“Non devi essere triste, non ci pensare!”

di Antonella D’Innocenzo

Le difficoltà del genitore ad accettare le emozioni dolorose del bambino

Preoccuparsi costantemente di preservare i propri figli dalle sofferenze, desiderare di vederli sempre felici e liberi dal dolore è un’esperienza legittima e comprensibile per un genitore. Eppure i bambini provano inevitabilmente e normalmente tristezza, si arrabbiano, hanno paura.
Dal momento in cui gli eventi tristi e dolorosi della vita non si possono eliminare, l’adulto può offrire al bambino un valido aiuto nel processo di elaborazione e di accettazione delle esperienze; comunicare con lui, fornire il supporto emotivo adeguato può permettergli di comprendere e gestire in modo più efficace quello che prova, consentendogli di affrontare le difficoltà.

Tuttavia le emozioni dolorose del bambino e i comportamenti a esse associati possono rappresentare una fonte di stress e di disagio per il genitore, creare dispiacere al punto da attivare il desiderio di proteggerlo a tutti i costi, anche quando sarebbe più conveniente sperimentare ed esprimere le emozioni dolorose, invece che tentare di eliminarle.

Il genitore può avere comportamenti tesi più a regolare il proprio disagio emotivo che a soddisfare i bisogni del proprio figlio o a educarlo.

Il rischio è quello che il bambino, proprio come il genitore, impari a inibire le sue emozioni, a sforzarsi di non provare quello che prova perché “non giusto” o “pericoloso”, a criticarsi o colpevolizzarsi per ciò che sente, a sforzarsi di provare cose diverse, innescando circoli viziosi che mantengono e alimentano il disagio.

Come mai il genitore può avere difficoltà a gestire la sofferenza del figlio?

In primo luogo può sperimentare dolore empatico: la mente del genitore può essere attraversata da pensieri quali “sta provando troppo dolore”, “è in difficoltà”, “non è giusto che un bimbo così piccolo soffra”, provare lui stesso un dispiacere intenso nel sapere o nell’assumere che sta soffrendo e attivare comportamenti di protezione, ad esempio distrarlo.

In secondo luogo sente minacciati scopi importanti: saperlo proteggere, non commettere errori, sentirsi amato.

Ciò che il bambino prova ed esprime può così essere valutato come prova di un proprio fallimento e disvalore. Se si è molto preoccupati di non essere all’altezza o di essere inadeguati come genitori, pensieri quali “non sono capace di educarlo e accudirlo”, “non sono un bravo genitore” potranno generare tristezza e senso di inadeguatezza, innescando circoli viziosi disfunzionali.

I vissuti del figlio possono anche essere interpretati come la prova di un proprio errore nella capacità di proteggerlo o preservarlo. L’adulto si sente responsabile della sofferenza del figlio: pensieri quali “se è triste è colpa mia”, “dove ho sbagliato?”, “se sta male dipende da me”, generano e mantengono sentimenti di colpa intensi al punto da avvertire l’urgenza a porre fine al comportamento del bambino. Se da un lato il genitore è preoccupato per il disagio del figlio, dall’altro prova irritazione, finendo per criticare, rimproverare o colpevolizzare il figlio. In presenza di emozioni dolorose il genitore può, inoltre, essere allarmato per il timore di perdere o rovinare il rapporto, di essere amato meno se non è in grado di evitare al figlio ogni dispiacere (“se sei triste, ho paura che tu non mi voglia più bene”).

Le credenze, gli scopi, le aspettative del genitore regolano i suoi comportamenti, che,

seppur legittimi, comprensibili e in linea con i suoi valori, possono nascere con l’intento di manipolare il vissuto emotivo del bambino. Aiutare l’adulto a riconoscere i propri contenuti mentali, modificarli se possibile, o accettarne la presenza, semplicemente prendendo più distanza da essi, può aiutarli nella gestione delle proprie emozioni e, di conseguenza, di quelle del figlio, aumentando la sua capacità di affrontare e gestire la sofferenza emotiva.

Per approfondimenti:

Perdighe C. “Il linguaggio del cuore”, 2015, Erickson editore.

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