Distanziamento: l’effetto sui ragazzi

di Caterina Villirillo

È sempre possibile, nonostante le difficoltà oggettive, favorire la focalizzazione sugli aspetti positivi di ciò che accade

La parola d’ordine di questi ultimi mesi è “distanziamento”: siamo continuamente bombardati da informazioni che ribadiscono quanto sia importante mantenere le distanze dagli altri, rinunciare alle nostre abitudini, ai nostri hobby e alla nostra vita sociale. Ma che effetto ha tutto ciò sugli adolescenti?

Dalla letteratura sappiamo che il fattore che più correla con la felicità in età evolutiva è avere buone relazioni interpersonali. Le relazioni con i pari, infatti, sembrano avere notevoli effetti sul benessere soggettivo dei bambini e degli adolescenti sia nella loro vita quotidiana sia nel corso del loro sviluppo a lungo termine. Quello che fa la differenza nel percepire le relazioni come soddisfacenti e quindi fonte di felicità, è quanto si ha l’impressione di contare, di essere visto, di essere importante per le persone significative o per il gruppo cui si appartiene.

In un momento così singolare della storia, ciò che più lamentano i nostri pazienti adolescenti è, infatti, l’impossibilità di frequentare i loro amici: questa sembra essere l’unica cosa di cui sentono veramente la mancanza, dimostrando, per il resto, di aver sviluppato un buon adattamento e rivelandosi molto più bravi di noi adulti a differenza di quanto si potrebbe pensare.

Cosa si può fare, dunque, per promuovere il benessere dei ragazzi e favorire la coltivazione delle relazioni sociali anche nel convivere con la pandemia?
Sicuramente è fondamentale fare in modo che abbiano, all’interno della routine quotidiana, un momento dedicato alla condivisione e al confronto con i pari, utilizzando le piattaforme online che tutti abbiamo imparato a conoscere bene negli ultimi tempi. Riprendere le attività scolastiche online è stato sicuramente d’aiuto poiché ha favorito un’occasione di socialità a cui i ragazzi avevano dovuto rinunciare ma, in generale, sono diverse le attività che si possono svolgere a distanza con i propri coetanei e questo periodo di quarantena può essere un’occasione per stimolare la creatività dei ragazzi e valutare possibilità di confronto con gli altri che in tempi “normali” può essere più difficile considerare.

Una domanda che mi piace porgere ai pazienti è: “Cosa posso fare grazie al Coronavirus?”. Quest’interrogativo, che in un primo momento può spiazzare, può invece stimolare le capacità di problem solving e favorisce, parlando in termini di Acceptance and Commitment Therapy, il perseguimento dei propri valori adottando metodi alternativi e avendo in mente cosa è importante per sé a prescindere da come si coltiva. Quello che noto nella pratica clinica è che, lavorando in questi termini e dunque promuovendo le competenze sociali e il perseguimento dei propri obiettivi, i pazienti stanno meglio, forse anche più di noi adulti, spesso ancorati alle nostre routine e con scarsa creatività.
È davvero emozionante scoprire insieme ai ragazzi la bellezza di fare nuove amicizie sui balconi, scoprendo di avere una vicina di casa coetanea e con tante passioni in comune che magari per tanti anni, presi dalle proprie attività e dal caos della vita quotidiana, non avevano mai notato. È bello riscoprire la bellezza della scrittura e imparare a coltivare le proprie amicizie per corrispondenza, raccontando le proprie giornate e sentendosi meno soli nell’affrontare questi cambiamenti che sono sicuramente d’impatto. È stimolante avere degli appuntamenti quotidiani fissi per fare sport insieme, cucinare delle torte anche con quegli amici lontani, che abitano in quartieri diversi della città con cui, in condizioni normali, è più difficile condividere momenti della propria quotidianità. I nostri ragazzi hanno imparato a divertirsi anche partecipando a party online e festeggiando il loro compleanno spegnendo le candeline davanti a più dispositivi collegati contemporaneamente, riscoprendo la bellezza dei piccoli gesti dimenticati come ricevere un disegno per regalo o una poesia dedicata.

Qualche giorno fa ho ricevuto questo messaggio da una “pazientina”:

“Questo compleanno l’ho passato pensando molto ai tuoi consigli, l’ho trascorso con tanta felicità, amore e creatività come mi hai detto, e anche se ero collegata virtualmente con le mie amiche mi sono focalizzata sulla bellezza del momento, le ho sentite molto vicine, ho ricevuto dei disegni bellissimi, ho capito quanto ci tengono a me. Si sono impegnate tanto anche se erano a distanza e ho trascorso ore spensierate con loro: è un compleanno che ricorderò!”.

Questo ci fa riflettere sull’efficacia di lavorare sulla promozione del benessere in qualsiasi contesto. È sempre possibile, nonostante le difficoltà oggettive più o meno grandi, favorire la focalizzazione sugli aspetti positivi degli eventi e promuovere una condotta in linea con i propri valori che garantisce un appagamento immediato.

Sicuramente stiamo vivendo un periodo difficile, diverso dal solito, ma questa diversità ci sta insegnando tanto e sicuramente, quando si ritornerà alla normalità, ci ritroveremo tutti un po’ cambiati e magari sapremo distinguere meglio cosa possiamo tralasciare, in cosa possiamo rallentarci e cosa è invece importante per noi, perseguendolo con tutti i mezzi disponibili e con soluzioni che in altri tempi sarebbe difficile immaginare.

Per ulteriori approfondimenti

Demir M., Ozen A., Dogan A., Bilyk N.A. & Tyrell F.A. (2011): I Matter To My Friend, Therefore I Am Happy: Friendship, Mattering, And Happiness. Journal of Happiness Studies, 12, 983–1005.

Demir M. & Weitekamp, L.A. (2007). I am so happy cause today I found my friend: Friendship and personality as predictors of happiness. Journal of Happiness Studies, 8, 181–211.

Holder M.D. & Coleman B. (2009). The Contribution of Social Relationships to Children’s Happiness; Journal of Child and Family Study, 10, 329-349.

Lópéz-Perez B., Sánchez J. & Gummerum M. (2016). Children’s and Adolescents’ Conceptions of    Happiness. Journal of Happiness Studies, 17, 2431–2455.

Mata K.A. (2019). Happiness: The Young Filipina Perspective. International Journal of Scientific & Engineering Research, vol 10, 1521-1525.

Nickerson A.B. & Nagle R.J. (2004). The influence of parent and peer attachments on life satisfaction in middle childhood and early adolescence. In Quality-of-life research on children and adolescents (pp. 35-60). Springer, Dordrecht.

Terry T. & Huebner E.S. (1995). The relationship between self-concept and life satisfaction in children. Social Indicators Research, 35, 39–52.

Turrell S.L. & Bell M. (2019). ACT per adolescenti. Trattare teenager e adolescenti in terapia individuale e in gruppo. A cura di Rossi E. Roma, Giovanni Fioriti Editore.

Chi si ferma è perduto?

di Giuseppe Femia e Alessandra Lupo

 E la gente rimase a casa
E lesse libri e ascoltò
E si riposò e fece esercizi
E fece arte e giocò
E imparò nuovi modi di essere
E si fermò […].

Stiamo vivendo uno scenario in cui tutto si ferma, il tempo scorre e l’essere umano viene messo all’angolo da un virus silenzioso che sta destabilizzando gli equilibri di tutti.

Come ci sentiamo? Cosa proviamo?

Cosa stiamo facendo per fronteggiare quelle comuni emozioni che ci attraversano durante i giorni di questa quarantena?

Si parla tanto di costrizione, di trauma e di stato depressivo. Tutto dovrebbe andare verso l’unica direzione della staticità, come se in questo momento così difficile e spaventoso, ci fossimo messi tutti a tremare dalla paura in un angolo, aspettando la fine di questa pandemia.
In realtà, basta aprire uno qualsiasi dei social, fare una videochiamata di gruppo e chiedere ai propri conoscenti cosa hanno fatto durante la giornata, per rendervi conto del contrario, di quante cose si fanno per riempire le giornate e non dare spazio a nessun momento di vuoto e di noia: sentirete elencarvi le più svariate attività. Gli schermi dei nostri dispositivi catturano vari scatti di momenti “del fare”, spaziando da piatti più o meno elaborati a scene di film e serie tv, fino ad arrivare allo sport casalingo. Tutti ci sentiamo investiti di un compito fondamentale: “il fare per non sentire”. Siamo mossi da una spinta energica, per sentirci protetti e ancorati a una realtà destabilizzante.
Come mai quasi tutti hanno deciso di abbandonare il proprio comodo divano per attività ricreative che riempiano la giornata? Qual è lo scopo che ci spinge e ci motiva? Forse questo ci permette di non prendere contatto (stato simil dissociativo) con ciò che sta realmente accadendo?

L’ipotesi potrebbe risiedere proprio nelle emozioni da cui siamo partiti. Se tutti ci fermassimo per davvero a riflettere su quello che sta accadendo, ci renderemo conto delle emozioni che si associano alla realtà che stiamo sperimentando. Tutto questo attiverebbe una serie di emozioni sgradevoli, come la tristezza (legata alla perdita di beni, affetti, ruoli sociali e libertà), l’ansia (legata a una o più minacce percepite, tra cui l’ipotesi di potersi ammalare), la paura (legata all’imprevedibilità del presente e del futuro molto incerto). Fermarsi vuol dire togliere il coperchio di una pentola in piena ebollizione, con il rischio di fare travasare tutto il contenuto al di fuori del contenitore emotivo. Infatti, sembrerebbe che in questo periodo di quarantena, più che reazioni depressive, stiamo adottando tutti una strategia di coping di iperattività e dinamismo, per fronteggiare queste emozioni intollerabili e di impatto con una realtà che ci spaventa e ci rende tristi: il fare diventa quindi il promotore dell’ottimismo.

Ci siamo rivolti alla dea mania per tirare fuori le energie e la spinta al dover fare. Abbiamo cambiato le nostre abitudini, si va a letto tardi, il sonno sopraggiunge a fatica, si pensa a cosa fare e a come gestire il tempo con le risorse a disposizione.

Siamo attivati per non sentire, per non entrare a contatto con queste fragilità, per anestetizzare il dolore e le emozioni negative che possono dominare questo tempo di stallo.

L’ipotesi potrebbe risiedere nell’intolleranza a sperimentare la tristezza. Essere tristi potrebbe significare, infatti, essere spenti, non vivere. Seguendo questa linea di pensiero, l’antiscopo da perseguire sembrerebbe: “Non posso essere triste”; di conseguenza, una delle strategie più comuni è quella di darsi uno stimolo per allontanarsi il più possibile da quest’emozione, switchando nello stato opposto.

Ma cosa succederà dopo? Questo è forse lo scenario più difficile da immaginare… Saremo gli stessi di sempre? Saremo ancora attivi? Oppure come accade dopo la fine di una lotta, ci sentiremo stanchi e spenti?

[…]E quando il pericolo finì
E la gente si ritrovò
Si addolorarono per i morti
E fecero nuove scelte
E sognarono nuove visioni
E crearono nuovi modi di vivere
E guarirono completamente la terra
Così come erano guariti loro.

Kitty O’Meara – Poesia ai tempi del Covid-19

Comprendere il ritiro sociale

 di Lucia Destino e Luana Stamerra

Il volume “Il ritiro sociale. Psicologia e clinica”, a cura di Michele Procacci e Antonio Semerari analizza il fenomeno e i modelli clinici utili a individuarne le diverse forme cliniche e le strategie di trattamento utili a intervenirvi

Il libro “Il ritiro sociale – Psicologia e clinica”, di Michele Procacci e Antonio Semerari, descrive il complesso fenomeno del ritiro sociale, prendendone in considerazione diversi aspetti e sfumature. Il volume si offre come utile guida alla costruzione di una comprensione ampia e puntuale del fenomeno e alla cura delle forme cliniche che questo può assumere.

Il testo è il frutto del lavoro di numerosi autori: esperti psicoterapeuti del Terzocentro di Psicoterapia Cognitiva di Roma, dell’APC – Associazione di Psicologia Cognitiva e della SPC – Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Roma e dell’Istituto di Psicologia e Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva di Firenze, membri della Società Italiana di Terapia Cognitiva e Comportamentale, docenti e ricercatori di prestigiose università italiane ed estere e di istituti di formazione in psicoterapia cognitivo-comportamentale e clinici operanti all’interno del servizio sanitario nazionale.

Gli autori affrontano magistralmente il complesso tema del ritiro sociale, un tema tanto vasto da dover essere rigorosamente centellinato in diversi capitoli, a loro volta afferenti a diverse parti del testo: una prima parte volta a mettere in luce la complessità psicologica del fenomeno e una seconda parte volta a presentare i modelli clinici e gli strumenti psicodiagnostici utili alla valutazione, al riconoscimento e alla comprensione delle forme non cliniche e cliniche del ritiro sociale, fornendo poi suggerimenti utili all’intervento terapeutico diretto alla risoluzione di quest’ultime.

In particolare, la prima parte del volume, centrata sulle diverse sfumature psicologiche del fenomeno, si apre con un primo capitolo volto ad affrontare il tema del ritiro sociale nelle prime fasi di vita, infanzia e adolescenza, mettendo in evidenza la possibilità di distinguere tre forme di ritiro sociale: una prima forma caratterizzante individui ansiosi del contatto e dell’impegno sociale; una seconda forma tipica di individui caratterizzati da competenze sociali meno sviluppate e portati, sulla base della percezione di queste e dei disagi che ne derivano, all’implementazione di strategie evitanti del contatto e dell’impegno sociale; una terza forma ravvisabile in una condotta disinteressata al coinvolgimento sociale e pertanto facilmente orientata all’assunzione di strategie di distacco.

Il secondo capitolo si occupa del tema del ritiro sociale osservandolo e analizzandolo da un punto di vista prettamente neurobiologico e neuroscientifico e introduce il lettore alla conoscenza del cosiddetto “cervello sociale”.

Il terzo capitolo espone la teoria evoluzionista delle motivazioni di Giovanni Liotti e accompagna il lettore in un processo di comprensione del fenomeno del ritiro sociale come messo in relazione a essa e quindi ai fattori motivazionali, appunto, implicati nella creazione o meno dei legami interpersonali e nelle manifestazioni patologiche della motivazione alla non creazione e alla perdita del contatto sociale con l’altro. Segue un capitolo in cui viene tracciata una descrizione delle dimensioni della condivisione sociale e quindi dei fattori utili all’implementazione della stessa, aiutando il lettore a interpretare le forme di ritiro sociale come espressioni disfunzionali delle competenze di condivisione.

La prima parte del volume si conclude, poi, con un quinto capitolo volto a illustrare il controverso rapporto tra il fenomeno del ritiro sociale e l’avvento delle nuove e molteplici tecnologie, il cui utilizzo può avere implicazioni psicopatologiche da una parte o può offrire strumenti utili al lavoro terapeutico con individui che presentino forme cliniche di ritiro sociale dall’altra.

La seconda parte del volume è di natura squisitamente clinica: il lettore è accompagnato verso i modelli clinici dei diversi disturbi in cui il ritiro sociale si manifesta.

Ogni capitolo è impreziosito da numerosi casi clinici esemplificativi e sono illustrati, per ogni disturbo, razionale e tecniche sia per la valutazione che per il conseguente trattamento.

Si inizia con il sesto capitolo, in cui si approfondisce il ritiro sociale nei disturbi dello spettro dell’autismo, approfonditi non solo in età evolutiva ma anche in età adulta, con particolare attenzione alla diagnosi differenziale e alla comorbilità con altri disturbi.

Il settimo capitolo si occupa del ritiro sociale nei disturbi dell’umore, distinguendo in maniera chiara e puntuale la reazione depressiva dalla depressione clinica. Vengono individuate e descritte le diverse possibili cause della depressione e infine vengono presentati diversi interventi terapeutici.

Il ritiro sociale nei disturbi di personalità è l’argomento ampliamente trattato nell’ottavo capitolo. Paradigmatico è il disturbo evitante di personalità che viene illustrato dettagliatamente approfondendo le comorbilità e gli aspetti metacognitivi implicati, in particolare le capacità di monitoraggio e decentramento.

Il nono capitolo affronta il fenomeno del ritiro nei disturbi psicotici, partendo dal funzionamento sociale nei disturbi psicotici primari. Vengono riportati diversi studi che evidenziano come il ritiro sociale in fase premorbosa sia predittivo dell’insorgenza di un disturbo psicotico. Per tale ragione viene dato ampio spazio alle tecniche e agli strumenti di valutazione e monitoraggio del funzionamento sociale e al conseguente intervento sui fattori di mantenimento.

Gli autori del decimo capitolo concettualizzano il ritiro sociale nelle due componenti costitutive: quella comportamentale e quella concettuale, introducendo il costrutto dell’anedonia e quello dell’asocialità, per concludere con i relativi test di valutazione e le linee guida per il trattamento.

Infine, l’appendice è dedicata agli strumenti della valutazione della solitudine, dell’isolamento e del ritiro sociale.

Il volume offre un punto di vista inedito del ritiro sociale, cogliendone la complessità attraverso le prospettive di molteplici approcci e analizzandolo trasversalmente tra i diversi disturbi psichiatrici. La ricca proposta teorica, unita agli strumenti di valutazione e alle numerose strategie di intervento, rende il lavoro curato da Procacci e Semerari un testo immancabile nella libreria di qualsiasi clinico.

Per approfondimenti:

Procacci, M. e Semerari, A. (a cura di) (2019). “Il ritiro sociale. Psicologia e clinica”. Erickson Editore

Eppure il vento soffia ancora…

di Benedetto Astiaso Garcia

La solitudine può portare a forme straordinarie di libertà. Fabrizio e André

Il dono maggiore di cui disponiamo, il tempo, scorre noncurante del virus, osservando curioso i figli della società moderna dagli spioncini delle loro case: non vi è più nessun trambusto, nessuna melodia, nessun caotico tentativo di rincuorare sé stessi attraverso bizzarre forme di socialità.
Il silenzio comincia a divenire assordante, tanto rumoroso da risvegliare la mente e liberarla, con le domande che suscita, dal pigro desiderio che la vita di prima, raramente apprezzata quando accessibile, possa tornare a essere vissuta. Chronos ricorda il rumore del Big Bang, quello degli zoccoli di mille cavalli durante una battaglia, l’esplosione della polvere da sparo, la bomba di Hiroshima, il crollo del muro di Berlino… Riscopre un nuovo caos, quello delle strade tacite, solitarie e mute.

Sono passati due mesi da quando il coronavirus, come un ospite indesiderato, si è presentato alle porte dell’Italia, stravolgendo la vita di ogni suo abitante. Come in un lutto improvviso, difficile da elaborare, seppelliamo l’illusione di essere immortali: la perduta libertà, infatti, lascia il posto a un saggio silenzio che ci permette di uscire da una fase negazionista e rifiutante della realtà.

Prima rabbiosi e poi tristi, riacquistiamo il senso reale di ciò che sta accadendo, entrando nell’indispensabile fase di consapevolezza del dolore: il bene perduto assume una valenza di insostituibilità, predisponendo così l’individuo a un successivo step di accettazione.

Nell’attesa di riorganizzare noi stessi, aspettiamo che l’onda lunga del Covid-19 si ritragga, sperando che il domani deponga sulla battigia qualche diamante in mezzo a tanti cocci di bottiglia. Bramare che le cose tornino esattamente come era prima, limitandosi ad attendere che questo tempo passi in fretta significa, però, perdere un’importante occasione di crescita personale e sociale. Come pesci a cui è stato tolto il mare, senza incappare in goffi tentativi di tirar fuori a tutti costi del bene dalla situazione attuale, l’emergenza sanitaria mondiale ci rimarca l’urgenza di porre importanti riflessioni.

L’individualismo, in primo luogo, sembra lasciare evoluzionisticamente il posto a una necessaria forma di cooperazione, socialità e senso di appartenenza, unica modalità per reggere l’urto di un silenzioso tsunami. Combattere contro un mostro invisibile, infatti, pone l’uomo nella costrittiva condizione di guardare l’altro, specchio di una comune esperienza emotiva vissuta, quella della paura. È solamente nel timore che è possibile maturare la coscienza della nostra finitudine, incrementare l’auto-riflessività e sviluppare l’indispensabile capacità di chiedere aiuto all’altro.  La paura rende gli uomini esploratori di significati e ricercatori di senso: indaffarati minatori nei meandri dell’essere, che scavano tra dubbi e certezze per ritrovare sé stessi.

Nella noia, inoltre, viene riscoperta l’ardente speranza di un futuro migliore. Nella quiete, la possibilità di vivere l’oggi alla luce di un enigmatico domani. Nell’incertezza, l’opportunità di ricordarsi delle certezze dimenticate della propria vita. Evitare che questa condizione ci cambi significa rassegnarsi a un’involuzione: non facciamoci trovare uguali da un mondo che sarà invece diverso. Il virus annulla qualsiasi distinzione, non ha passaporto, non conosce confine. Ci pone di fronte alla verità di noi stessi e delle nostre vite, eliminando la polvere da relazioni e insuccessi troppo a lungo giustificati e tacitamente assecondati. La sofferenza odierna decontamina l’aria da un delirio di onnipotenza, talvolta anche economico e scientifico, e ripone l’uomo nella sua realtà, meravigliosa, se accettata, o terrificante, se illusoriamente rinnegata.

In un tempo in cui è difficile dare risposte, porsi le giuste domande diviene necessario. Accettare il presente, senza attendere un futuro che non tarderemo a disprezzare nuovamente, significa sentire la brezza di un vento che continua a soffiare dentro case sigillate.

Rimanere in apnea, invece, limitandosi a trattenere il fiato per sopravvivere nella difficoltà, rappresenterebbe l’amara incarnazione delle parole del cantautore e poeta Fabrizio De André: “Passano gli anni, i mesi e se li conti anche i minuti, è triste trovarsi adulti senza esser cresciuti”.

Il terapeuta durante l’emergenza

 

di Alessandra Lupo

“Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda… Ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per suo conto. Ma solo insieme. Nessuno si salva da solo”.
Papa Francesco, benedizione Urbi et Orbi

Ore 15:00: prima seduta Skype con un mio paziente. “Come sta oggi?”. C’è silenzio tra lo spazio della mia domanda e la sua risposta. Rifletto su quel semplice quesito e sul suo significato, sopravvalutato in altri momenti.

Le reazioni sono tante: c’è chi dice “bene”, con un timbro meccanico, come se stesse distaccando, senza accorgersene, il contenuto semantico da quello semiotico della risposta; si va un po’ per inerzia. C’è chi piange, chi riporta in modo più amplificato i vecchi dolori e i sintomi, che accompagnano il vissuto in queste lunghe giornate interminabili di quarantena.

“Non è facile”: questa è la risposta più comune in tutte le terapie telematiche, dove il setting è stravolto, dove si entra quasi in punta di piedi nelle case di ciascuno di noi. Nessun Kleenex sulla scrivania, nessun bicchiere d’acqua per spezzare un pianto, ma solo la voglia di dire ai nostri pazienti: “Io ci sono e non sei solo… Ripartiamo”.

Cosa vuol dire essere un terapeuta in questo periodo storico cosi buio? Come fare a gestire le emozioni a distanza che invadono i nostri saloni, le nostre cucine che ormai sono diventati il prolungamento dei nostri studi? Le emozioni oscillano dall’impotenza di non poter fare di più, alla sensazione di utilità in un momento di isolamento. Ma siamo pur sempre terapeuti e il senso di cura e accudimento diventa il motore del nostro lavoro, la spinta a promuovere il benessere precario che tutti insieme stiamo sperimentando. Si cerca di gestire al meglio i casi clinici complessi,  che con cura abbiamo tessuto insieme ai nostri pazienti nel tempo. Proviamo a contenere la tristezza, l’ansia, la perdita e la paura, dei nostri pazienti, che si sentono soli, spaventati, e forse lo siamo anche noi. Allora cerchiamo di fare tutti grandi respiri, riprendiamo il nostro zaino degli attrezzi da lavoro, con tutte le tecniche di cui siamo forniti per aiutare chi in questo momento si sente sguarnito da quella rete di protezione. Accogliere e validare questo disagio è quello che siamo pronti a fare, ponendo l’accento sul concetto di accettazione, che la nostra cara Acceptance and Commitment Therapy ci ha insegnato.

L’ACT prende il nome da uno dei suoi messaggi fondamentali: accettare ciò che è fuori dal controllo personale e impegnarsi nell’intraprendere azioni che arricchiscono la propria vita. Aiutarci a creare una vita ricca, piena e significativa, mentre accettiamo il dolore che la vita inevitabilmente porta. Tutto questo non può che essere attualissimo rispetto quello che stiamo vivendo, rispetto alle nostre storie, alle vite interrotte e sospese da questo virus. Noi terapeuti cerchiamo in tutti i modi di esserci, di promuoverci e di spendere parole, tempo ed energia per supportare il bene della salute mentale, troppo spesso sottovalutata. La frustrazione e il senso di impotenza per non potere fare di più è tanta. Penso alla seduta delle 17.00, al paziente che più di me sta vivendo una vita infernale ancor prima del Coronavirus. Ci attrezziamo, zaino in spalla e proviamo ad architettare alla meglio, con quello che abbiamo a disposizione, una mini esposizione da campo per cercare di far continuare il nostro lavoro terapeutico. Dietro lo schermo c’è sempre lui, il paziente, riesco a scorgere piccoli dettagli della sua quotidianità, perché la tecnologia mi concede di vedere la sua stanza, i suoi oggetti o scorgere una voce di un caro in lontananza, che solo nella mia fantasia era entrato nella nostra stanza di terapia, e lo stesso vale per lui. Diventiamo in un momento tutti e due più “umani”, persone comuni, con una propria vita al di fuori dell’ora di seduta. Le emozioni sono tante e devono essere tutte contenute in uno schermo. Ci si ritrova a fare grandi sorrisi per piccoli progressi che ancora di più oggi sembrano dei grandi traguardi, raggiunti con il massimo sforzo e impegno. Quando è il momento del saluto e di programmare il prossimo appuntamento virtuale, ci congediamo con la speranza di riabbracciarci al più presto e con la consapevolezza di non essere soli.

Io sto a casa, ma di cosa ho bisogno?

di Teresa Cosentino

Pretendere troppo da noi stessi e non definire i propri limiti nella relazione con l’altro è spesso altra fonte di malessere

Questa quarantena mi sta distruggendo. Lo smart working da incastrare tra le altre mille attività, i diverbi con mio marito… Ma la parte più dura è badare tutto il giorno a mia figlia di 5 anni, organizzarle attività, giocare con lei, non so più cosa inventarmi! Dovrei esser felice di trascorrere tutto questo tempo in famiglia, con i miei cari, con mia figlia, potermi dedicare a loro e godere della loro vicinanza, e invece mi sento frustrata, irritata… Che razza di mamma sono? Forse sono solo un’egoista!”, dice Anna.

Sono pieno di stimoli, risorse online gratuite su qualsiasi argomento: audiolibri, film e serie tv, libri, musei virtuali, corsi di lingua, di pilates, yoga, ballo… Ogni sera vado a letto con l’idea che l’indomani farò qualcosa e poi, invece, durante il giorno mi perdo in altre cose e arrivo a fine serata senza aver concluso niente. Sto sprecando un’occasione irripetibile, mi dico: quando mi ricapiterà di avere tutto questo tempo libero e tante risorse gratuite da sfruttare? Leggo sui social e vedo in tv gente che si dedica a varie cose in questo periodo, dalla cucina alla musica e altro ancora… È così che dovrei fare!”, racconta Giulio.

Sono più stressata di prima, questo smart working mi distrugge: il capo si aspetta il triplo del rendimento perché dice che da casa diminuiscono le distrazioni (ad esempio, le pause caffè, le chiacchiere coi colleghi, i tempi per gli spostamenti casa-lavoro). In realtà, per me è più complicato: non ho in casa uno spazio tutto mio, la connessione è lenta, devo cercarmi da sola informazioni che di solito i miei colleghi sono in grado di darmi e devo gestire i miei due figli mentre lavoro, dato che mio marito è medico ed è spesso fuori per lavoro . Come può il mio capo farmi tutte quelle richieste? Conosce la mia situazione! Mi ritrovo a lavorare anche di notte, quando i miei figli sono a letto!”, afferma Matilde.

Siamo in cinque (io, mia sorella, mia madre, mio padre e il fratello di mio padre) in una casa di 70 mq e non c’è neanche un balcone o un terrazzo condominiale. In qualsiasi luogo della casa vada, c’è sempre qualcuno, notte e giorno. Questo mi costringe a interagire con loro anche se non ne avrei nessuna voglia, a parlare di cose che non mi interessano. A volte vorrei solo il silenzio intorno! E poi ci sono anche le telefonate e le videochiamate di parenti e amici a cui non posso sottrarmi, con che scusa? Con tutto questo tempo a disposizione non posso certo dire che ho da fare”, dice Nicola.

Quattro voci che rappresentano spaccati di vita quotidiana in questi tempi di quarantena da Coronavirus. Cosa le accomuna? In tutte sembra esserci una discrepanza tra come si pensa che la realtà dovrebbe essere e quello che invece accade davvero: ciò genera sensi di colpa, rabbia, frustrazione, tristezza. Le credenze personali, avvalorate e nutrite da ciò che i media diffondono e sottolineano (come, ad esempio, le tante interviste e testimonianze di personaggi famosi che si dicono soddisfatti di poter trascorrere il tempo con i propri cari, potersi dedicare a coltivare passioni e interessi), ci portano a immaginare come la nostra vita “dovrebbe” essere in questo strano tempo di quarantena. Poi, però c’è la realtà, fatta di case piccole, di familiari con cui si è costretti a convivere, pur non essendo molto in sintonia con loro, e ci sono i propri bisogni, ai quali i personaggi delle quattro testimonianze non sembrano prestare attenzione, riconoscere valore e saper condividere. In questo complicato momento, in cui il tempo sembra sospeso e così il nostro piano esistenziale, le abitudini sono stravolte, la barra del timone debba essere salda sul rispetto di sé e dell’altro. In questo momento d’incertezza, in cui possiamo essere preoccupati per questioni legate a salute e finanze, tristi per la perdita di persone più o meno vicine e per ciò che sta accadendo nel mondo più in generale, frustrati per le limitazioni e le rinunce che questa condizione ci impone,  è importante esser ancora più gentili di quanto generalmente siamo con noi stessi e con gli altri. Concederci uno spazio di ascolto che ci permetta di venir in contatto con le nostre emozioni e i nostri bisogni, accogliendo senza giudicarli o tentare di sopprimerli e negarli. In questo tempo sospeso, riconosciamo dignità a ciò che proviamo e desideriamo, come espressione della nostra natura umana e dei nostri diritti. Le emozioni che proviamo sono fenomeni complessi che ci parlano della nostra visione del mondo, di ciò che è importante per noi, di ciò che sentiamo minacciato o perduto per sempre o ingiusto. I bisogni sono espressione di ciò che ci manca, delle nostre necessità non soddisfatte. Rispettare le proprie emozioni e i propri bisogni vuol dire riconoscerli a noi stessi come legittimi, accoglierli. Comunicare all’altro quello che proviamo e ciò di cui abbiamo bisogno è uno step successivo che ha una serie di vantaggi e conseguenze funzionali: consente all’altro di comprendere che persone siamo, cosa è importante per noi, le nostre preferenze e utilizzare queste informazioni per meglio regolarsi nella relazione con noi; aumenta il grado d’intimità della relazione, sentendo che possiamo fidarci dell’altra persona e percependo l’altro come la nostra apertura. Ciò può generare dei circoli virtuosi nella relazione e bloccare quei circoli viziosi che spesso s’innescano quando non capiamo l’altro o non ci sentiamo capiti. Ciò significa, ad esempio, per Anna, poter comunicare con serenità al marito di aver bisogno di uno spazio proprio, chiedendo a lui di occuparsi in alcuni momenti della bambina.
Pretendere troppo da noi stessi e non definire i propri limiti nella relazione con l’altro, sulla base di aspettative irrealistiche e doverizzazioni, è spesso un’altra fonte di malessere e sofferenza. Riconoscere che abbiamo il diritto di mettere un limite alle richieste del capo, come nel caso di Matilde, o dei familiari significa far riferimento alla nostra natura umana, per forza di cose limitata in termini di energie, tempo, interessi e competenze.

Va da sé che questo tipo di atteggiamento sia utile non solo nei confronti di sé, ma anche nei confronti di chi ci circonda. Riconoscere all’altro, al capo, ai familiari, agli amici, il diritto di avere i propri bisogni e impegnarsi nella loro direzione, il diritto di sentire e provare certe emozioni e non altre e il diritto a definire i propri limiti è l’altra faccia della medaglia, l’altro punto essenziale per riuscire ad avere relazioni serene in generale e, ancor di più, in questi tempi di convivenza forzata.
Questa strana condizione che stiamo vivendo, di distanziamento sociale che ci obbliga però a una convivenza forzata e prolungata, potrebbe diventare l’occasione per riflettere su questi punti essenziali, per ripartire dal rispetto di sé e dell’altro e dalla necessità di essere accoglienti e benevoli con entrambi, ciascuno con i propri vissuti e bisogni.

Per approfondimenti

Bauer, B., Bagnato, G., & Ventura, M. (2012). Puoi anche dire «No!». L’assertività al femminile. Dalai Editore

Come stanno i bambini?

di Elena Cirimbilla

Potremmo farli insieme a loro quei capricci e quei pianti. Potremmo far sentire loro che li capiamo e che, in qualche modo, hanno ragione

Sul web spopolano vignette ironiche di genitori disperati in smart working che legano i figli alla sedia e video che raccontano in maniera tragicomica la fatica di mamma e papà nel dedicarsi ai figli in un universo sconosciuto, mentre la vita quotidiana deve continuare.
Genitori che raccontano di quanto siano di difficile contenimento i bambini, capricci da un lato e pianti dall’altro. Raccontano di quanto sia faticoso sostituirsi agli insegnanti, cercare i compiti dal registro elettronico e seguirli nella loro giornata.

Ma i bambini come stanno?

Per i nostri bambini questo cambiamento improvviso all’inizio odorava di vacanza, poi di novità. Per i più piccoli, mettersi vicino alla mamma e lavorare ognuno al proprio computer a fare “le cose da grandi” era divertente, quasi un gioco. Ma si sa, il gioco è bello quando dura poco e, ad oggi, a più di un mese dall’inizio della quarantena, per i bambini la vacanza, il gioco, sono diventati più lunghi del previsto. Quegli stessi bambini che sono impegnati quotidianamente in tante attività, scolastiche ed extrascolastiche, da un giorno all’altro hanno perso non solo i riferimenti della propria routine, ma anche il contatto con i compagni, gli insegnanti, lo sport preferito.

Dal punto di vista del genitore, che in una prospettiva autocentrata può avere una difficoltà nel decentrare e “mettersi nella testa” del bambino, c’è la fatica e la difficoltà nella gestione del proprio figlio. Nella testa del genitore c’è l’insegnante che non è presente e la mamma e il papà che devono organizzare le attività al computer e recuperare i compiti. Nella testa del bambino, in modo speculare, c’è l’assenza delle persone con le quali era abituato a trascorrere la maggior parte delle ore della giornata, la mancanza di autonomia nell’avere un contatto con la scuola e nel prendere il proprio diario e poter iniziare i compiti.

Qualche giorno fa ho visto un video di un bambino molto arrabbiato che lamentava “di non farcela più a non uscire”: “faccio la valigia e vado dal nonno”, diceva. Un piccolo “pazientino” mi ha detto: “non vedevo l’ora di raccontarti di aver fatto la pizza, perché non l’ho potuto dire a nessuno”.

L’ambiente sociale e relazionale della realtà quotidiana improvvisamente scompare; e, per quanto si possa spiegare al bambino ciò che sta accadendo e lui possa tentare di comprenderlo, è probabile che sperimenterà una perdita, anche se momentanea.

Ci possiamo aspettare, quindi, che il bambino provi tristezza per questa perdita, o rabbia perché vive questi eventi con un senso di ingiustizia. D’altronde, come può un bambino trovare giusto lo stare a casa tutto il giorno, tutti i giorni?

Forse è poco osservabile, forse non si percepisce questa tristezza, ma quest’anno i nostri bambini non faranno lo spettacolo di teatro o il saggio di danza e stanno rinunciando a qualcosa di molto importante per loro. Una rinuncia, la perdita di un bene, si associa a un vissuto di tristezza. E se la perdita viene percepita anche come un’ingiustizia, è possibile che insieme si sperimenti rabbia.

Hanno senso, allora, irritabilità, tristezza, pianto, segni che è possibile riscontrare in questi “piccoli umani” che hanno perso, da un giorno all’altro, gran parte dei loro punti fermi.

Forse potremmo farli insieme a loro quei capricci e quei pianti, forse potremmo far sentire loro che li capiamo e che, in qualche modo, hanno ragione.

Tenere in considerazione i vissuti dei nostri bambini, validare le loro emozioni, legittimarli in quello che stanno vivendo, provando a “mettersi al loro livello”, attraverso il mondo che conoscono e nel quale è più semplice immergersi, permetterà loro di sentirsi più compresi.

Tyler Walsh ha creato, a questo proposito, una “versione Lego” del messaggio del Primo Ministro canadese ai bambini, in merito al loro ruolo nella lotta contro il Covid-19:

“Voglio ringraziarvi tutti per l’aiuto che ci date nel rallentare la diffusione del Covid-19.
E a tutti i bambini lì fuori: tutto a un tratto avete saputo di non potervi vedere con gli amici per giocare o fare i pigiama party. I vostri parchi giochi e le scuole sono chiusi e le vostre vacanze di marzo sono sicuramente diverse da quelle che speravate. Lo vedo anche con i miei figli, vedono molti più film, ma sentono la mancanza dei loro amici, e allo stesso tempo sono preoccupati di quello che sta accadendo lì fuori nel mondo e cosa potrebbe riservare il loro futuro.
So che si tratta di un grande cambiamento ma dobbiamo farlo, non solo per noi stessi ma per i nostri nonni, le nostre infermiere, i nostri medici e tutti quelli che lavorano nei nostri ospedali. E voi bambini, state aiutando molto. I medici e gli scienziati hanno chiarito che il distanziamento sociale, che significa stare almeno a due metri di distanza e stare a casa il più possibile, è il miglior modo per aiutarci l’un l’altro. E vi dovete lavare le mani, molto.
Quindi, un ringraziamento speciale a tutti voi bambini. Grazie per aiutare i vostri genitori a lavorare da casa, per sacrificare le vostre giornate tipo, per fare lezione di matematica attorno al tavolo della cucina e per avere fiducia nella scienza. Assicuriamoci di fare tutti la nostra parte. Combattiamolo insieme”.

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L’ansia ai tempi del Coronavirus

di Mafalda Golia

Quando è eccessiva, siamo incapaci di farvi fronte, compromettendo il nostro funzionamento personale

Con l’aumento dei casi di contagio e delle vittime di Covid-19, è cresciuta anche l’ansia, emozione che ha un’importante funzione adattativa, poiché ci segnala l’esistenza di una minaccia incombente e ci induce a essere più prudenti. Quando l’ansia è eccessiva, siamo incapaci di farvi fronte, compromettendo il nostro funzionamento personale. Il momento attuale influisce sulla nostra emotività. Siamo preoccupati per la salute nostra e dei nostri cari, vediamo a rischio il nostro benessere economico; l’intolleranza dell’incertezza e l’incapacità di gestire situazioni incontrollabili sono fattori fondamentali nel mantenimento di questa preoccupazione. L’incertezza provocata dal Coronavirus si traduce in comportamenti disfunzionali quali, ad esempio, il cercare continuamente informazioni. In tal caso, anche se è corretto tenersi informati, trascorrere troppo tempo alla ricerca di notizie ci rende più ansiosi. Un buon suggerimento può essere quello di concentrarci su ciò che possiamo controllare, accettando che ogni sforzo di cancellare la nostra incertezza è inutile.

L’attenzione svolge un ruolo importante nell’insorgenza e nel mantenimento dell’ansia; molti, infatti, si concentrano sul proprio corpo per cercare eventuali sintomi del virus presenti. Ogni sensazione fisica verrebbe allora interpretata quale prova inequivocabile di aver contratto la malattia, generando sensazioni fisiche questa volta legate all’ansia. Per poter sopportare l’ansia, le persone potrebbero bere o mangiare più del solito, allo scopo di distrarsi o sedare la sofferenza vissuta. Sebbene questi comportamenti possano temporaneamente essere di sollievo, col tempo possono peggiorare i nostri sintomi. Un altro modo disfunzionale di far fronte all’ansia è attraverso l’accumulo di cibo e di altri prodotti, acquistati in quantità maggiore rispetto alla reale necessità, col timore della loro futura indisponibilità. Questo può influenzare gli altri, favorendo in loro l’accrescere dell’ansia che li porta a impegnarsi nello stesso comportamento senza controllo. Non solo. Favorisce criticità anche di ordine pratico come la diminuzione dei beni, l’affollamento nei supermercati e la difficoltà nel rispettare la distanza minima tra gli avventori.
Evitare l’ansia è quasi sempre controproducente: quando la sentiamo arrivare lasciamo che i nostri pensieri e che la nostra ansia ci investano accettandola come parte integrante dell’esperienza umana. Pratichiamo una respirazione addominale profonda e torniamo con la mente al momento presente senza rimuginare su un futuro avverso. In questo periodo incerto manteniamo buone abitudini di vita: prendiamoci cura del nostro corpo e rimaniamo in connessione con gli altri, trovando nuovi modi di comunicare. Infine, utilizziamo questo tempo sospeso come un regalo: concediamoci l’opportunità di stare più a contatto con i nostri bisogni, al fine di riconoscerli e soddisfarli.

Sguardo tra le oscillazioni dell’umore

di Alessandra Lupo

Nella mia febbre cerebrale, o follia, non so come chiamarla, i miei pensieri hanno navigato molti mari. Vincent Van Gogh

Il 30 marzo si è celebrata la giornata mondiale del disturbo bipolare. Questa data coincide con la nascita del famoso artista Vincent Van Gogh, affetto da disturbo bipolare. Il connubio della sua genialità con il disturbo, che a colpi di pennello ha caratterizzato la sua arte e le sue opere, ci incita ad andare oltre l’etichette del criterio diagnostico dei nostri manuali. Divulgare la conoscenza di questa patologia, vuol dire non solo fare prevenzione, ma anche riuscire a vedere gli aspetti umani e tipici dell’alternarsi delle fasi cicliche che si succedono durante la fase di malattia. Tutti sanno che il disturbo è una patologia psichiatrica complessa. Nello specifico, il DSM-5 (il manuale diagnostico e statistico sui disturbi mentali) identifica tre forme diverse di disturbo bipolare (disturbo bipolare I, disturbo bipolare II, disturbo ciclotimico). Ognuno di questi è caratterizzato da sintomi maniacali, la cui durata e gravità è differente nei vari tipi. Viene definito “disturbo bipolare” in quanto la patologia è caratterizzata da una sintomatologia che si sposta su un continuum di due polarità opposte: mania e depressione. La mania è uno stato che predispone il soggetto a una forte esaltazione, (l’autostima del soggetto è ipertrofica, con un senso di grandiosità), sfociabile anche in irritabilità e che si riflette sul proprio modo di pensare, parlare e agire. Nella mania, le persone percepiscono la velocità del susseguirsi dei pensieri, degli impulsi: iniziano ad agire in modo insolito, diventando più espansive, disorganizzate e disinibite, mettendo in atto comportamenti rischiosi, spese azzardate, guida imprudente, comportamenti sessuali a rischio. L’irritabilità può seguire l’esaltazione della fase maniacale, con disforia, senso di irrequietezza e smania immotivata. Con il termine “ipomania” si intende una fase simil maniacale con una sintomatologia più lieve rispetto la mania vera e propria.

Il disturbo bipolare tipo I è caratterizzato da almeno un episodio maniacale preceduto o seguito da episodio depressivo maggiore. L’esordio di solito è intorno ai 18 anni di età. Nel disturbo bipolare tipo II, si registra la presenza di almeno un episodio ipomaniacale e almeno un episodio depressivo maggiore, senza aver mai sperimentato episodi manicali. L’esordio è tardivo, intorno ai 35 anni di età. Nel disturbo ciclotimico, i pazienti hanno prolungati periodi (oltre i due anni) che comprendono sia episodi ipomaniacali che depressivi, tuttavia questi episodi non soddisfano i criteri specifici per un disturbo bipolare.

Volendo approfondire l’aspetto percettivo di questo disturbo, ci dobbiamo porre degli interrogativi: come i pazienti sperimentano le oscillazioni dell’umore? Come cambia la percezione di sé e del mondo?
A tal proposito, sono diverse le testimonianze di autori, scrittori e artisti che hanno dovuto convivere con il disturbo, imparando ad assecondare ogni oscillazione dell’umore. Tra i tanti autori che soffrono del disturbo bipolare, c’è la famosa professoressa statunitense Kay Redfield Jamison, docente di psichiatria alla Johns Hopkins University School of Medicine, e professore onorario alla University of St. Andrews. La Jamison ha reso pubblico il suo disturbo attraverso libri come “Manic- Depressive illness”, un vero e proprio trattato sulla malattia maniaco depressiva, e “An Unquiet mind”. In quest’ultima opera autobiografica, lei stessa descrive perfettamente le oscillazioni dell’umore e gli switch che avvengono durante il decorso della patologia:

“La mia mente cominciava ad arrancare per star dietro a sé stessa, i pensieri si susseguivano così veloci da intersecarsi l’uno con l’altro a ogni angolazione possibile. Nell’autostrada del mio cervello si stava verificando un tamponamento a catena di neuroni, e più cercavo di rallentare il pensiero più mi rendevo conto di non poterlo fare… Ero sempre più irrequieta, irritabile e desideravo una vita eccitante; tutto a un tratto mi ribellavo proprio a ciò che amavo di più in mio marito: la sua gentilezza, il suo equilibrio, il suo calore e il suo amore. Mi protesi d’impulso verso una vita nuova…”.

E ancora:

“Penso che la malattia mi abbia costretto a mettere alla prova i limiti della mia mente (che resiste, pur se è carente) e quelli della mia educazione, della mia famiglia, della mia cultura e dei miei amici.”

Le innumerevoli ipomanie, e le manie stesse, hanno introdotto nella mia vita una diversa intensità di percezione, di emozione e di pensiero. Anche nei peggiori momenti di psicosi, di mania, di delirio e di allucinazione mi rendevo conto di scoprire nuovi angoli della mia mente e del mio cuore. Alcuni tanto incredibili e belli da togliermi il respiro e farmi sentire che se fossi morta in quell’istante quelle visioni mi avrebbero accolto. Altri tanto grotteschi e brutti che non avrei mai voluto conoscerne l’esistenza né vederli di nuovo: ma sempre, c’erano angoli nuovi, e quando mi sento me stessa, cosa di cui sono debitrice ai farmaci e all’amore, non riesco ad immaginare di essere stanca della vita proprio perché so che esistono quegli angoli infiniti dalla prospettiva sconfinata”.

Cercare di condividere le esperienze di chi è affetto della patologia permette non solo di conoscere il disturbo, ma anche provare a comprendere come possa essere dura la vita di un soggetto con bipolarismo. Oggi sappiamo che le cure farmacologiche, associate a un trattamento psicoterapeutico, consentono al soggetto di vivere una vita dignitosa e meno invalidata dalla propria tempesta emotiva.