Strategie di risposta al Covid-19

di Cecilia Laglia e Rosa Vitale

Le vite di alcune persone sembrano fluire come in un racconto; la mia ha avuto molte fermate e ripartenze. Questo è ciò che fa il trauma. Interrompe la trama… Semplicemente accade e, dopo, la vita va avanti. Nessuno ti prepara a questo. A Memoir of Terror, Jessica Stern, Denial

L’emergenza collettiva del Coronavirus pone tutti di fronte a un evento assolutamente incontrollabile e disarmante.

È possibile riscontrare una discrepanza tra i bisogni di ogni individuo e le sue capacità di risposta, utili alla prevenzione e al superamento dell’angoscia traumatica. La risposta a un evento traumatico può variare, infatti, in base alle caratteristiche della personalità del soggetto coinvolto (personalità pre-traumatica) e alle sue vulnerabilità specifiche. Il livello di intensità e gravità dell’evento traumatico elicitano stati di impotenza e angoscia, aumentando la probabilità di esiti psicopatologici. Eventi di intensità maggiore e traumi collettivi (emergenze, catastrofi naturali, pandemie) sottopongono contemporaneamente l’individuo a un ampio numero di situazioni stressanti, a differenza di traumi a intensità minore (lutti, traumi relazionali) i cui effetti, seppur dolorosi, si esauriscono in sé stessi, non esponendo il soggetto a ulteriori sollecitazioni. Inoltre, l’impatto dell’evento traumatico sull’individuo varia in base alle emozioni e ai pensieri che esso è in grado di evocare, riattivando vissuti e memorie traumatiche personali, generando e acuendo le sensazioni di impotenza e di vulnerabilità.

Le reazioni più comuni che si registrano in seguito a una condizione traumatica come quella del Covid-19 sono di diversa natura: di tipo emozionale (shock, collera, ottundimento emozionale, senso di colpa, dissociazione), cognitivo (confusione, distorsioni, preoccupazioni, pensieri intrusivi), fisico (insonnia, iperattivazione, lamentele somatiche) e interpersonale (alienazione, aumento dei conflitti nelle relazioni).

Una delle modalità di coping, vale a dire dei meccanismi psicologici adattivi, è la “reazione di tolleranza”, caratterizzata da un sufficiente mantenimento della capacità di autocontrollo, di lucidità e della messa in atto di risposte comportamentali ed emotive adeguate. Tuttavia, data l’imprevedibilità della durata temporale dell’emergenza in atto, sarà possibile osservare due differenti evoluzioni delle reazioni all’interno di questa categoria: alcune persone potrebbero, infatti, manifestare le così dette “reazioni differite”, cioè reazioni inizialmente adeguate che, con il trascorrere del tempo, evolvono in senso patologico; altre potrebbero orientarsi verso strategie di accettazione, con conseguente adozione di comportamenti propositivi per la gestione della difficoltà. Un esempio sono le strategie di supporto collettivo, quali l’utilizzo di motti e hashtag (#iorestoacasa, #andratuttobene), video di personaggi famosi che invitano a resistere e rispettare le norme di contenimento e iniziative di supporto psicologico e sociale a categorie a rischio.

Un’altra strategia di fronteggiamento è quella delle “reazioni iper-emotive brevi”, caratterizzate da manifestazioni psicosomatiche intense (shock, ansia, depressione, smarrimento, stupore, palpitazioni, nausea, etc.), che raggiungono l’apice nei giorni immediatamente successivi all’evento e tendono a diminuire gradualmente. Si può osservare in questo momento una maggiore presenza in ognuno di noi di preoccupazioni sulla salute e timori di contagio, con conseguente normalizzazione dei quadri di tipo ipocondriaco e ossessivo. Tuttavia, in alcuni casi più gravi, tali reazioni possono evolvere, invece, in quadri post-traumatici e sindromi nevrotiche di diverso tipo.

Un’ulteriore modalità di coping riguarda le “risposte disfunzionali” a carattere dissociativo, in cui possiamo annoverare comportamenti irrazionali di esposizione al pericolo e comportamenti aggressivi auto ed etero diretti, osservabili nella tendenza di alcune persone a non rispettare le norme vigenti, supportate da credenze irrazionali di invulnerabilità, più comuni tra i giovani, che esitano in comportamenti a rischio quali assembramenti e non utilizzo dei dispositivi di sicurezza.

Il trauma ci priva della sensazione di essere padroni di noi stessi e, in particolare in questo momento storico, della percezione di essere liberi. È per questo che appare fondamentale cercare di identificare dei piccoli obiettivi da raggiungere nella nostra quotidianità, aiutandoci a essere presenti nel “qui ed ora” e coinvolti con le persone che ci stanno intorno, accogliendo la sfida insita nel tentativo di ristabilire la padronanza del corpo e della mente e, dunque, di noi stessi.

Per approfondimenti

Van Der Kolk B. (2015) Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche. Raffaello Cortina Editore.

Cyrulnik B. (2009) Autobiografia di uno spaventapasseri. Strategie per superare un trauma. Raffaello Cortina Editore.

Lo Iacono A., Troiano M. (a cura di) (2002) Psicologia dell’emergenza. Roma: Editori Riuniti.

Né bonobo Né Scimpanzé

di Roberto Petrini

La condivisione ci ha fatto superare le difficoltà evolutive e oggi ci aiuta ad affrontare il Coronavirus

Sei milioni di anni fa, l’umanità si separò dalla linea evolutiva comune delle grandi scimmie. Prima si differenziarono gli Orango, poi i Gorilla e, per ultimi (quindi gli antenati comuni più prossimi), i Bonobo e gli Scimpanzé. I Bonobo sono scimmie molto empatiche e risolvono le tensioni con comportamenti come il gioco e il sesso; gli Scimpanzé sono meno pro-sociali e decidono spesso le dispute con la violenza.

Noi Homo siamo “scimmie bipolari”, a volte collaborativi ed empatici, a volte gerarchici e violenti, ma sembra proprio che la capacità che ci ha maggiormente condotto a superare le difficoltà evolutive sia stata la cooperazione. Certo, è stata importante anche l’organizzazione gerarchica della società, come anche la creazione di un maschio super alfa come Dio, che ci ha trasmesso leggi morali alle quali sottometterci, perché la sottomissione gerarchica è un meccanismo molto più antico e potente della moderna vergogna e senso di colpa.

Milioni di anni fa, il nostro antenato in comune, per far fronte alle sfide imposte dall’ambiente, iniziò a sviluppare una collaborazione di base, detta anche strumentale. In questo tipo di cooperazione ancestrale e basica, c’è il continuo monitoraggio del comportamento degli altri partecipanti ad una azione congiunta, per vedere se stanno facendo la loro parte. È una proto-collaborazione basata sull’individualismo e il controllo, come si verifica in questo periodo di infezione da Coronavirus: “Stai rispettando le prescrizioni o stai andando a correre? In bici? Quante volte porti fuori il cane? Stai uscendo troppo spesso per fare la spesa?”.

In seguito, individui con la stessa simultanea percezione e comprensione del mondo, iniziarono a coordinarsi per cercare di raggiungere obiettivi comuni e scegliere, come collaboratori, solo i partner similmente meritevoli. Il cooperatore scorretto, per non restare solo, anche se forte e aggressivo, era spinto a conformarsi (“la penso diversamente ma assecondo la decisione della maggioranza”) per evitare la solitudine, che voleva dire morte certa.
Ogni deviazione dalla norma iniziò a dover essere giustificata nei termini dei valori condivisi dal gruppo, per essere compresa e accettata, e il trasgressore perdonato: “Esco, sì, ma per andare in farmacia, per fare la spesa settimanale, per andare a lavoro”.

In conclusione, il nostro antenato comune, a differenza delle altre grandi scimmie come gli Scimpanzé e i Bonobo, ha acquisito la grande capacità dell’“autogoverno normativo”, cioè l’abilità di autoregolarsi socialmente basandosi su delle strutture culturali e, conseguentemente, di configurare la realtà in una prospettiva utile a risolvere i conflitti.

Nel processo collaborativo moderno perché la persona sia motivata a contribuire, deve percepire una situazione di equità, dove la fiducia nel fatto che l’altro coopererà aumenta l’impegno della persona nel fare la sua parte. Le persone che condividono azioni, comportamenti ed emozioni hanno come “premio evolutivo” il sentimento di vicinanza e la creazione di un legame con l’altro. Milioni di anni fa è comparso il genere Homo, sopravvisse al raffreddamento globale, alla siccità e alle carestie grazie al coordinamento e alla condivisione.
“Ricordati di spogliare gli avvenimenti dal tumulto che li accompagna – scriveva Seneca – e di considerarli nella loro essenza: capirai che in essi non c’è niente di terribile se non la nostra paura”.

Per approfondimenti:

Michael Tomasello “Diventare Umani” Raffaello Cortina Editore. Frans De Waal “il bonobo e l’ateo” Raffaello Cortina Editore 

Fame emotiva ai tempi del Coronavirus

di Rossella Cascone

L’ emotional eating è un comportamento alimentare che rappresenta una delle principali cause dell’instaurarsi di una relazione conflittuale con il cibo

Il cibo desta da sempre molto interesse nelle persone, risulta una fonte di benessere e lo si accomuna spesso a eventi sociali ed emotivi che esulano dalla fame.

In particolare, il “confort food” è un cibo consolatorio che si associa a momenti piacevoli del passato o che permette di affrontare un momento difficile: le persone lo consumano perché ritengono possa aiutarle a gestire delle situazioni critiche, come ridurre lo stress o emozioni di noia, rabbia, ansia. In questo modo, si mangia senza realmente essere affamati.

A causa dell’attuale emergenza sanitaria, ogni individuo sperimenta differenti emozioni, fondamentali per il suo funzionamento ma che lo rendono più vulnerabile.

Ansia e angoscia per l’imprevedibilità della minaccia, solitudine e tristezza per le ridotte, se non inesistenti, relazioni sociali, sono tra le principali emozioni provate, ma anche senso di colpa per un possibile contagio dei cari (pensiamo, ad esempio, al personale sanitario), o semplicemente noia perché non si sa come occupare le giornate.

Uno dei rischi che si corre in questi giorni in cui si è costretti a restare in casa per l’emergenza Coronavirus, è proprio quello di consolarsi con il cibo, ricercando un conforto in esso.

Il mangiare spinti da “cause” emotive o in relazione a stati emotivi (emotional eating) è un comportamento alimentare che rappresenta una delle principali cause dell’instaurarsi di una relazione conflittuale con il cibo, che può dare luogo, in casi più gravi, al disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating disorder).

Questo comportamento spesso viene messo in atto in modo automatico, senza averne consapevolezza, e non risolve i problemi emotivi ma, al contrario, li aggrava, poiché alle emozioni negative si associa il senso di colpa per aver mangiato “troppo” o cibi non necessari e dannosi. In questo modo si tende a peggiorare lo stato psicofisico della persona.

Al contrario della fame fisica, ovvero lo stimolo che avverte della necessità dell’organismo di ricevere nutrienti, la fame emotiva arriva quando processi cognitivi, di pensiero, fanno venire la voglia di un determinato cibo. Per tale ragione, risulta essere improvvisa e urgente, anche se si è finito di mangiare da poco tempo, si manifesta con insistenza ed è molto specifica (“ho proprio voglia di gelato”), e non si frena quando il senso di pienezza è stato raggiunto.

La fame emotiva viene avvertita nella testa e non nello stomaco, pensando al sapore e all’odore del cibo di cui si ha voglia, ed è caratterizzata da un mangiare inconsapevole che porta a finire una scatola di biscotti o una busta di caramelle senza averle assaporate.

Inevitabilmente, questo comportamento genera un senso di colpa che può essere seguito, in alcuni casi, da un’emozione di vergogna.

È chiaro che non è sempre sbagliato utilizzare il cibo come mezzo per sentirsi meglio, lo diventa se ogni volta che si è stanchi, arrabbiati o delusi si fa ricorso al cibo per sentirsi meglio.

Succede spesso che le persone non sappiano definire bene il sentimento negativo che provano e che tendano a mangiare quando l’emozione non è “etichettata”. Inoltre, all’interno del mondo dei “mangiatori emotivi”, si incontrano persone consapevoli di esserlo ma che, incastrati in questo circolo vizioso, non riescono a uscirne. Vi sono poi i “mangiatori emotivi” inconsapevoli, che rappresentano la maggioranza del gruppo, i quali associano le problematiche legate al peso a credenze erronee come metabolismo lento, problemi ormonali o problemi alla tiroide, i quali credono che un medicinale o un intervento risolva il problema. Anche in questo caso, oltre a un atteggiamento deresponsabilizzante, vi è una scarsa consapevolezza.

Per spezzare il circolo doloroso dell’emotional eating è di fondamentale importanza conoscere e saper identificare le proprie emozioni ed esprimerle. Di fatto, imparare a riconoscere l’emozione che scatena la fame emotiva è un passo importante per imparare a gestire la dipendenza dal cibo e quindi per cambiare le abitudini.

In questo momento di emergenza, una delle attività ricreative o di “distrazione” è inevitabilmente mettersi ai fornelli e cucinare.

Uno dei modi per contrastare la fame emotiva è puntare alla qualità del cibo, riducendo le quantità, e impegnando il proprio tempo nella preparazione di piatti particolari ed elaborati, evitando di mangiare in piedi e correre in dispensa quando si ha un attacco di fame.

Bisogna però ricordare che nei momenti critici non vi è solo il cibo: concentrarsi su attività di svago o passioni accantonate, condividere le proprie emozioni con persone di fiducia sono valide alternative che possono essere d’aiuto.

Per approfondimenti

American Psychiatric Association (2013), Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5). Tr. It. Masson, Milano 2004.

Beck  J.S. “Dimagrire con il metodo Beck: impara a pensare magro”, Trento, Edizioni Centro Studi Erickson, 2008.

Medde P., Reposati A. “Psicologia e alimentazione: 5 passi per controllare la “fame emotiva”, . Roma, 2014, https://www.ordinepsicologilazio.it/risorse/psicologia-e-alimentazione/ (consultato il 29 marzo 2020).

Smith M., Segal J., Segal R. “Emotional Eating and How to Stop It”, 2019, https://www.helpguide.org/articles/diet-weight-loss/emotional-eating.htm

 

Covid-19: è utile parlare di trauma?

 di Claudia Perdighe

Un evento nuovo e negativo non deve necessariamente produrre malessere psicologico

Stamattina un paziente con disturbo ossessivo mi ha detto: “Stavo bene da qualche giorno con i miei sintomi, poi ho letto un articolo in cui venivano descritti i rischi per la salute mentale dell’isolamento in casa. Da quel momento, ho avuto l’immagine del protagonista di Shining e mi sono visto impazzire e fare cose orribili ai miei famigliari”. Mi ha chiesto se davvero è cosi dannoso per la psiche stare in questa condizione.

Per me è stato uno spunto di riflessione sul tema. Nel confronto con i colleghi, che come me continuano a vedere pazienti in videochiamate, ho riscontrato alcune cose tutto sommato rassicuranti: la gran parte non sta peggio di prima dell’isolamento, al netto delle preoccupazioni per gli effetti sulla salute generale e sull’economia della pandemia.

Qualcuno sta meglio. Stanno meglio i pazienti che prima già stavano piuttosto male e che, nello stare a casa in modo forzato, hanno il beneficio di evitare le situazioni che normalmente sono più attivanti in senso psicologico (andare all’università, se questo è un fatto ansiogeno; prendere i mezzi pubblici, se si soffre di panico o agorafobia; non essere esposti a stimoli fuori casa che attivano le preoccupazioni ossessive). Stanno anche meglio i pazienti che, per i loro problemi, trascorrevano tanto tempo a casa e ora si sentono meno soli. Stanno meglio i pazienti che si sentivano molto “diversi” nella loro patologia e ora sentono di più la comunanza con il resto degli esseri umani, uniti dallo stesso nemico.

Nell’osservazione clinica condivisa con i colleghi, abbiamo anche notato che le prime settimane stavano peggio le persone con ansia da malattie, gli ipocondriaci. È facile immaginare come ogni sintomo fosse interpretato come segnale dell’infezione da Covid-19 e che questo attivasse l’ansia.

È del tutto evidente che non si tratta di un’osservazione sistematica, scientifica. Tuttavia si possono porre alcuni quesiti: reagiscono meglio i pazienti dei non pazienti? O forse la norma è non essere traumatizzati dalla pandemia e distanziamento (almeno in questa fase)?

E ancora: perché aspettarsi che le persone reagiscano con un aumento di malessere a una situazione di distanziamento, sapendo che è a termine? Abbiamo dati per prevederlo o siamo influenzati da un bias, una forma di pregiudizio, per cui ogni evento nuovo e in sé negativo deve necessariamente produrre malessere psicologico?

Per esempio, si sta spesso ricorrendo al termine “trauma” a proposito di questo evento, che invece è un termine che si dovrebbe usare solo per le persone direttamente esposte alla minaccia (come operatori sanitari, malati e parenti di malati).

Mi sembra che sia poco utile e forse dannoso parlare di trauma ed enfatizzare i danni psicologici, per almeno due ragioni. Come il mio paziente, altre persone possono iniziare a guardare con sospetto alle proprie reazioni e chiedersi: “Non è che adesso inizio a stare male psicologicamente?”. Oppure porsi il problema contrario: “Come mai sto bene in questa situazione? Sono anormale?”.

In secondo luogo, si rischia di spostare l’attenzione dal fatto che è un evento eccezionale – in cui è utile usare tutte le proprie risorse per fronteggiarlo e viverlo al meglio – al proteggersi da una minaccia indefinita come: “Che mi succederà se durerà ancora un mese?”; “Cosa può accadere a un bambino se non esce per due mesi? Sarà un disadattato?”, e cosi via.

Tutto questo al netto della preoccupazione e del rispetto per chi davvero si confronta da vicino con la malattia e con le difficoltà economiche immediate o future implicate. E dell’attenzione a chi, invece, è effettivamente scompensato dalla pandemia.

Per approfondimenti:

Samantha K Brooks, Rebecca K Webster, Louise E Smith, Lisa Woodland, Simon Wessely, Neil Greenberg, Gideon James Rubin (2020). The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence, Lancet, n. 14.

Con il dolore sospeso dal virus

di Daniela Petrilli

Quando il peggio sarà passato e lo stress calerà, potremo percepirci cambiati al punto da sentire di aver perso i nostri punti di riferimento

Una pandemia è un trauma collettivo ma, prima di tutto, può avere la forza di uno tsunami che travolge direttamente ogni individuo sommerso dalla sua onda. È a quegli individui che dedichiamo la nostra attenzione, perché ogni trauma spezza violentemente la nostra comune rappresentazione degli eventi e può lasciare impronte indelebili sulla nostra vita. Scattiamo un’istantanea e, come pezzi di un puzzle, proviamo a ricostruire alcuni frammenti di quello che è stato l’evento più imprevedibile e ingovernabile di questo secolo.

Si pensava a una semplice influenza non a un’epidemia così devastante: l’ondata cresce con i problemi respiratori e la necessità di allestire posti letto nelle ex lavanderie, c’è allarme e siamo allo stremo delle forze, l’assenza di mascherine rompe anche le ultime speranze di protezione da un nemico invisibile e subdolo che ci lascia disarmati, stremati a contare i nostri morti, in coda senza un saluto dignitoso, senza una mano da stringere nell’ultimo respiro. Nessun funerale, solo una benedizione prima della tumulazione. È tutto così surreale e anche il dolore è strano, come sospeso, rimandato. Ma l’onda non si arresta e anche dopo tante morti, si sentono ambulanze ogni ora, le cremazioni ogni trenta minuti e i cimiteri chiudono.

Sappiamo che l’epidemia è anche una formula matematica ed è ai numeri che ci affidiamo, nella speranza che la curva prima o poi smetta di salire così vertiginosamente; ma i numeri non ci salveranno, anzi: sono destinati ad aumentare senza nessuna clemenza, senza pausa, senza respiro. È una lotta contro il tempo e intanto la solitudine emotiva, la fatica, lo stress, la disperazione aumentano.

Se proviamo a immedesimarci nella condizione di tanti tra malati, amici, parenti, medici e infermieri o di chiunque si sia trovato direttamente coinvolto nelle zone più colpite, è palpabile lo stress e la sofferenza emotiva che questa emergenza ha creato.

Molti sono i risvolti psicologici che esperienze così devastanti possono determinare. Ognuna di esse sarà, come sempre, un caso specifico: da chi ha perso un proprio caro in un lutto spezzato dall’isolamento senza un rituale che dignitosamente lo accompagni alla fine; a chi nelle retrovie di un ospedale ha guardato negli occhi il dolore, la paura e la morte, senza tregua, né sonno, né fame; a chi ha vissuto l’esperienza della rianimazione, considerandosi fortunato di poterla raccontare, ma continua a vivere con angoscia quegli interminabili giorni di isolamento sospeso tra la vita e la morte, lontano dai propri cari. Per questi e altri casi possiamo ipotizzare un ritorno difficile alla normalità con possibili strascichi emotivi e post traumatici, perché di questo si tratta. Quella semplice influenza ci ha colto impreparati, ci ha reso impotenti e ci ha condotto sotto stress, a una resistenza psicofisica, spesso oltre le nostre possibilità.

È bene sapere che quando il peggio sarà passato e lo stress calerà, potremo percepirci profondamente cambiati al punto da sentire di aver perso i nostri punti di riferimento e la sensazione di continuità con ciò che ci era più familiare, non riconoscerci nelle nostre reazioni più abituali e nel nostro solito modo di essere. Potremo sentirci depressi o inspiegabilmente arrabbiati, confusi come tra il sonno e la veglia, o ancora improvvisamente travolti dalla paura e da reazioni neurovegetative all’apparenza immotivate: l’emergenza è finita, il pericolo è passato, ma il nostro corpo non lo sa e continua a reagire anche a stimoli innocui come se fosse ancora minacciato. I lividi non sono solo sotto le mascherine ma anche nell’anima di chi è sopravvissuto e possono guarire con difficoltà, se non visti o sottovalutati.

Il tempo del bene perduto

 

di  Alessandra Lupo

Noi non apprezziamo il valore di ciò che abbiamo mentre lo godiamo; ma quando ci manca o lo abbiamo perduto, allora ne spremiamo il valore. William Shakespeare

Stiamo vivendo tempi di grande paura e incertezza. Tutti ci sentiamo in costante minaccia di un nemico invisibile. Le emozioni che fanno da padrone in questa battaglia epidemiologica sono sostanzialmente la paura, la noia, la rabbia e la tristezza per aver perso buona parte delle nostre abitudini quotidiane. Ci sentiamo in trappola, dobbiamo convivere con la riduzione degli spazi vitali, con la rinuncia di situazioni sociali che prima “anestetizzavano” un po’ il nostro vivere.

Ma cosa succede ora che abbiamo dovuto fermarci?

Tutti cerchiamo, nel nostro piccolo, di mantenerci in costante movimento, aumentando tutte le azioni individuali e sociali, cercando di scandire il tempo che dobbiamo forzatamente vivere nelle nostre mura domestiche.

Sono in costante aumento i contatti attraverso i social e le videochiamate. Skype, Whatsapp e altre applicazioni sembrano essere diventate l’unico tratto d’unione verso il mondo esterno. Sui nostri balconi si organizzano flashmob, si canta l’inno d’Italia tutti insieme e si aspetta l’ora d’aria per fare la spesa e organizzarsi per uscite di prima necessità.

Tutto questo può bastare a farci stare bene?

Il senso di vuoto, di noia, nonostante le molteplici attività che cerchiamo di attivare, sembra un placebo a basso dosaggio, in quanto rimanere a contatto con noi stessi aumenta i pensieri e le riflessioni che forse solo in punta di morte ci si ritroverebbe a fare. Può succedere di rimuginare sulla propria vita, sulle occasioni perse, sulle mancanze, sui nostri wish/desideri che ora, come non mai, diventano sempre più intensi e visti come irraggiungibili.

È molto facile cadere nella tristezza e nella disperazione. La tristezza è, infatti, quell’emozione di base che si attiva nel momento in cui stiamo sperimentando una condizione di perdita di un bene che consideriamo importante. La perdita può riguardare beni affettivi, beni materiali, ma anche beni astratti, come la libertà. Entrare in uno scenario di perdita può avvicinarci alla soglia psicopatologica della depressione, spesso correlata alla sensazione di deprivazione, e alla percezione di aver subito un danno ingiusto e irreparabile, con la compromissione di uno scopo cruciale. La reazione depressiva ha due caratteristiche fondamentali: il dolore per la perdita e la riduzione delle attività, che a sua volta rimanda al pessimismo e alla anedonia.

Questa quarantena ha scattato una fotografia di quello che abbiamo, mettendo in evidenza le mancanze, enfatizzando la condizione esistenziale di ognuno di noi.

Quello che possiamo fare in questo tempo di pausa dalla nostra routine è verificare quali sono i nostri bisogni emotivi, individuarli e promuovere delle azioni che ci portino verso il raggiungimento di essi.

Per approfondimenti
Rainone, A., Mancini, F. (2018). La mente depressa. Comprendere e curare la depressione con la psicoterapia cognitiva. Franco Angeli Editore

 

#andratuttobene

di Emanuela Pidri

Il Coronavirus e il contagio emotivo

L’attuale emergenza sanitaria fa emergere la nostra parte più emotiva, considerata come incontrollabile e disfunzionale quando, tuttavia, può rappresentare una risorsa vantaggiosa. Gli esseri umani, pur sforzandosi di essere razionali, infatti, sono profondamente emotivi. Le emozioni sono fondamentali per il funzionamento dell’uomo, sono delle scorciatoie che servono a combinare insieme pensieri, comportamenti, reazioni e sistemi corporei autonomi. La mente umana procede per assimilazione: ciò che è nuovo viene valutato per quanto assomiglia a qualcosa che si conosce ma ciò che si vede ora non assomiglia a nulla che si è già vissuto. Viene richiesto giornalmente di effettuare un esame di realtà attendibile. Ognuno prova paura per il Coronavirus, paura che protegge ma che può trasformarsi in angoscia perché è un nemico invisibile, incontrollabile, imprevedibile. Si sperimenta panico o ansia generalizzata poiché tutte le situazioni vengono percepite come rischiose; ansia anticipatoria poiché l’organismo reagisce prima che il fatto si manifesti; ipocondria, percependo ogni minimo sintomo come un segnale di infezione da Coronavirus; solitudine e isolamento, dato dalle restrizioni sociali e affettive. Irritabilità, insonnia, attacchi di panico possono amplificare lo stress di questa fase di emergenza. Il personale sanitario, incluso il personale che opera in RSA, non sempre pronto a fronteggiare emergenze di tale entità e di cui poco si parla, si espone al pericolo, con un atto di coraggio, per il bene comune. Sperimenta accanto a questi vissuti emotivi un forte senso di responsabilità verso sé stessi e verso gli altri e ogni giorno trova in sé forte motivazione. I professionisti d’aiuto che prestano la loro opera negli scenari di emergenza possono subire gli effetti negativi dello stress conseguente alla frequente e ripetuta esposizione a eventi psicologicamente impegnativi. Per evitare di incorrere in disturbi come quello post traumatico da stress, il burnout o la somatizzazione sul fisico, è importante applicare strategie personalizzate e individuali per gestire questo stress (de-briefing, supporto psicologico). Il limite fra una funzionale attivazione (eustress o stress positivo) e un eccesso di allerta con comportamenti poco lucidi e controproducenti (distress o stress negativo) è sottile. Le strategie di adattamento possono essere incentrate sull’emozione o sul problema. Nel primo caso, esse cercano di migliorare lo stato d’animo della persona, diminuendo lo stress emotivo da essa provato; nel secondo, esse mirano invece a gestire il problema che è causa di dolore.
È importante: capire chi sta controllando cosa; occuparsi con serietà del problema seguendo i protocolli; informarsi da fonti attendibili; rimanere ancorati alla realtà; creare reti di supporto parentali e amicali virtuali. Lo stress gioca un ruolo importante nell’abbassamento delle difese immunitarie: è importante gestirlo, ad esempio attraverso la Mindfulness. La pratica meditativa: riduce l’infiammazione cellulare e i livelli di cortisolo nel sangue; incrementa l’attenzione, la memoria e la capacità di concentrazione; aiuta l’organismo a rallentare il battito cardiaco e a raggiungere un buon equilibrio cardiovascolare; permette di gestire al meglio la rabbia e le altre emozioni negative, con ricaduta benefica sia sulle relazioni sia sulle prestazioni professionali; aumenta la soglia di attenzione e la capacità di prendere decisioni; aiuta a sviluppare la corteccia prefrontale sinistra che dà padronanza su sé stessi e permette di risolvere più facilmente i problemi. Ognuno può costruirsi uno spazio mentale di resistenza di fronte al contagio emotivo della paura o del dolore creando una riserva di emozioni positive in grado di aiutarci. La capacità di riconoscere e affrontare lo stress lavorativo è una competenza strategica per tutti i professionisti della salute. Un atteggiamento psicologico valido può aiutare non solo chi lo attua ma anche gli altri, innescando un circuito virtuoso, e aumentando la resilienza dei singoli, della famiglia, della comunità.

 

Per approfondimenti

Cantelli G. (2008) Lo stress nell’operatore dell’emergenza. Emergency oggi; 6

Cudmore J. (2006) Preventing Post traumatic stress disorder in accident and emergency nursing (a review of the literature). Nursing in Critical Care; 1

American Psychiatric Association (2013). DSM-5 Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Raffaello Cortina Editore.

Laposa J.M., Alden L.E., Fullerton L.M. (2013) Work stress and posttraumatic stress disorder in ED nurses/personnel (CE). Journal of Emergency Nursing; 29

Monti M. Lo stress acuto negli operatori d’emergenza e sue complicanze. Descrizione e criteri di intervento nel personale. Relazione convegno AISACE, 2011

Bagni di bosco

di Roberto Petrini

Il potere benefico delle camminate attente al momento presente in ambienti naturali

La camminata (o pedalata) ci rammenta come in fondo sia davvero facile e normale mettersi in relazione con l’esperienza della natura, la tirannia del nostro lobo frontale allenta la presa, riusciamo finalmente a prendere le distanze da noi stessi e a mano a mano che procediamo, siamo sempre più attenti all’ambiente.
Come risposta alla fatica attivata dalla camminata o pedalata, i pensieri si fanno meno assillanti, più lontani. Lo sforzo ci ricorda che il nostro corpo esiste anche se spesso dimenticato nella routine della vita urbana.
Iniziamo a essere assorbiti dal bosco, i pensieri ora sono più lenti, la nostra mente si ripulisce a ogni passo, il dialogo con noi stessi cambia, ora riusciamo a vederci meno fusi con le nostre preoccupazioni, iniziamo a prestare attenzione al nostro respiro nel tentativo di regolare frequenza respiratoria e cardiaca.
Usare la muscolatura aiuta a scaricare l’attivazione di un corpo per troppo tempo costretto a una vita sedentaria, finalmente muoversi aumenta il senso di essere connessi, l’esperienza è più sentita e vivida.

Nella vita urbana la nostra mente è attivata e allarmata da falsi pericoli, che di solito sono attacchi all’autostima, una paura di non farcela. Nel bosco il muoversi della vegetazione ci richiama al presente, e alla possibilità di un incontro. Magari incrociamo un animale nel suo ambiente naturale, pensare di averne paura o curiosità: “Chi incontrerò oggi?”. Forse sarà un guardarsi solo per un attimo come può accadere con la volpe, uno degli incontri più belli. Vedere un lupo, un istante, nemmeno il tempo per averne paura e per capire cosa si è visto. Alzare gli occhi e trovare fiori nuovi, specie vegetali, erbe, funghi, certo una famiglia di cinghiali che vuole attraversare il sentiero non è un bell’incontro ma non lo è nemmeno il camion rosso del trasportatore frettoloso che ci sfiora all’incrocio.
I benefici del camminare sono oramai noti, ma il bosco instilla soprattutto calma ed è appagante per tutti i sensi, l “fitoncidi” che variano in base al tipo di piante e in base alla stagione, stimolano il nostro olfatto, e i suoni sono tutti da riconoscere, i tronchi sono fitti e si ripetono, c’è chi si ferma ad abbracciarli e chi è tentato, ma crede che sia stupido farlo.
Quindi caro amico/a alziamoci, spegniamo pc e telefono e prescriviamoci dei bagni di bosco; una terapia a bassissimo costo, adatta a tutti. Per iniziare facciamo cinquanta minuti a ritmo moderato, tre giorni la settimana. Buona camminata.

“Io sono Ringo Starr”

di Caterina Parisio

Trappole della mente e consapevolezza emotiva

Ringo Starr tutta la vita. È la terza via, quella indicata della band dei Pinguini Tattici Nucleari nel brano portato a Sanremo e con il quale si sono posizionati al terzo posto della classifica finale. “In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr”, recita il testo della canzone. La terza via è quella che sta alle spalle, troppo timida per farsi notare: in fondo, basta girarsi e aspettare. Vivere nella luce senza mai rimanere accecati, scegliere la mitezza, l’incompiutezza, la fragilità di chi si sente sempre inadeguato. Darsi in pasto al mondo è un sacrificio, meglio sgranocchiare la vita tenendo in pugno due bacchette per suonare la batteria. Ringo Starr, dunque: quello in fondo nelle foto, il meno noto dei Beatles, quello col profilo basso, sempre un passo indietro rispetto agli altri tre. Mentre John Lennon e Paul McCartney scrivevano testi da consegnare all’eternità, il buon Ringo viveva il presente, in una quotidianità dorata, eppure più distante dalla giungla del successo.

“A volte penso che a quelli come me il mondo non abbia mai voluto bene. Il cerchio della vita impone che per un Re Leone vivano almeno tre iene”, canta il frontman dei Pinguini: alcune persone possono fare l’esperienza di vivere una vita piena di significato e di soddisfazione, nonostante la presenza di sofferenze fisiche e psicologiche; all’opposto, altre persone possono far esperienza di una vita priva di significato e di gioia, vuota, nonostante il successo e la relativa assenza di sofferenze, nella costante sensazione di “sentirsi in trappola”.

Con il neologismo “lifetraps”, trappole per la vita, lo psicologo americano Jeffrey Young intende rimarcare che la vitalità di uomini e donne apparentemente normali può essere bloccata all’interno di modi di pensare, di sentire, di agire e di relazionarsi con sé stessi e gli altri che si sono formati in momenti cruciali dello sviluppo, si sono rinforzati nel corso del tempo, fino a consolidarsi tanto da divenire vere e proprie trappole.

Arrendersi alle trappole, perdendo la speranza che vi sia la possibilità di sottrarvisi, e quindi di cambiare i propri modelli di vita (Che la mia vita non è niente di speciale e alla fine c’hai ragione tu”) è una delle strategie più radicali, e purtroppo anche più comuni, attraverso cui una persona può cercare di convivere con quei modi di sentire, di pensare e di agire che hanno messo in gabbia la sua vitalità.
Una diversa strategia può essere quella di evitare accuratamente ogni situazione che possa mettere in trappola: il che conduce inesorabilmente all’evitare di vivere, distaccandosi sempre più dalla percezione di emozioni e sentimenti, a meno che non servano a un patologico nutrimento narcisistico.
Credere che l’unica vita possibile sia quella dentro una trappola, invece di quella che si intravede fuori, sembra dunque essere un tratto comune a molti.

Frustrazione per non essere mai la prima scelta, per non essere in linea con le aspettative sociali (“…gli amici miei si sposano ed io mi incazzo se non indovino all’Eredità”), cui subentra la rassegnazione di essere, nella vita, un personaggio secondario. Cosa che, in fondo, quando accettata serenamente, potrebbe non essere poi così male.

È Ringo colui che suggerisce alcune strategie funzionali per uscire da trappole della nostra mente: è il protagonista della “vita da mediano” cantata da Ligabue, è Robin che lascia Batman a farsi supereroe nella notte buia di Gotham City, come ricorda Cesare Cremonini.

Jeffrey Young e Janet Klosko (codirettore del Cognitive Therapy Center di Long Island) suggeriscono che, per cominciare a cambiare e imparare a vivere nel momento presente, sia essenziale non solo uscire fuori dalle trappole, ma anche scoprire chi si è e cosa rende veramente felici, senza basarsi esclusivamente su ciò che rende felici le persone vicine. Bisognerebbe imparare a sviluppare (o rafforzare) una visione personale, le naturali inclinazioni che comprendono interessi, relazioni e le attività che intrinsecamente portano a sentirsi realizzati. In questo senso, Young suggerisce che il compito forse più importante che ci si può assumere nella vita è proprio scoprire le naturali attitudini e inclinazioni personali e, rispetto a tale obiettivo, la migliore guida è rappresentata da emozioni e sensazioni corporee.

“Siate onesti con voi stessi” e “abbiate comprensione per voi stessi” sono di fatto i due pilastri della porta che conduce fuori dalle trappole verso il cambiamento, mentre sulla trave della medesima via d’uscita vi è scritto: “Il momento migliore per cominciare a cambiare è adesso”.

In fondo Ringo, confinato a suonare tamburello e maracas in “Love me do”, non ha fatto altro se non seguire il naturale movimento dei propri passi, con leggerezza e consapevolezza. John e Paul credevano nelle sue qualità, ma non così tanto.

Ah, vero, i Beatles erano quattro: John, Paul, Ringo e George Harrison. Ma per lui servirebbe un’altra canzone, altre trappole della mente, un altro articolo. Nel frattempo, “in un mondo di John e di Paul, io sono Ringo Starr”.

Per approfondimenti:

Jeffrey E. Young, Janet S. Klosko (2004), Reinventa la tua vita. Raffaello Cortina Editore