Perché il perdono può essere talvolta una via d’uscita dalla sofferenza emotiva?

di Barbara Barcaccia

Quando sentiamo che abbiamo subìto un torto ingiusto e che qualcuno ha violato i nostri diritti o i princìpi in cui crediamo, ci sentiamo feriti, offesi. A seconda del nostro sistema di valori, l’offesa sarà per noi più o meno grave. Ma conta anche il modo in cui è stata perpetrata l’offesa, ad es. quanto siamo convinti che il comportamento offensivo dell’altro sia stato intenzionale: quanto è stato deliberato il torto commesso? Quanta responsabilità ha la persona che ci ha fatto del male, secondo noi? Infatti, quando una vittima pensa che l’offensore sarebbe stato perfettamente in grado di controllare il proprio comportamento, e invece non lo ha fatto, tende a provare più rabbia. Tra le altre variabili che possono incrementare il peso dell’offesa, ci sono la reiterazione, per cui essa viene ripetuta più e più volte, ma anche il grado di vicinanza con la persona (più si è in una relazione stretta, più intensa sarà la sofferenza), e se lede gravemente la dignità della persona. Infine, il fatto che chi ci ha offeso non riconosca il danno compiuto e che non chieda scusa per la propria azione, rendono ancora più bruciante la ferita.

È noto che, alle offese percepite come gravi si tende a reagire, istintivamente, con l’odio e la vendetta, oppure con l’evitamento e la fuga. Si tratta di reazioni che, pur messe in atto nella convinzione di poter essere risolutive, purtroppo tendono a peggiorare la sofferenza della vittima dell’offesa. In pratica, i tentativi di soluzione diventano problemi, ed è per questo che la psicologia ha cominciato a occuparsi del perdono, intravedendone le potenzialità benefiche in termini psicologici.

Il perdono è una scelta personale, ed è un processo che richiede tempo. Consiste nella scelta di rinunciare all’odio, alla rabbia, al risentimento, pur avendo tutti i diritti a provarli, visto il male subìto. Perché si dovrebbe regalare all’offensore questo “dono” immeritato? In realtà, in termini psicologici, il perdono può essere in primo luogo un dono che si fa a se stessi: le ricerche scientifiche sugli effetti del perdono dimostrano che perdonare contribuisce al benessere psicofisico. Infatti chi perdona di più è anche meno ansioso e meno depresso. Inoltre perdonare migliora la qualità del sonno, contribuisce ad abbassare la pressione arteriosa, diminuisce il rischio di abuso di alcool o di sostanze, consente di avere relazioni interpersonali più soddisfacenti. Chi si vendica invece, pur facendolo nella speranza che il proprio gesto possa portare a un ristabilirsi della giustizia, a chiudere l’esperienza dolorosa, insomma, a metterci un punto e a non pensarci più, in realtà si trova incastrato, involontariamente, in una spirale di sofferenza. Anche le ricerche scientifiche, infatti, dimostrano che vendicarsi porta a un prolungamento delle emozioni negative.

Ma come riuscire a modulare la propria sofferenza in situazioni in cui ci hanno fatto del male? Una delle possibili strade da percorrere (ma non l’unica) è imparare a non “ruminare”: la ruminazione è quel meccanismo cognitivo che consiste nel pensare continuamente a cosa è accaduto, perché l’altro ha fatto ciò che ha fatto, ha detto ciò che ha detto, perché noi non abbiamo reagito in un certo modo, etc. Insomma, è come essere bloccati in un circolo vizioso di pensieri negativi, senza che questo porti mai a una risoluzione di alcun tipo; al contrario, l’effetto che si ottiene è un incremento della tristezza e della rabbia.

Attenzione però, imparare a non ruminare e a perdonare non equivale a dimenticare, né significa sopprimere, senza elaborarli, la rabbia e il risentimento che è normale provare dopo un’offesa, e neanche vuol dire concedere un “perdono giudiziale”, poiché il processo del perdono è una scelta personale, e nulla ha a che fare con il corso della giustizia. Non si tratta di sopprimere il ricordo di ciò che è accaduto, né di “fare sconti” all’offensore, ma di smettere di provocarsi un’inutile sofferenza ripercorrendo continuamente nella propria mente ogni dettaglio del male subìto e tormentandosi senza sosta e senza soluzione sul perché le cose siano andate in quel modo e non altrimenti: è il ricordare “tossico” che conviene abbandonare. Le ricerche dimostrano, a questo proposito, che le ruminazioni su eventi di vita negativi, come le offese subìte, sono incredibilmente controproducenti per il benessere psico-fisico. Se pensiamo poi che meccanismi a circolo vizioso come la ruminazione, ci fanno continuare a soffrire per avvenimenti accaduti magari venti anni addietro, può davvero valere la pena provare ad abbandonare il risentimento. Lily Tomlin, una comica americana, ha scritto uno straordinario aforisma a questo proposito: perdonare significa smettere di sperare in un passato migliore… Dunque, smettere di ruminare significa anche lasciar andare gran parte della sofferenza “inutile”. Oggi abbiamo a disposizione fortunatamente in psicologia molte strategie per rendere più facile questo processo, come ad esempio la pratica della mindfulness, uno strumento sempre più diffuso in ambito clinico, così come nel campo della promozione del benessere.

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