Emdr. Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari. Caratteristiche distintive.

a cura di Daniela Petrilli

Un testo utile per chi voglia conoscere la metodologia e comprendere le potenzialità dell’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR), un trattamento evidence-based per la cura del Disturbo Postraumatico da Stress. Una lettura fondamentale per psicoterapeuti e psicologi che vogliono apprendere di più sulla gamma dei nuovi approcci cognitivo-comportamentali.

emdrQuesta guida introduce il lettore al trattamento con l’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR), un trattamento evidence-based per la cura del Disturbo Postraumatico da Stress (DPTS). Il protocollo EMDR è oggi apprezzato e utilizzato da clinici di ogni tradizione terapeutica come un rigoroso protocollo di intervento sulle memorie traumatiche presenti in un’ampia gamma di patologie. L’intervento con l’EMDR si focalizza sui ricordi traumatici che si ritiene abbiano contribuito ad alimentare e mantenere il disturbo ma anche sulle situazioni attuali che stimolano i comportamenti disadattivi e sulle risorse da acquisire per favorire il cambiamento.
Come gli altri titoli della serie, anche questo si concentra sui 30 punti fondamentali che caratterizzano e distinguono il trattamento con l’EMDR dalle altre prospettive cognitivo-comportamentali. Nella prima parte l’autrice descrive gli aspetti teorico-clinici distintivi dell’EMDR, dalla ricostruzione storica del disturbo, al modello dell’Adaptive Information Processing (AIP), alla centralità delle memorie traumatiche nella genesi e nel mantenimento della sofferenza psicologica. Nella seconda parte, descrive l’applicazione per fasi del protocollo nei suoi aspetti principali e gli elementi fondamentali per l’elaborazione dell’esperienza traumatica con alcune esemplificazioni cliniche.  Questo libro rappresenta un’utile lettura per chi voglia conoscere le caratteristiche principali della metodologia e comprenderne le potenzialità per elaborare le memorie traumatiche.

 

Daniela Petrilli è psicologa e psicoterapeuta, socia dell’Associazione per l’EMDR Italia, socia ordinaria della SITCC, si occupa da quindici anni di disturbi mentali gravi presso l’Associazione di Psicologia Cognitiva di Roma e l’Istituto di Psicopatologia di Roma dove esercita attività clinica e di ricerca.

Commento alla relazione “Il cervello empatico” di Christian Keysers – Congresso SITCC, Genova, 2014

di Francesco Mancini

Nella sua relazione, Keysers ha passato in rassegna una serie di ricerche su cosa accade nel cervello di una persona quando vede un’altra persona agire, provare sensazioni o emozioni.

La prima considerazione è che i neuroni specchio entrano in gioco non solo durante la percezione di un movimento dell’altro ma anche quando l’altro, ad esempio, è toccato (sensazioni) o, ad esempio, è socialmente escluso (dolore emotivo). Premesso che da sempre è ben noto che gli esseri umani hanno la capacità di essere empatici, l’interesse di questi risultati è, a mio avviso, triplice. In primo luogo, la scoperta dei neuroni specchio risolve un problema filosofico che era rimasto senza soluzione per centinaia di anni, il problema dei qualia: come è possibile accedere alla esperienza soggettiva, interna e privata di un’altra persona? In secondo luogo, ci dicono quali aree del cervello, e dunque quali variabili dipendenti, possono essere prese in considerazione per gli studi sull’empatia. In terzo luogo,è importante sapere che i neuroni specchio non entrano in gioco solo nel caso del movimento ma anche delle sensazioni e emozioni.

Rome Workshop On Experimental Psychopathology 2015La seconda considerazione riguarda un tema di interesse clinico, gli psicopatici. Le teorie fino a oggi più accreditate, hanno sostenuto che alla base della psicopatia vi sia un deficit di capacità empatiche. Perché gli psicopatici si comportano in un modo che non tiene minimamente in considerazione la sofferenza dell’altro e i suoi diritti? Perché non sono frenati da quel meccanismo inibitorio che entra in gioco normalmente negli esseri umani quando si rendono conto di causare sofferenza ad altri esseri umani? La risposta tradizionale è che, appunto, la sofferenza dell’altro non risuonerebbe dentro di loro a causa di un deficit di empatia. Le ricerche citate da Keysers dimostrano, però, qualcosa di molto diverso: di fronte alla sofferenza di un’altra persona, a condizione di essere incoraggiati dallo sperimentatore, l’attivazione del cervello degli psicopatici è sovrapponibile a quella di chiunque altro. Ciò suggerisce con chiarezza che gli psicopatici non hanno un deficit di empatia ma, piuttosto, tendono di solito a non usare l’empatia anche se ne hanno la capacità. Del resto gli autistici hanno gravi difficoltà a essere empatici ma non sono psicopatici e in soggetti normali, soprattutto se maschi, la sofferenza dell’altro non attiva il substrato neurale della empatia, se l’altro è giudicato un mascalzone. Keysers, non essendo un clinico, non ha affrontato i determinanti della non propensione alla empatia e non ha suggerito alcuna risposta alla domanda: perché gli psicopatici, pur potendo essere empatici, normalmente non lo sono? (per una rassegna, non recentissima, degli studi sulla empatia in psicopatici e anti sociali e su una proposta di soluzione si può vedere in La moralità nel disturbo antisociale di personalità – F. Mancini, R. Capo, L. Colle, Cognitivismo Clinico, 6, 2, 2009,).

Un’implicazione, suggerita da questi risultati, è che anche in altri disturbi possa essere opportuno parlare di propensione a non usare determinate abilità piuttosto che di deficit.

La terza considerazione, che mi sembra rilevante per i clinici, riguarda le emozioni dello psicoterapeuta. Una tesi molto diffusa tra gli psicoterapeuti, anche cognitivisti, è che le emozioni che il terapeuta prova in seduta possano essere informative dello stato interno del paziente. Keysers ci ha mostrato un esperimento interessante: in soggetti normali il movimento del braccio di un’altra persona verso un oggetto attiva i neuroni specchio dell’osservatore, ma cosa succede se il braccio in questione è il braccio non di un’altra persona ma di un robot? Nel cervello dell’osservatore si attivano gli stessi neuroni specchio. Ciò, ha sottolineato Keysers , dimostra che la nostra intuizione circa gli stati interni dell’altro non dipende da una sorta di “lettura” della mente dell’altro ma è una proiezione, pertanto la sua accuratezza è inaffidabile.

Alla domanda “come si potrebbe migliorare la capacità empatica di uno psicoterapeuta?”, Keysers ha suggerito la possibilità che lo psicoterapeuta faccia le stesse esperienze del paziente, citando ad esempio la possibilità di toccare un ragno per facilitare la comprensione empatica di ciò che prova un fobico dei ragni. Anche senza voler invocare il principio per il quale l’esperienza è soggettivamente costruita, c’è da chiedersi come ciò sarebbe possibile nel caso, ad esempio, delle esperienze precoci di abuso di un paziente borderline.

Una quarta considerazione riguarda la possibile origine ontogenetica dei neuroni specchio. È opportuno ricordare la legge di Hebb la ripetizione di attivazioni contemporanee dei neuroni facilita l’instaurarsi di connessioni fra loro. Nel bambino spesso si attivano contemporaneamente i neuroni che, ad esempio, guidano il movimento della sua mano e quelli con cui percepisce il movimento della sua stessa mano. Ciò faciliterebbe la connessione fra questi due tipi di neuroni, motori e sensoriali e i neuroni specchio nascerebbero da questo processo.

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Christian KEYSERS è Professore Ordinario di “Social Brain”, Facoltà di Medicina, Università di Groningen e Direttore Social Brain Lab, Netherlands Institute for Neurosciences, Royal Netherlands Academy of Arts and Sciences, Groningen (NL)

Rome Workshop on Experimental Psychopathology, 2015

di Roberta Trincas 

A seguito del successo riscontrato lo scorso Febbraio 2014, il prossimo Marzo 2015 si terrà a Roma il secondo Rome Workshop on Experimental Psychopathology 2015, di livello internazionale, che ha come scopo non solo quello di divulgare le nuove conoscenze scientifiche sulla psicopatologia ma anche quello di promuovere uno scambio internazionale tra giovani ricercatori.

I nostri Keynote Speakers saranno:

Richard Bentall (University of Liverpool, UK)
Nira Liberman (Tel Aviv University, Israel)
Richard J. McNally (Harvard University, USA)
Marcel van den Hout (University of Utrecht, Netherlands)

Scarica la locandina rwep2015

Vi invito a presentare i vostri lavori di ricerca, e/o a partecipare, e di diffondere il più possibile a livello nazionale e internazionale!

La registrazione è già attiva alla voce “Registration” sul sito www.rwep2015.org

Inoltre, sul sito, una pagina è dedicata al primo RWEP 2014, dove troverete le interviste a David Clark e Graham Davey, due dei relatori della prima edizione.

Conferenza APA-American Psychological Association, Washington DC, 7-10 agosto 2014

di Sara Bernardelli

Si è conclusa domenica 10 agosto a Washington DC la conferenza annuale dell’APA-American Psychological Association; un’occasione per approfondire numerose tematiche e incontrare colleghi provenienti da tutto il mondo.

Molti gli argomenti affrontati che hanno riguardato tutte le aree della psicologia. Le sessioni plenarie sono state focalizzate su: 1) Il rapporto tra la Psicologa e la salute pubblica, 2) Psicologia e violenza, 3) La riforma sanitaria americana, 4) Le controversie e le difficolta’ di comunicazione all’interno della psicologia, 5) Il rapporto tra psicologia e le nuove tecnologie, 6) I meccanismi e i processi sottostanti il cambiamento, 7) Psicologia internazionale. Interessante e’ stato l’intervento del Prof. Bonanno della Columbia University che ha parlato di resilienza e trauma, analizzando le differenze individuali in risposta ad eventi traumatici quali attacchi terroristici, guerre, interventi chirurgici nella cura del cancro ed esiti di danni alla spina dorsale.

Un simposio interessante e’ stato tenuto dal Prof. DiGuseppe, nuovo presidente della Division 29 sulla psicoterapia dell’APA e professore presso la St John’s University e l’Albert Ellis Institute di New York che ha parlato dell’importanza di supportare e proseguire con la ricerca in psicoterapia, affinché la pratica sia guidata dalla scienza. L’obiettivo è quello di definire standard precisi per la ricerca in psicoterapia che possano definire se una psicoterapia e’ efficace o meno.

Tra le sessioni plenarie da segnalare anche quella tenuta dal Prof. Ivry della California University- Berkeley, che ha mostrato i risultati di uno studio che ha messo in evidenza come disfunzioni a carico del cervelletto abbiano un ruolo nello sviluppo di disfunzioni neurologiche e psichiatriche. Interessanti sono stati gli incontri tenuti all’interno delle Division specifiche, in particolare gli incontri organizzati dalla Division 52 che si occupa degli studi internazionali. E’ stata una bella occasione di incontro tra studenti e professionisti da tutti gli Stati Uniti e alcune aree del mondo; un bel modo per incontrarsi e confrontarsi su diverse tematiche di interesse comune e un’occasione di scambio di idee e per prendere spunto per nuovi progetti.

Infine, da segnalare anche la partecipazione dell’Italia con due lavori; il primo all’interno di un simposio dal titolo “Assessment of children internationally. Overcoming barriers and informing practice”, dedicato a studi condotti in diversi paesi (Caraibi, Vietnam, Albania e Italia) su diverse tematiche riguardanti l’età evolutiva e il confronto rispetto agli Stati Uniti. Il lavoro presentato, dal titolo “Considerations for assessing child affect, cognition and behavior in Italy”, aveva lo scopo di presentare i dati preliminari di uno studio volto ad indagare le idee disfunzionali in bambini e adolescenti italiani con difficoltà psicologiche e un gruppo di controllo ed è il risultato di un lavoro di project che si sta conducendo da alcuni anni presso la sede SPC e APC di Verona.

Il secondo simposio dal titolo “Recent developments in cognitive therapy in Italy. Making room for emotions and personal experience”, tenuto dal collega Ruggiero Giovanni della scuola Studi Cognitivi di Milano che ha descritto le caratteristiche del cognitivismo italiano fornendo una panoramica della storia e dei principali rappresentanti passati e presenti.

La conferenza e’ stata un’esperienza stimolante che, personalmente, credo abbia fornito la possibilità di vedere somiglianze e differenze con il nostro paese e ha dato l’opportunità di elaborare nuove idee per il lavoro futuro, sottolineando l’importanza della ricerca scientifica come base di partenza e legame imprenscindibile con l’attività clinica in tutte le sue sfaccettature. Arrivederci all’anno prossimo a Toronto!

Accelerated Resolution Therapy (ART)

di Katia Tenore

La mia avventura con l’Accelerated Resolution Therapy (ART) è iniziata circa un anno fa. Come a volte accade, gli incontri propizi avvengono in maniera del tutto casuale. Aggiornandomi sulla letteratura scientifica sul trauma, mi sono imbattuta in un articolo che descriveva un nuovo e promettente approccio.
L’articolo descriveva un protocollo che condivide con l’EMDR, procedura nella quale ero già formata, l’impiego dei movimenti oculari bilaterali. Durante la lettura, sono stata immediatamente e positivamente colpita dalla chiarezza e dalla linearità del protocollo ed, inoltre, incuriosita dalla proposta di combinare i movimenti oculari con il rescripting, tecnica immaginativa che molto spesso mi sono trovata ad utilizzare nella mia pratica clinica.

Con il supporto di Francesco Mancini, a settembre 2013 ho partecipato a Tampa, presso l’Università del South Florida, al training di formazione per diventare terapeuta ART. In quell’occasione, oltre a conoscere l’ideatrice del metodo, Laney Rosenzweig, ho avuto occasione di confrontarmi con colleghi che utilizzano, ormai da anni, il protocollo ART. In particolare ho avuto modo di conoscere il lavoro clinico e di ricerca che i colleghi americani stanno svolgendo con militari e veterani, una popolazione fortemente esposta ad eventi di natura traumatica.

Per saperne di più...
Per saperne di più…

L’apprendimento del metodo è stato particolarmente semplice, in quanto il protocollo ART consiste in una serie di passi ben definiti, che costituiscono uno scheletro solido e rassicurante sul quale il terapeuta può sovrapporre ulteriori interventi, che lasciano spazio alla propria creatività. Proprio questa semplicità mi ha spinto, una volta tornata in sede, ad applicare l’ART nella mia pratica clinica, con risultati soddisfacenti. Il desiderio di diffondere l’ART in Italia mi ha motivata ad invitare Laney Rosenzweig e due sue esperti collaboratori a Roma, per svolgere il primo training italiano per diventare terapeuta ART, che si terrà a partire dal 14 novembre, occasione nella quale spero di poter condividere con altri colleghi la mia positiva esperienza.

Primo corso ART in Italia

Partecipazione ad una ricerca

a cura della Redazione

Stiamo conducendo una ricerca finalizzata allo studio delle emozioni.

In particolare, siamo interessati a indagare se e come alcune caratteristiche di personalità possano costituire un fattore di vulnerabilità ad alcune psicopatologie. Per realizzare questo studio abbiamo bisogno del Suo prezioso aiuto. In particolare, ciò che le chiediamo consiste nella compilazione di 5 questionari atti a indagare caratteristiche psicologiche e/o psicopatologiche.

Per la compilazione di ciascun questionario, è necessario cliccare su ognuno dei cinque link, di seguito riportati (un link per ogni questionario).

Inoltre, nell’eventualità lo desiderasse, sarà ricontattato per effettuare una registrazione EEG per la quale è previsto un rimborso spese.

Grazie per la Sua disponibilità.

Per iniziare la compilazione cliccare su ognuno dei seguenti link:

http://disgustscale.questionpro.com

http://guiltinventory.questionpro.com

http://disgustpropensity.questionpro.com

http://maia.questionpro.com

http://oci-r.questionpro.com

Dopo un mese dalla sua scomparsa, rileggendo sabbie…

di Elena Prunetti

È un mese che Franco è morto.

E’ sempre più vivido il ricordo del suo rapporto con la vita e le sue passioni.Sabbie

Vien facile immaginarlo nella solitaria scalata della duna che ci ha descritto in modo limpido e forte. (Clicca qui per scaricare il testo SABBIE)

Questa volta non sentirà le nostre voci provenienti dal campo che gli chiedono un consiglio, un aiuto, un sorriso o solo un po’ di compagnia.

La tristezza si alterna alla rabbia ben descritta da una sua studentessa che il giorno dopo l ultimo saluto ci disse: “ma quando si e’ allontanato dal campo per assaporare la felicità della sabbia, solo con se stesso, non ha pensato ai suoi amici che lo stavano aspettando?…li ha lasciati soli…”

Crediamo che Franco, se ci potesse dire qualcosa, oggi ci ricorderebbe che possiamo accettare questa sua assenza e dobbiamo continuare ad impegnarci in quello che crediamo vivendo con passione e gioendo di quello che la vita ci offre perché’ si può fare, e lui lo ha insegnato a noi con la sua vita e anche nel modo con cui ci ha lasciati.

Lo ricordiamo

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Convegno della International Society of Schema Therapy – Istanbul, Giugno 2014

di Barbara Basile Basile

Con più di 400 iscritti, il IV Convegno della International Society of Schema Therapy (ISST) si è tenuto nella città dell’anno: Istanbul. Il convegno è stato caratterizzato, in pieno stile della ST, da interventi scientifico-didattici e da tantissimi workshop pratici che hanno permesso ai partecipanti di confrontarsi con i propri stili di coping e mode e di imparare a fronteggiare meglio le difficoltà, specifiche per ogni terapeuta, che si possono incontrare con i pazienti.

Durante le letture magistrali mattutine sono state coperte tutte le possibili applicazioni della ST a contesti quali quello individuale, di gruppo, di coppia e recenti applicazioni all’età evolutiva. Tra le letture magistrali di maggiore interesse l’intervento di Arntz (Maastricht & Amsterdam University, NL) sugli studi di efficacia della ST nella depressione, nei disturbi di personalità del Clsuter B e C (GiesenBloo et al., 2006; Farrel et al 2009; Bamelis et al., 2014; Dickhaout & Arnts 2014), la dimostrazione pratica di Shaw & Farrell (USA) su come “catalizzare” e favorire la condivisione e il senso di appartenenza in un primo incontro di ST di gruppo e, ancora, l’intervento via web di Siegel (USA), che si è concentrato sull’integrazione di concetti della ST e aspetti di funzionamento neurobiologico (in particolare spiegando il ruolo dell’ippocampo, della corteccia prefrontale e del corpo calloso nell’elaborazione e nel rescripting dei ricordi traumatici). Infine, il talk della Rijkeober (NL) che, trascinata dall’entusiasmo per la schiacciante vittoria nei Mondiali della squadra olandese contro la Spagna, ha simpaticamente preso spunto dai mode dei calciatori olandesi spiegando come sia possibile integrare l’originario modello degli schemi di Young con il modello, più recente, basato sui mode.

Nei workshop pratici sono stati realizzati esercizi di immaginazione, di rescripting di situazioni difficili avvenute in terapia e di mode-work nonché, alcuni colleghi hanno mostrato quali le possibili integrazioni della ST con tecniche ACT, EMDR e Mindfulness.

Speriamo di vedere presto un prossimo convegno dell’ISST in Italia!

La giornata della consapevolezza dell’autismo

di Alessandra Micheloni alessandra micheloni_blog

Il giorno 2 aprile molte persone, genitori, famiglie, ragazzi, bambini ed esperti, come dei nodi, si sono “uniti” creando una matrice base di quello che era il significato centrale, per tutto il mondo, della giornata: la consapevolezza dell’autismo. Consapevolezza appunto, non un semplice “essere informati” o “sapere” ma una “condizione in cui la cognizione di qualcosa si fa interiore, profonda” con il valore aggiunto della condivisione di pensieri, idee, emozioni provenienti dall’esperienza spesso toccata con mano. Ciò è quello che è successo in occasione di questa giornata “speciale”, il profondo emerge, si trasforma in parole con il convegno “L’autismo non è isolamento” presso l’Auditorium S. Paolo dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. Leggi tutto “La giornata della consapevolezza dell’autismo”