Come applicare le tecniche della Schema Therapy nel trattamento dei pazienti con disturbo di personalità?

di Elena Bilotta

Una serie di video spiegano l’applicazione della Schema Therapy nella pratica terapeutica

Quante volte durante il percorso di formazione in psicoterapia o durante un corso di aggiornamento, dopo aver ascoltato la spiegazione di una tecnica, dopo aver letto articoli e volumi che la descrivono, ci si sente comunque incerti e insicuri nella sua applicazione? E quante volte, proprio a causa di questa incertezza, si finisce per rinunciare alla sua applicazione, nonostante sia magari anche di comprovata efficacia?

Proprio per ovviare a queste problematiche che riguardano sia terapeuti alle prime armi sia quelli più esperti, l’Istituto Olandese di Schema Therapy ha creato una serie di video si cui alcuni sono stati recentemente sottotitolati in lingua italiana (a cura di Barbara Basile) dalla Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC).

In una prima serie di video raccolti nel cofanetto “Schema Therapy: Step by Step”, novantuno vignette cliniche descrivono e rappresentano specifiche tecniche e modalità di intervento nell’intervento con una paziente con un disturbo di Personalità Borderline. I video mostrano inoltre tipici momenti di empasse nel trattamento o difficoltà nella gestione del paziente, insieme a proposte di soluzioni da parte del terapeuta.

Ampio spazio viene lasciato alla spiegazione e descrizione dell’uso di tecniche esperienziali come l’Imagery (utilizzate anche in altri approcci terapeutici diversi dalla Schema Therapy), tra le quali l’Imagery diagnostico e l’Imagery with rescripting, particolarmente utili ed efficaci per la gestione di schemi disfunzionali e identificazione di bisogni emotivi non soddisfatti, o il lavoro con le sedie, per aiutare il paziente a fare esperienza delle parti,  o mode, e che si possono attivare in momenti problematici e a gestire questi in modo più funzionale.  Un’altra parte delle vignette è incentrata sugli aspetti relazionali attivi nella relazione terapeutica. Vengono mostrati gli interventi di confronto empatico e limited reparenting che permettono di creare una salda alleanza terapeutica e di riparare momenti di rottura relazionale.

Buona visione!

Potete trovare e acquistare i video al seguente link:
Schema Therapy Step by Step

Se la scuola è virtuale

di Emanuela Pidri

L’approccio didattico-motivazionale come strumento utile alla didattica a distanza

L’emergenza sanitaria in atto ha causato uno stop forzato portando inevitabilmente a ripercussioni negative anche sulle condizioni psicologiche dei bambini. Secondo una recente indagine dell’American Health Association, un bambino su cinque ha manifestato sintomi depressivi e stato di infelicità per via della mancanza di relazione con i coetanei; mentre secondo una ricerca pubblicata su Psychology Today, un periodo prolungato di desocializzazione scaturisce in un deficit di attenzione e capacità di espressione. Il protrarsi di tempo eccessivo davanti allo schermo può provocare deficit di sonno che possono aggravare il rischio di ansia e depressione. La ricerca, inoltre, conclude che l’eccesso di esposizione alle tecnologie potrebbe portare, nell’arco di cinque anni, a un aumento nel numero di alunni con problemi emotivi, sociali e comportamentali e con una riduzione dell’empatia. Per potenziare le capacità multitasking dei bambini attraverso lezioni a distanza, fondamentali per non perdere il rapporto con docenti e compagni di classe, potrebbe essere importante introdurre un approccio volto alla motivazione. L’approccio didattico-motivazionale è un approccio innovativo che pone la motivazione come obiettivo scolastico da perseguire nel processo di istruzione. Partendo da questa idea, occorre quindi pianificare interventi didattici specifici, comprendere quali scelte didattiche possono  creare ambienti on line di apprendimento motivanti, sviluppare e selezionare forme di insegnamento motivanti fruibili anche virtualmente. Un’azione didattica creativa e dotata di molteplici sfumature può prevenire la demotivazione degli studenti ed educare a un permanente interesse  ad apprendere anche se la didattica non può avvenire di persona ma tramite PC.

In letteratura sono presenti varie tecniche:

  • lo Student Teams Achievement Divisions è una tecnica che si basa sulle nozioni motivazionali di ricompensa di gruppo accessibili virtualmente (come ad esempio un voto in più sul compito), di pari opportunità, di successo e di responsabilità individuale. Implica la conduzione di gruppi di apprendimento lungo una sequenza di fasi: a) presentazione dei contenuti da apprendere, b) formazione dei gruppi, c) lavoro di gruppo anche tramite Whatsapp, d) risultati.
  • Il Jigsaw, letteralmente “gioco di costruzione ad incastro”, impegna i membri dei gruppi su livelli di compito diversi e ha il vantaggio di valorizzare tutti i componenti poiché offre a ognuno la possibilità di dare un contributo personale allo sviluppo della conoscenza su un determinato argomento.
  • Il Group Investigation può favorire lo sviluppo di un alto senso di responsabilità, processi cognitivi di autoregolazione, della capacità di presa di decisione e della disponibilità ad aiutarsi reciprocamente. L’obiettivo formativo è promuovere nello studente la capacità di auto-motivarsi non escludendo i feedback educativi positivi degli insegnanti poiché, sulla base di questi, gli alunni si costruiscono un’immagine di sé e si attribuiscono un valore. Le lezioni in videoconferenza, inoltre, favoriscono gli stimoli visivi e auditivi consentendo di restare in contatto con i propri docenti e compagni di classe, mantenendo un senso di continuità del percorso scolastico.

Nella sua strutturazione virtuale l’approccio didattico-motivazionale, con l’ausilio dei genitori, dovrebbe prevedere: attività ludiche che ricordino l’ambiente scolastico per non far pesare sui bambini l’assenza relazionale del gruppo classe; attività di recupero dei concetti di memoria culturale e tradizione familiare con lo scopo di combinare espressioni creative, rilassamento e azioni; attività motorie meglio all’aria aperta per garantire un corretto sviluppo psicofisico. È fondamentale non sopperire la routine, che aiuta a orientarsi a livello spaziale, relazione e temporale, sviluppando una sicurezza interna per compiere le semplici azioni quotidiane. Lo scopo ultimo è quello di garantire un ambiente di crescita graduale il più sano possibile con le risorse a disposizione, contenendo il Covid-19.

Per approfondimenti:

COMOGLIO M., CARDOSO M.A., (1996). Insegnare e apprendere in gruppo. Il Cooperative Learning. LAS Roma

SLAVIN R. (1980) Cooperative Learning. Review of Educational Research

Foto di Julia M Cameron da Pexels

Rischi psicologici dell’attore

di Marzia Albanese

Post Dramatic Stress e identificazione con il personaggio

Ogni fantasma, ogni creatura d’arte, per essere, deve avere il suo dramma, un dramma di cui esso sia personaggio e per cui è personaggio. Luigi Pirandello

New York, 22 gennaio 2008. Due donne trovano il corpo di un giovane inanime nella sua abitazione. È Heath Ledger, talentuoso attore australiano due volte candidato al premio Oscar. Da subito si pensa al suicidio. Le testimonianze raccolte intorno alla vita dell’attore non fanno che riportare un marcato cambiamento della personalità nel periodo antecedente al tragico evento: alterazione dell’umore, insonnia, trasandatezza nell’abbigliamento, forte irritabilità, abuso di droghe.
L’attore ventottenne, infatti, durante le riprese del film “Il cavaliere oscuro” della saga di Batman, sembra subire un forte stress legato al letale incontro tra le problematiche personali e familiari del periodo (separazione dalla moglie, timore di non avere la custodia della figlia) e la complessità del ruolo chiamato a interpretare nel suo nuovo film, quello di Joker.

Da sempre, il personaggio di Joker occupa un posto di spicco tra i villain del cinema internazionale, dovuto principalmente alla complessità dei suoi tratti psicologici. Nonostante le numerose diagnosi nel corso delle varie trasposizioni cinematografiche, come spiegato dallo stesso Ledger in una intervista, la psicopatia sembrerebbe essere stata il suo riferimento diagnostico per l’identificazione con questo personaggio, spingendo l’attore a chiudersi volontariamente per un intero mese in una camera d’albergo. Per meglio favorire il processo identificativo durante questo periodo, Ledger sembrerebbe aver richiamato alla mente, come emerge da un diario appositamente ideato, personali memorie relative all’infanzia con lo zio affetto da disturbo bipolare e con il nonno con la medesima sofferenza psichiatrica.

L’utilizzo di eventi dolorosi da parte dell’attore è uno dei metodi proposti nel processo di identificazione con un personaggio e trova un ruolo cruciale nel metodo proposto di Ivana Chubbuck, nota insegnante di recitazione a Los Angeles di stampo Stanislavskijano. La Chubbuck consiglia di utilizzare avvenimenti personali recenti o passati purché abbiano lasciato questioni irrisolte, poiché la mancata risoluzione è indispensabile al mantenimento di emozioni vivide. In questo processo di identificazione, l’attore è dunque chiamato a individuare sì la storia del personaggio (chi è e come si muove nel mondo, cosa pensa di dover fare per sopravvivere emotivamente e fisicamente) ma anche la propria, per poterlo personalizzare in ogni suo aspetto, tessendo un legame tra le due storie.
Per poter identificare informazioni personali dettagliate da applicare alla storia del personaggio, il metodo prevede che l’attore compili un “diario emotivo” utile a far riaffiorare i ricordi dolorosi, che tendono a essere generalmente rimossi, attraverso la libera e immediata trascrizione dei contenuti del proprio processo di identificazione.

Tutto questo implica, inevitabilmente, per l’attore un lavoro su sé stesso, sulla propria identità e lo può portare a entrare in contatto con specifiche emozioni per la prima volta. Emozioni sopite, emozioni evitate.

Ma a che prezzo?

In risposta a questa domanda e agli interrogativi sulla moralità di alcune tecniche che, come questa, chiedono all’attore di entrare in contatto con un personale trauma del passato come risorsa per la creazione del personaggio, l’insegnante e studioso Mark Cariston Seton delinea, un quadro sintomatologico ben dettagliato: il Post Dramatic Stress. I fattori di rischio che possono incidere sulla salute di un attore nel corso della sua carriera sono del resto innumerevoli: abuso vocale, potenziali incidenti a causa della scenografia, privazione di sonno, cambio delle abitudini alimentari (talvolta cattive) per l’interpretazione di un personaggio, pressioni esterne da parte di produttori e pubblicitari e, inoltre, aspettative e timori relativi alla performance. Tra questi fattori di rischio, Brandfonbrener ne individua uno ulteriore: il pericolo psicologico derivante dal fatto che, per interpretare in modo convincente le emozioni dei loro personaggi, gli attori sono costretti ad assumerne temporaneamente i tratti di personalità.

Partendo dalla propria identità, Heath Ledger ha approfondito il profilo psicologico del personaggio di Joker e, a differenza delle sue precedenti trasposizioni cinematografiche, lo ha umanizzato sulla base di personali esperienze ugualmente dolorose e violente estrapolate dalla propria memoria emotiva. Ne nasce, infatti, un Joker sottoposto a una drammatica lotta interiore tra melanconia e mania, caratterizzato da un volto depresso e ferito accompagnato, quasi ossimoricamente, da una risata maniacale e un linguaggio rapido e volutamente esasperato nei contenuti.
Frutto di un processo identificativo talmente ben riuscito che intrappola però l’attore negli stati emotivi angosciosi del personaggio, anche a telecamera spenta, come testimoniano le sue parole: “Ho finito per ritrovarmi sempre più nei panni di uno psicopatico: un tizio con pochissima o nessuna coscienza degli atti che compie […] la settimana scorsa ho dormito una media di due ore a notte. Non riuscivo a smettere di pensare. Il mio corpo era esausto, ma avevo la testa che continuava ad andare.”

La proposta di Seton è allora quella di prevenire questo quadro sintomatologico che per quanto denominato provocatoriamente sembra avere radici ben visibili nelle storie di attori che, come Heath Ledger e Robbie Williams, ne hanno dimostrato la potenza distruttiva.
Come farlo?
Attraverso l’introduzione nel modello di insegnamento della recitazione di tre principi volti alla salvaguardia del benessere psicologico dell’attore:

  1. l’individuazione e la valutazione dei rischi e dei benefici del processo di identificazione con il personaggio per sé stessi e per la collettività;
  2. la sensibilità e l’interesse verso lo stato emotivo delle persone coinvolte in tale processo identificativo;
  3. la riflessione sulle implicazioni sociali e culturali del processo.

Del resto, come lo stesso Ledger diceva: “recitare è soprattutto un fatto di esplorazione di sé […] Devo conoscere me stesso come si conosce uno strumento musicale”.
Probabilmente in alcuni casi però questo non basta. Occorre conoscere anche gli strumenti per sapersi ascoltare.

Per approfondimenti:

Picci G. (2020) L’attore alla ricerca del personaggio. Le dinamiche del processo identificativo: una ricerca esplorativa. Kimerik

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Covid-19: Attenta-MENTE!

di Malicia Bruno

L’Organizzazione Mondiale della Sanità sul Coronavirus: “La salute mentale è a rischio”

Quando si parla di salute mentale, ci si riferisce a una condizione di benessere e di equilibrio psicologico ed emotivo dell’individuo. Secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), tale condizione gli consente “di sfruttare le sue capacità cognitive o emozionali, esercitare la propria funzione all’interno della società, rispondere alle esigenze quotidiane della vita di ogni giorno, stabilire relazioni soddisfacenti e mature con gli altri, partecipare costruttivamente ai mutamenti dell’ambiente, adattarsi alle condizioni esterne e ai conflitti interni”.

La salute mentale sembrerebbe a rischio a causa della pandemia da Covid-19 che avrebbe un impatto rilevante su di essa: a rivelarlo è un rapporto dell’ONU presentato dalla direttrice del Dipartimento della Salute Mentale dell’OMS Devora Kestel, nel quale la situazione attuale viene descritta come “preoccupante”.

Fattori come l’isolamento sociale, la paura del contagio e la perdita di familiari, aggravati dall’angoscia causata dalla perdita di reddito e spesso dalla disoccupazione, potrebbero causare sofferenze psicologiche, alimentando alcuni casi di malattie mentali.

In diversi Paesi, i dati indicano un aumento dei sintomi depressivi, di ansia, dei disturbi del sonno e di consumo di alcol, anche in forme gravi.  Il rapporto dell’Onu ha messo in evidenza diverse aree del mondo e parti di società vulnerabili al disagio mentale: in prima linea, gli operatori sanitari, particolarmente colpiti da un forte stress psicologico dovuto al carico di lavoro, alle prese con decisioni riguardanti la vita dei propri pazienti e alla paura del contagio;  i bambini e gli adolescenti, che manifestano difficoltà di concentrazione, irrequietezza e nervosismo;  le famiglie e, in particolare, le donne, che si sono trovate a dover organizzare e gestire smart-working, scuola dei figli e lavori domestici; le persone anziane e, infine, le persone con condizioni di disagio mentale preesistente.

Il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus sottolinea che “i sistemi di salute mentale vanno rafforzati in tutti i Paesi per far fronte all’impatto”, proprio perché tutelare la salute mentale in questa fase progressiva rappresenta una priorità assoluta.

La terapia cognitiva comportamentale si è dimostrata essere uno dei supporti migliori nei disturbi che attengono la pandemia, quali ad esempio: disturbi di depressione, d’ansia, di panico, di fobia sociale o disturbo ossessivo compulsivo.
La TCC è un intervento che utilizza strategie cognitive focalizzate sulla sostituzione degli schemi di pensiero disfunzionali con altri schemi più realistici e strategie mirate a modificare comportamenti disadattivi. È una terapia adatta al trattamento individuale, di coppia e di gruppo ed è validata empiricamente sia con adulti sia con bambini e adolescenti. La terapia cognitiva comportamentale prevede, inoltre, una particolare attenzione alla cura della vulnerabilità alla ricaduta, utilizzando protocolli come lo Schema Therapy.

Uscire da questo triste periodo, che ci siamo trovati ad affrontare, si può. È importante riconoscere la propria fragilità o quella di una persona vicina e chiedere supporto a chi ha le competenze per fornirlo.

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Covid-19: gli effetti sui bambini

di Stefania Prevete

Fattori di rischio psicologici e sociali della pandemia sui più piccoli

La pandemia Covid-19 e le misure di contenimento adottate hanno determinato, tra le altre cose, l’interruzione di molte attività negli ambienti solitamente frequentati dai bambini. Tali interruzioni hanno necessariamente definito un cambiamento repentino di routine quotidiane consolidate e rassicuranti per i più piccoli, coinvolgendo non solo le relazioni familiari (si pensi all’allontanamento forzato da alcuni membri della propria famiglia), ma anche quelle amicali e di comunità in senso più ampio (scuola, attività sportive o ludiche).

Il mutamento rapido del contesto di vita dei bambini e le restrizioni loro imposte hanno interrotto il consueto supporto sociale dei più piccoli determinando, in diversi casi, notevoli fattori di stress per i genitori, chiamati a trovare nuove strategie educative e di assistenza. In tale contesto, le famiglie più vulnerabili, per ragioni socio-economiche e multifattoriali, risultano essere quelle particolarmente più indifese.

I fattori di rischio nei bambini sono pertanto notevoli. Ridotta supervisione e negligenza, aumento di abusi e violenza domestica/interpersonale, avvelenamento, rischi di lesioni, sovraffollamento familiare e mancanza di accesso ai servizi di protezione dell’infanzia sono solo alcuni dei fattori individuati nella nota tecnica dell’UNICEF in materia di protezione dei bambini durante la pandemia di Coronavirus.  A questo si potrebbero aggiungere l’angoscia di morte o di malattia e quella di separazione dalle figure di riferimento, fobie specifiche, manifestazioni di ansia, somatizzazioni, disturbi del sonno e dell’alimentazione e disturbi dell’umore che potrebbero ulteriormente evidenziare il disagio dei più piccoli. Inoltre, attenzionare gli effetti delle chiusure scolastiche nei bambini diviene, secondo alcuni autori, urgente ed essenziale, dato che la scuola è spesso il primo posto in cui bambini e adolescenti cercano aiuto ed esprimono un disagio.

Non conosciamo ancora le conseguenze sulla salute mentale, acute e a lungo termine, del lockdown e di quanto stiamo attualmente vivendo, soprattutto in riferimento alle fasce più deboli della popolazione. Né possiamo definire con esattezza quali saranno le conseguenze emotive di chi si ritrova a vivere la malattia o i lutti ad essa legati. Appare però già evidente che effetti psicologici e sociali indiretti e diretti della pandemia potrebbero essere pervasivi ed influenzare la salute mentale degli individui ora e in futuro.

Ecco che diviene necessario un coordinamento multidisciplinare per raccogliere dati in modo sistematico sugli effetti del lockdown e dell’isolamento sociale, soprattutto se protratto nel tempo (come si prospetta per i bambini), al fine di individuare le migliori strategie per mitigare e gestire i rischi per la salute mentale delle categorie più vulnerabili.

Per approfondimenti

Collishaw S. (2015). Annual research review: secular trends in child and adolescent mental health. J Child Psychol Psychiatry, 56: 370–93. DOI: 10.1111/jcpp.12372

Fazel M, Hoagwood K, Stephan S, Ford T. (2014). Mental health interventions in schools in high-income countries. The Lancet Psychiatry, 1: 377–87. DOI: 10.1016/S2215-0366(14)70312-8

Holmes E.A., O’Connor R.C., Perry V. H., Tracey I., Wessely S., Arseneault L., Ballard C., Chistensen H., Silver R.C., Everall I., Ford T., John A., Kabir T., King K., Madan I., Michie S., Przybylski A.K., Shafran R., Sweeney A., Worthman C.M. Yardley L., Cowan K., Cope C., Hotopft M., Bullmoret Ed (20202). Multidiscipinary research priorities for the Covid-19 pandemic: a call for action for mental health science. The Lancet Psychiatry. Position Paper 1-14.  DOI: 10.1016/S2215-0366(20)30168-1

Nota tecnica: la protezione dei bambini durante la pandemia di Coronavirus. The Alliance for child protection in humanitarian action. https://www.unicef.org/media/66291/file/ITALIAN_Technical%20Note:%20Protection%20of%20Children%20during%20the%20COVID-19%20Pandemic.pdf

Disturbi dell’alimentazione e Covid-19

di Valentina De Santis e Valentina De Santis

Lo stress non è piacevole da sperimentare e molti finiscono per “rifugiarsi” nel cibo per consolazione

I disturbi dell’alimentazione sono tra i più comuni problemi di salute che affliggono tendenzialmente la giovane popolazione dei Paesi occidentali e rappresentano un gruppo di condizioni complesse: anomalie nei pattern di alimentazione, un eccesso di preoccupazione per la forma fisica, un’alterata percezione dell’immagine corporea e una stretta correlazione tra tutti questi fattori e i livelli di autostima.

Insorgono generalmente nell’adolescenza ma sono in aumento anche i casi di bambini e di adulti diagnosticati con questa tipologia di disturbo. In persone con oltre 40 anni di età, spesso il disturbo è causato da un evento stressante della vita.

I disturbi dell’alimentazione più diffusi sono: anoressia nervosa, bulimia nervosa e disturbo da alimentazione incontrollata o binge eating disorder (BED).

A partire dagli anni ’50 del secolo scorso, si è assistito a un progressivo aumento dei DCA e contemporaneamente vi è stato un decremento dell’età di insorgenza: nello specifico sul piano epidemiologico, la prevalenza lifetime dell’anoressia nervosa e della bulimia nervosa si aggirano rispettivamente intorno allo 0,9% e 1,5%, nel genere femminile e allo 0,3% e 0,5% per la bulimia.

La maggiore responsabilità nel causare i disturbi dell’alimentazione è attribuita ai modelli presenti nella società (pressione sociale) che mostrano come desiderabili figure eccessivamente magre e spingono, soprattutto i giovani a cercare di somigliargli. Tuttavia, le cause di questi disturbi sono complesse ed è più corretto considerarle come il risultato di fattori genetici, biologici e psicologici che una volta scatenati da eventi ambientali particolari, danno inizio al disturbo.

La condotta alimentare disturbata persiste per diversi anni in un’alta percentuale di casi, il decorso può essere intermittente con fasi di remissione, alternate a fasi di ricomparsa dei sintomi. Le persone affette da un disturbo alimentare hanno ripercussioni sulle proprie capacità relazionali, hanno difficoltà emotive, problemi nello svolgimento delle normali attività sociali, lavorative, e complicazioni mediche.

Questi mesi hanno messo a dura prova ognuno di noi, costringendoci a limitare le nostre libertà a causa del Covid-19. Lo stravolgimento dell’equilibrio quotidiano all’interno del quale ci sentiamo sicuri, l’incertezza nel futuro e il rischio di contagio sono fattori che minano lo stato mentale. Chi soffre di una patologia mentale e chi ha vissuto il disagio del lockdown con pensieri disfunzionali che hanno alimentato l’ansia e le preoccupazioni può avere maggiore possibilità di aumentare i sintomi di un determinato disturbo.

Biologicamente, lo stress contribuisce ad aumentare la secrezione dell’ormone cortisolo e livelli elevati sono collegati a un aumento dell’appetito e al desiderio di cibi zuccherati, salati e grassi. Questa elevata secrezione di cortisolo può essere, a volte, sufficiente per provocare attacchi di abbuffata. A livello psicologico, lo stress non è piacevole da sperimentare e molti di noi finiscono per “rifugiarsi” nel cibo per consolazione. Sebbene per alcuni può essere d’aiuto, il problema sorge quando le persone che mettono in atto queste modalità di alimentazione “di conforto” finiscono per sentirsi peggio con sentimenti di colpa.

Se consideriamo che l’esordio, per tali disturbi, si colloca nel periodo dell’adolescenza, è interessante vedere quali siano state le ripercussioni di questa pandemia nei ragazzi.

Una parte di essi, quella che vive l’adolescenza con disagio, ansia sociale e “male di vivere”, ha trovato nello stare in casa una comfort zone, il nido di pascoliana memoria, che gli ha dato modo di potersi sottrarre al tanto temuto giudizio altrui e di accedere a tante comodità.

L’accesso facile al cibo dà un sollievo alla pressione emotiva vissuta al momento alla noia di giornate vuote e sempre uguali. Inoltre, bisogna considerare che il tempo libero porta a stare di più sui social che dettano le regole sul “come dovremmo essere”, scatenando nella mente un circolo vizioso tra i pensieri “devo controllare il mio corpo” e “devo mangiare”.

Tra i fattori di rischio o di mantenimento del problema, troviamo sicuramente il dover stare in stretto contatto con i propri familiari h24: un’imposizione da rispettare categoricamente genera, nel ragazzo, un aumento della rabbia e dell’aggressività. Questo, insieme alla paura della perdita di controllo e all’impossibilità di uscire da casa per muoversi e fare sport, può portare l’adolescente ad avere condotte restrittive con il cibo o ad abbuffarsi con o senza condotte compensatorie, come il vomito.

Nonostante i trattamenti evidence based che sembrano funzionare anche a distanza, come per esempio la CBT-ED da remoto, seguire una terapia online è, molte volte, complesso; la presenza di un familiare limita il senso di privacy e il mancato controllo dei professionisti mette il paziente nelle condizioni di potersi gestire come vuole. Negli Stati Uniti, per esempio, l’interruzione dei servizi di erogazione del trattamento face to face, dovuto al Covid-19 ha aggravato del circa 25% il numero di persone con un disturbo alimentare.

Una serie di strategie rivolte sia ai pazienti sia ai familiari insieme al trattamento da remoto possono essere le seguenti:

  • Mantenere una routine nell’alimentazione (almeno 3 pasti al giorno)
  • Allenarsi con la mindfulness a rimanere nel “qui e ora”
  • Dedicarsi a qualcosa di pratico (sperimentare un hobby)
  • Fare un uso funzionale dei social
  • Assicurarsi uno spazio della casa dove poter stare con sé stessi

Per approfondimenti

  • Prevenzione dei disturbi dell’alimentazione nella scuola: progressi e sfide future. Riccardo Dalle Grave – Unità Funzionale di Riabilitazione Nutrizionale Casa di Cura Villa Garda, Via Montebaldo 89, 37016, Garda (Vr), Italia, Fax: +39458102884, email: rdalleg@tin.it
  • I disturbi del comportamento alimentare in adolescenza. Sandra Maestro, Giampiero I. Baroncelli, Silvia Ghione, Silvano Bertelloni Sezione Clinica per i Disturbi della Condotta Alimentare, U.O. NPI 3: Psichiatria dello Sviluppo, IRCCS Stella Maris, Pisa 2 Medicina dell’Adolescenza, Dipartimento Materno-infantile, Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana, Pisa
  • I disturbi alimentari. Di Giovanni Maria Ruggiero, Sandra Sassaroli (2014) Editori Laterza
  • Challenges and Opportunities for enhanced cognitive behaviour therapy (CBT-E) in light of COVID-19. Rebecca Murphy, Simona Calugi, Zafra Cooper and Riccardo Dalle Grave (2020)

Distanziamento: l’effetto sui ragazzi

di Caterina Villirillo

È sempre possibile, nonostante le difficoltà oggettive, favorire la focalizzazione sugli aspetti positivi di ciò che accade

La parola d’ordine di questi ultimi mesi è “distanziamento”: siamo continuamente bombardati da informazioni che ribadiscono quanto sia importante mantenere le distanze dagli altri, rinunciare alle nostre abitudini, ai nostri hobby e alla nostra vita sociale. Ma che effetto ha tutto ciò sugli adolescenti?

Dalla letteratura sappiamo che il fattore che più correla con la felicità in età evolutiva è avere buone relazioni interpersonali. Le relazioni con i pari, infatti, sembrano avere notevoli effetti sul benessere soggettivo dei bambini e degli adolescenti sia nella loro vita quotidiana sia nel corso del loro sviluppo a lungo termine. Quello che fa la differenza nel percepire le relazioni come soddisfacenti e quindi fonte di felicità, è quanto si ha l’impressione di contare, di essere visto, di essere importante per le persone significative o per il gruppo cui si appartiene.

In un momento così singolare della storia, ciò che più lamentano i nostri pazienti adolescenti è, infatti, l’impossibilità di frequentare i loro amici: questa sembra essere l’unica cosa di cui sentono veramente la mancanza, dimostrando, per il resto, di aver sviluppato un buon adattamento e rivelandosi molto più bravi di noi adulti a differenza di quanto si potrebbe pensare.

Cosa si può fare, dunque, per promuovere il benessere dei ragazzi e favorire la coltivazione delle relazioni sociali anche nel convivere con la pandemia?
Sicuramente è fondamentale fare in modo che abbiano, all’interno della routine quotidiana, un momento dedicato alla condivisione e al confronto con i pari, utilizzando le piattaforme online che tutti abbiamo imparato a conoscere bene negli ultimi tempi. Riprendere le attività scolastiche online è stato sicuramente d’aiuto poiché ha favorito un’occasione di socialità a cui i ragazzi avevano dovuto rinunciare ma, in generale, sono diverse le attività che si possono svolgere a distanza con i propri coetanei e questo periodo di quarantena può essere un’occasione per stimolare la creatività dei ragazzi e valutare possibilità di confronto con gli altri che in tempi “normali” può essere più difficile considerare.

Una domanda che mi piace porgere ai pazienti è: “Cosa posso fare grazie al Coronavirus?”. Quest’interrogativo, che in un primo momento può spiazzare, può invece stimolare le capacità di problem solving e favorisce, parlando in termini di Acceptance and Commitment Therapy, il perseguimento dei propri valori adottando metodi alternativi e avendo in mente cosa è importante per sé a prescindere da come si coltiva. Quello che noto nella pratica clinica è che, lavorando in questi termini e dunque promuovendo le competenze sociali e il perseguimento dei propri obiettivi, i pazienti stanno meglio, forse anche più di noi adulti, spesso ancorati alle nostre routine e con scarsa creatività.
È davvero emozionante scoprire insieme ai ragazzi la bellezza di fare nuove amicizie sui balconi, scoprendo di avere una vicina di casa coetanea e con tante passioni in comune che magari per tanti anni, presi dalle proprie attività e dal caos della vita quotidiana, non avevano mai notato. È bello riscoprire la bellezza della scrittura e imparare a coltivare le proprie amicizie per corrispondenza, raccontando le proprie giornate e sentendosi meno soli nell’affrontare questi cambiamenti che sono sicuramente d’impatto. È stimolante avere degli appuntamenti quotidiani fissi per fare sport insieme, cucinare delle torte anche con quegli amici lontani, che abitano in quartieri diversi della città con cui, in condizioni normali, è più difficile condividere momenti della propria quotidianità. I nostri ragazzi hanno imparato a divertirsi anche partecipando a party online e festeggiando il loro compleanno spegnendo le candeline davanti a più dispositivi collegati contemporaneamente, riscoprendo la bellezza dei piccoli gesti dimenticati come ricevere un disegno per regalo o una poesia dedicata.

Qualche giorno fa ho ricevuto questo messaggio da una “pazientina”:

“Questo compleanno l’ho passato pensando molto ai tuoi consigli, l’ho trascorso con tanta felicità, amore e creatività come mi hai detto, e anche se ero collegata virtualmente con le mie amiche mi sono focalizzata sulla bellezza del momento, le ho sentite molto vicine, ho ricevuto dei disegni bellissimi, ho capito quanto ci tengono a me. Si sono impegnate tanto anche se erano a distanza e ho trascorso ore spensierate con loro: è un compleanno che ricorderò!”.

Questo ci fa riflettere sull’efficacia di lavorare sulla promozione del benessere in qualsiasi contesto. È sempre possibile, nonostante le difficoltà oggettive più o meno grandi, favorire la focalizzazione sugli aspetti positivi degli eventi e promuovere una condotta in linea con i propri valori che garantisce un appagamento immediato.

Sicuramente stiamo vivendo un periodo difficile, diverso dal solito, ma questa diversità ci sta insegnando tanto e sicuramente, quando si ritornerà alla normalità, ci ritroveremo tutti un po’ cambiati e magari sapremo distinguere meglio cosa possiamo tralasciare, in cosa possiamo rallentarci e cosa è invece importante per noi, perseguendolo con tutti i mezzi disponibili e con soluzioni che in altri tempi sarebbe difficile immaginare.

Per ulteriori approfondimenti

Demir M., Ozen A., Dogan A., Bilyk N.A. & Tyrell F.A. (2011): I Matter To My Friend, Therefore I Am Happy: Friendship, Mattering, And Happiness. Journal of Happiness Studies, 12, 983–1005.

Demir M. & Weitekamp, L.A. (2007). I am so happy cause today I found my friend: Friendship and personality as predictors of happiness. Journal of Happiness Studies, 8, 181–211.

Holder M.D. & Coleman B. (2009). The Contribution of Social Relationships to Children’s Happiness; Journal of Child and Family Study, 10, 329-349.

Lópéz-Perez B., Sánchez J. & Gummerum M. (2016). Children’s and Adolescents’ Conceptions of    Happiness. Journal of Happiness Studies, 17, 2431–2455.

Mata K.A. (2019). Happiness: The Young Filipina Perspective. International Journal of Scientific & Engineering Research, vol 10, 1521-1525.

Nickerson A.B. & Nagle R.J. (2004). The influence of parent and peer attachments on life satisfaction in middle childhood and early adolescence. In Quality-of-life research on children and adolescents (pp. 35-60). Springer, Dordrecht.

Terry T. & Huebner E.S. (1995). The relationship between self-concept and life satisfaction in children. Social Indicators Research, 35, 39–52.

Turrell S.L. & Bell M. (2019). ACT per adolescenti. Trattare teenager e adolescenti in terapia individuale e in gruppo. A cura di Rossi E. Roma, Giovanni Fioriti Editore.

Chi si ferma è perduto?

di Giuseppe Femia e Alessandra Lupo

 E la gente rimase a casa
E lesse libri e ascoltò
E si riposò e fece esercizi
E fece arte e giocò
E imparò nuovi modi di essere
E si fermò […].

Stiamo vivendo uno scenario in cui tutto si ferma, il tempo scorre e l’essere umano viene messo all’angolo da un virus silenzioso che sta destabilizzando gli equilibri di tutti.

Come ci sentiamo? Cosa proviamo?

Cosa stiamo facendo per fronteggiare quelle comuni emozioni che ci attraversano durante i giorni di questa quarantena?

Si parla tanto di costrizione, di trauma e di stato depressivo. Tutto dovrebbe andare verso l’unica direzione della staticità, come se in questo momento così difficile e spaventoso, ci fossimo messi tutti a tremare dalla paura in un angolo, aspettando la fine di questa pandemia.
In realtà, basta aprire uno qualsiasi dei social, fare una videochiamata di gruppo e chiedere ai propri conoscenti cosa hanno fatto durante la giornata, per rendervi conto del contrario, di quante cose si fanno per riempire le giornate e non dare spazio a nessun momento di vuoto e di noia: sentirete elencarvi le più svariate attività. Gli schermi dei nostri dispositivi catturano vari scatti di momenti “del fare”, spaziando da piatti più o meno elaborati a scene di film e serie tv, fino ad arrivare allo sport casalingo. Tutti ci sentiamo investiti di un compito fondamentale: “il fare per non sentire”. Siamo mossi da una spinta energica, per sentirci protetti e ancorati a una realtà destabilizzante.
Come mai quasi tutti hanno deciso di abbandonare il proprio comodo divano per attività ricreative che riempiano la giornata? Qual è lo scopo che ci spinge e ci motiva? Forse questo ci permette di non prendere contatto (stato simil dissociativo) con ciò che sta realmente accadendo?

L’ipotesi potrebbe risiedere proprio nelle emozioni da cui siamo partiti. Se tutti ci fermassimo per davvero a riflettere su quello che sta accadendo, ci renderemo conto delle emozioni che si associano alla realtà che stiamo sperimentando. Tutto questo attiverebbe una serie di emozioni sgradevoli, come la tristezza (legata alla perdita di beni, affetti, ruoli sociali e libertà), l’ansia (legata a una o più minacce percepite, tra cui l’ipotesi di potersi ammalare), la paura (legata all’imprevedibilità del presente e del futuro molto incerto). Fermarsi vuol dire togliere il coperchio di una pentola in piena ebollizione, con il rischio di fare travasare tutto il contenuto al di fuori del contenitore emotivo. Infatti, sembrerebbe che in questo periodo di quarantena, più che reazioni depressive, stiamo adottando tutti una strategia di coping di iperattività e dinamismo, per fronteggiare queste emozioni intollerabili e di impatto con una realtà che ci spaventa e ci rende tristi: il fare diventa quindi il promotore dell’ottimismo.

Ci siamo rivolti alla dea mania per tirare fuori le energie e la spinta al dover fare. Abbiamo cambiato le nostre abitudini, si va a letto tardi, il sonno sopraggiunge a fatica, si pensa a cosa fare e a come gestire il tempo con le risorse a disposizione.

Siamo attivati per non sentire, per non entrare a contatto con queste fragilità, per anestetizzare il dolore e le emozioni negative che possono dominare questo tempo di stallo.

L’ipotesi potrebbe risiedere nell’intolleranza a sperimentare la tristezza. Essere tristi potrebbe significare, infatti, essere spenti, non vivere. Seguendo questa linea di pensiero, l’antiscopo da perseguire sembrerebbe: “Non posso essere triste”; di conseguenza, una delle strategie più comuni è quella di darsi uno stimolo per allontanarsi il più possibile da quest’emozione, switchando nello stato opposto.

Ma cosa succederà dopo? Questo è forse lo scenario più difficile da immaginare… Saremo gli stessi di sempre? Saremo ancora attivi? Oppure come accade dopo la fine di una lotta, ci sentiremo stanchi e spenti?

[…]E quando il pericolo finì
E la gente si ritrovò
Si addolorarono per i morti
E fecero nuove scelte
E sognarono nuove visioni
E crearono nuovi modi di vivere
E guarirono completamente la terra
Così come erano guariti loro.

Kitty O’Meara – Poesia ai tempi del Covid-19

Comprendere il ritiro sociale

 di Lucia Destino e Luana Stamerra

Il volume “Il ritiro sociale. Psicologia e clinica”, a cura di Michele Procacci e Antonio Semerari analizza il fenomeno e i modelli clinici utili a individuarne le diverse forme cliniche e le strategie di trattamento utili a intervenirvi

Il libro “Il ritiro sociale – Psicologia e clinica”, di Michele Procacci e Antonio Semerari, descrive il complesso fenomeno del ritiro sociale, prendendone in considerazione diversi aspetti e sfumature. Il volume si offre come utile guida alla costruzione di una comprensione ampia e puntuale del fenomeno e alla cura delle forme cliniche che questo può assumere.

Il testo è il frutto del lavoro di numerosi autori: esperti psicoterapeuti del Terzocentro di Psicoterapia Cognitiva di Roma, dell’APC – Associazione di Psicologia Cognitiva e della SPC – Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Roma e dell’Istituto di Psicologia e Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva di Firenze, membri della Società Italiana di Terapia Cognitiva e Comportamentale, docenti e ricercatori di prestigiose università italiane ed estere e di istituti di formazione in psicoterapia cognitivo-comportamentale e clinici operanti all’interno del servizio sanitario nazionale.

Gli autori affrontano magistralmente il complesso tema del ritiro sociale, un tema tanto vasto da dover essere rigorosamente centellinato in diversi capitoli, a loro volta afferenti a diverse parti del testo: una prima parte volta a mettere in luce la complessità psicologica del fenomeno e una seconda parte volta a presentare i modelli clinici e gli strumenti psicodiagnostici utili alla valutazione, al riconoscimento e alla comprensione delle forme non cliniche e cliniche del ritiro sociale, fornendo poi suggerimenti utili all’intervento terapeutico diretto alla risoluzione di quest’ultime.

In particolare, la prima parte del volume, centrata sulle diverse sfumature psicologiche del fenomeno, si apre con un primo capitolo volto ad affrontare il tema del ritiro sociale nelle prime fasi di vita, infanzia e adolescenza, mettendo in evidenza la possibilità di distinguere tre forme di ritiro sociale: una prima forma caratterizzante individui ansiosi del contatto e dell’impegno sociale; una seconda forma tipica di individui caratterizzati da competenze sociali meno sviluppate e portati, sulla base della percezione di queste e dei disagi che ne derivano, all’implementazione di strategie evitanti del contatto e dell’impegno sociale; una terza forma ravvisabile in una condotta disinteressata al coinvolgimento sociale e pertanto facilmente orientata all’assunzione di strategie di distacco.

Il secondo capitolo si occupa del tema del ritiro sociale osservandolo e analizzandolo da un punto di vista prettamente neurobiologico e neuroscientifico e introduce il lettore alla conoscenza del cosiddetto “cervello sociale”.

Il terzo capitolo espone la teoria evoluzionista delle motivazioni di Giovanni Liotti e accompagna il lettore in un processo di comprensione del fenomeno del ritiro sociale come messo in relazione a essa e quindi ai fattori motivazionali, appunto, implicati nella creazione o meno dei legami interpersonali e nelle manifestazioni patologiche della motivazione alla non creazione e alla perdita del contatto sociale con l’altro. Segue un capitolo in cui viene tracciata una descrizione delle dimensioni della condivisione sociale e quindi dei fattori utili all’implementazione della stessa, aiutando il lettore a interpretare le forme di ritiro sociale come espressioni disfunzionali delle competenze di condivisione.

La prima parte del volume si conclude, poi, con un quinto capitolo volto a illustrare il controverso rapporto tra il fenomeno del ritiro sociale e l’avvento delle nuove e molteplici tecnologie, il cui utilizzo può avere implicazioni psicopatologiche da una parte o può offrire strumenti utili al lavoro terapeutico con individui che presentino forme cliniche di ritiro sociale dall’altra.

La seconda parte del volume è di natura squisitamente clinica: il lettore è accompagnato verso i modelli clinici dei diversi disturbi in cui il ritiro sociale si manifesta.

Ogni capitolo è impreziosito da numerosi casi clinici esemplificativi e sono illustrati, per ogni disturbo, razionale e tecniche sia per la valutazione che per il conseguente trattamento.

Si inizia con il sesto capitolo, in cui si approfondisce il ritiro sociale nei disturbi dello spettro dell’autismo, approfonditi non solo in età evolutiva ma anche in età adulta, con particolare attenzione alla diagnosi differenziale e alla comorbilità con altri disturbi.

Il settimo capitolo si occupa del ritiro sociale nei disturbi dell’umore, distinguendo in maniera chiara e puntuale la reazione depressiva dalla depressione clinica. Vengono individuate e descritte le diverse possibili cause della depressione e infine vengono presentati diversi interventi terapeutici.

Il ritiro sociale nei disturbi di personalità è l’argomento ampliamente trattato nell’ottavo capitolo. Paradigmatico è il disturbo evitante di personalità che viene illustrato dettagliatamente approfondendo le comorbilità e gli aspetti metacognitivi implicati, in particolare le capacità di monitoraggio e decentramento.

Il nono capitolo affronta il fenomeno del ritiro nei disturbi psicotici, partendo dal funzionamento sociale nei disturbi psicotici primari. Vengono riportati diversi studi che evidenziano come il ritiro sociale in fase premorbosa sia predittivo dell’insorgenza di un disturbo psicotico. Per tale ragione viene dato ampio spazio alle tecniche e agli strumenti di valutazione e monitoraggio del funzionamento sociale e al conseguente intervento sui fattori di mantenimento.

Gli autori del decimo capitolo concettualizzano il ritiro sociale nelle due componenti costitutive: quella comportamentale e quella concettuale, introducendo il costrutto dell’anedonia e quello dell’asocialità, per concludere con i relativi test di valutazione e le linee guida per il trattamento.

Infine, l’appendice è dedicata agli strumenti della valutazione della solitudine, dell’isolamento e del ritiro sociale.

Il volume offre un punto di vista inedito del ritiro sociale, cogliendone la complessità attraverso le prospettive di molteplici approcci e analizzandolo trasversalmente tra i diversi disturbi psichiatrici. La ricca proposta teorica, unita agli strumenti di valutazione e alle numerose strategie di intervento, rende il lavoro curato da Procacci e Semerari un testo immancabile nella libreria di qualsiasi clinico.

Per approfondimenti:

Procacci, M. e Semerari, A. (a cura di) (2019). “Il ritiro sociale. Psicologia e clinica”. Erickson Editore