscono la diagnosi differenziale e le possibili comorbidità ma soprattutto, mediante una serie di vignette cliniche, descrivono la fenomenologia e le diverse tecniche di intervento di possibile applicazione rispetto ai fenomeni di depersonalizzazione.

Si parla delle tecniche di ristrutturazione cognitiva standard in cui ai pensieri automatici si risponde con risposte alternative e funzionali mediante un ragionamento socratico che si contrappone alla generalizzazione; delle tecniche di defusione e di esposizione e prevenzione della risposta; di mindfulness o di altri interventi di accettazione e di protocolli di psicoterapia a partire da un modello di derivazione dialettico comportamentale. Il testo fornisce una serie di schede pratiche di applicazione e di esercizi che certamente possono essere di aiuto durante il trattamento di tali manifestazioni e nella condivisione con il paziente del funzionamento del disturbo, oltre che nella fase di spiegazione del lavoro che si intende intraprendere.

Fra le diverse pratiche proposte, troviamo il “Flooding Statement”, un esercizio immaginativo di tipo narrativo che cerca di indagare lo scenario temuto e sollecita il paziente a riflettere e decentrasi dalle sue paure.

Ad esempio, il signor M. descrive le sue sensazioni di depersonalizzazione e le paure che ne derivano: “È un appannamento mentale che diventa una disintegrazione, che mi fa cadere a pezzi come un mosaico quando si toglie il primo di una lunga serie di tasselli tutti collegati tra loro, gli uni con gli altri, e che porta alla disintegrazione totale di me stesso, della mia figura, della mia mente, del mio spirito, della mia anima. Sentirsi a pezzi nel profondo, vuoto, svuotato, distrutto, morto dentro. La paura è convivere per sempre con  queste condizioni o peggio ancora, quella di non sentire più niente se non il vuoto”.
Questo tipo di tecnica porta il paziente a immergersi e a sperimentare la situazione che più lo spaventa. Tale immersione favorisce uno scambio fra paziente e psicoterapeuta circa le sensazioni e le paure riportate e una riflessione sull’infondatezza e l’improbabilità di taluni scenari, avviando un processo di ristrutturazione cognitiva degli errori di ragionamento, del pensiero catastrofico, oltre che di modulazione dei vissuti di ansia e angoscia che ne derivano. Il Flooding Statement espone quindi il paziente a vivere uno stato di attivazione ansiosa con lo scopo di condurlo ad acquisire una maggiore abilità di gestione emotiva.

Oltre a essere una lettura piacevole e innovativa, “Fuori da me” rappresenta una buona opportunità per il clinico che si trova ad affrontare sintomi e disagi legati alla depersonalizzazione, per conoscere e approfondire alcune tecniche che possono essere utilizzate in relazione a questo tipo di disagio. Inoltre, si mostra utile per chi ne soffre e si sente pertanto incompreso.

Foto di Pouria Teymouri da Pexels

Rischio suicidario e pandemia globale

di Marco Saettoni e Silvia Timitilli

Il distanziamento fisico equivale al distanziamento sociale?

Per contenere e prevenire la diffusione del virus Covid-19, sono state messe in atto azioni di sanità pubblica senza precedenti. Se da una parte si spera che tali interventi siano utili nel fronteggiare questa emergenza, dall’altra si teme per le ricadute sul futuro: uno degli ambiti più colpiti sarà l’economia, ma un rischio riguarderà anche il settore della salute mentale, con particolare riferimento al rischio suicidario.

Gli ultimi dati Istat indicano una diminuzione del suicidio in Italia: se nel 1995 sono stati registrati 8,1 casi ogni 100.000 abitanti, dieci anni dopo, nel 2015, la media si è abbassata a  6,5 casi, dato che colloca il nostro Paese tra gli Stati europei con il minor tasso di suicidi. Il fenomeno interessa in misura prevalente gli uomini rispetto alle donne (77,9% contro il 22,1%) e le fasce di popolazione di età più elevata (dai 45 anni in su) con un basso livello di istruzione (14,8 %).

Dati più recenti provengono dagli Stati Uniti: nel 2017 il suicidio ha costituito la decima causa di morte e tra il 2006 e il 2015 si è assistito a un incremento dei tassi di incidenza del 10%, che ha interessato, in particolare, donne, adolescenti e adulti di età compresa tra i 65 e i 74 anni. L’incremento dei tassi di suicidio è risultato, inoltre, uno dei fattori che ha giocato un ruolo nella riduzione dell’aspettativa di vita media ed è proprio all’interno di questo contesto che l’emergenza Covid-19 ha colpito questo Paese.

Dinnanzi alla pandemia, appare dunque opportuno chiedersi quale possa essere l’impatto delle misure di contenimento e prevenzione del contagio sul rischio suicidario, un ambito in cui la ricerca ha sempre sottolineato l’importanza di approfondire la conoscenza dei fattori di rischio e protettivi, elementi centrali per implementare interventi di prevenzione efficaci.

I dati in letteratura sottolineano la centralità del contatto sociale come elemento chiave nella prevenzione del suicidio: le persone che presentano ideazione suicidaria sono soggetti che hanno una scarsa rete di supporto sociale e che, quando incrementa il rischio di attuazione del suicidio, tendono a isolarsi ulteriormente e a ridurre al minimo (fino a interrompere) qualunque tipo di relazione sociale. Le misure di distanziamento sociale possono quindi incrementare il rischio suicidario, riducendo le occasioni effettive di contatto, favorendo l’isolamento sociale e compromettendo, al contempo, la percezione della disponibilità al contatto anche laddove questo fosse possibile.

A causa delle restrizioni imposte dalle misure di contenimento, l’accesso ai servizi di salute mentale può apparire difficoltoso (appuntamenti annullati, notizie di reparti sovraffollati, importanti operazioni chirurgiche rimandate o annullate), veicolando una percezione di assenza di supporto professionale anche quando questo risulterebbe strettamente necessario.

Anche la potenziale ripercussione negativa della pandemia sul piano economico costituisce un ulteriore elemento di rischio: la ricerca evidenzia come le recessioni economiche siano generalmente associate a tassi di suicidio più elevati rispetto a periodi di relativa prosperità.

All’interno di questo quadro, quali sono gli interventi di prevenzione possibili?

Agire sulla percezione della disponibilità del contatto sociale appare un elemento chiave negli interventi di prevenzione, dal momento che il distanziamento fisico non equivale necessariamente a un distanziamento sociale. Utili, in tal senso, risulteranno gli interventi volti a mantenere e a promuovere il contatto con altri significativi tramite telefono o video, l’erogazione in via telematica dei servizi di salute mentale e il ricorso ad interventi evidence-based di prevenzione del suicidio progettati per essere gestiti in remoto, come brevi contatti telefonici e le cosiddette “Caring Letters”.

Foto di Markus Spiske da Pexels

Per approfondimenti:

Reger M.A., Stanley I.H., Joiner T.E. (2020). Suicide Mortality and Coronavirus Disease 2019 – A Perfect Storm? JAMA Psychiatry

Wang J., Summer S.A., Simon T.R., Crosby A.E., Annor F.B., Gaylor E., Xu L., Holland K.M. (2020). Trends in the Incidence and Lethality of Suicidal Acts in the United States, 2006 to 2015. JAMA Psychiatry

Come applicare le tecniche della Schema Therapy nel trattamento dei pazienti con disturbo di personalità?

di Elena Bilotta

Una serie di video spiegano l’applicazione della Schema Therapy nella pratica terapeutica

Quante volte durante il percorso di formazione in psicoterapia o durante un corso di aggiornamento, dopo aver ascoltato la spiegazione di una tecnica, dopo aver letto articoli e volumi che la descrivono, ci si sente comunque incerti e insicuri nella sua applicazione? E quante volte, proprio a causa di questa incertezza, si finisce per rinunciare alla sua applicazione, nonostante sia magari anche di comprovata efficacia?

Proprio per ovviare a queste problematiche che riguardano sia terapeuti alle prime armi sia quelli più esperti, l’Istituto Olandese di Schema Therapy ha creato una serie di video si cui alcuni sono stati recentemente sottotitolati in lingua italiana (a cura di Barbara Basile) dalla Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC).

In una prima serie di video raccolti nel cofanetto “Schema Therapy: Step by Step”, novantuno vignette cliniche descrivono e rappresentano specifiche tecniche e modalità di intervento nell’intervento con una paziente con un disturbo di Personalità Borderline. I video mostrano inoltre tipici momenti di empasse nel trattamento o difficoltà nella gestione del paziente, insieme a proposte di soluzioni da parte del terapeuta.

Ampio spazio viene lasciato alla spiegazione e descrizione dell’uso di tecniche esperienziali come l’Imagery (utilizzate anche in altri approcci terapeutici diversi dalla Schema Therapy), tra le quali l’Imagery diagnostico e l’Imagery with rescripting, particolarmente utili ed efficaci per la gestione di schemi disfunzionali e identificazione di bisogni emotivi non soddisfatti, o il lavoro con le sedie, per aiutare il paziente a fare esperienza delle parti,  o mode, e che si possono attivare in momenti problematici e a gestire questi in modo più funzionale.  Un’altra parte delle vignette è incentrata sugli aspetti relazionali attivi nella relazione terapeutica. Vengono mostrati gli interventi di confronto empatico e limited reparenting che permettono di creare una salda alleanza terapeutica e di riparare momenti di rottura relazionale.

Buona visione!

Potete trovare e acquistare i video al seguente link:
Schema Therapy Step by Step