La Bella e la Bestia, dalla favola all’incubo

di Erica Pugliese

La Bestia che amo si trasformerà mai nel Principe Azzurro? Resistere in una relazione insoddisfacente, tra i vari tira e molla, sperando nel cambiamento dell’altro non è amore ma dipendenza affettiva

“Ci sono molti uomini – disse la Bella – che si rivelano mostri peggiori di te. E io ti preferisco a loro, nonostante il tuo aspetto”.  Da “La Bella e la Bestia”
L’idea che l’amore – disinteressato, totale e che accetta qualsiasi cosa – possa salvare una relazione che sta esalando i suoi ultimi respiri non è per niente una convinzione recente. Sebbene vi sia un accordo comune nel considerare l’amore e la compassione come ingredienti fondamentali di una vita felice e soddisfacente, non sempre questi rappresentano la panacea di tutti i mali. A fare in modo che tale “cura” fosse considerata il defibrillatore delle coppie in crisi hanno contribuito numerose favole, avviando delle verità inter-generazionali che si scontrano, tuttavia, con la pratica della vita di coppia e con i suoi estremi: quando, per esempio, si continua a perseverare in relazioni non soddisfacenti, nelle quali i partner vivono una condizione di sofferenza psicologica grave chiamata “Dipendenza Affettiva”.

Nella favola de “La Bella e la Bestia”, al momento nella sua versione rivisitata live-action nei cinema italiani, la giovane Bella è costretta a vivere con un mostro burbero e spaventoso. Durante questa convivenza forzata, la ragazza sembra iniziare a palesare i sintomi della sindrome di Stoccolma, superando il fastidio provato verso l’animale e innamorandosene, nonostante i maltrattamenti. È a questo punto che, magicamente, l’amore e il suo potere – “omnia vincit amor”, letteralmente l’amore vince su tutto – intercedono facendo accadere il miracolo, mostrando finalmente la Bestia per la sua vera natura di essere umano e trasformandola nel tanto agognato principe dei sogni. La Bella viene dunque ripagata dei suoi sforzi, per aver tanto atteso e accettato, ed è solo grazie a questo sacrificio che finalmente l’ex-Bestia ora è l’esatta copia del protagonista delle sue favole.

Ma è veramente possibile il cambiamento in amore?

Cambiare qualcuno, migliorarlo e salvarlo grazie alla forza dei nostri sentimenti, al sacrificio o al ricatto abbandonico (“Se non cambi è finita!”) è un assunto presente in diverse favole che hanno accompagnato il sonno di bambini e bambine di numerose generazioni e che oggi, invece, l’ha compromesso a molti adulti. Inoltre, sebbene si ritenga essere una prerogativa del gentil sesso, in realtà sono numerosi gli uomini che tentano di perseguire questo stesso obiettivo senza successo, facendo divenire il tema delle dipendenze affettive un fenomeno culturale a tutto spiano in grado di causare un’enorme sofferenza psicologica e sollevando l’interesse dei clinici per la sua diagnosi e cura.
Senza un lavoro accurato su se stessi, volto a individuare le ragioni che spingono una persona a “resistere” in una relazione infelice senza porvi fine o a impantanarsi nell’alternanza di periodi di distacco e lune di miele, può essere difficile, se non impossibile, poter tornare a stare nuovamente bene. La terapia cognitivo-comportamentale per le dipendenze affettive mira a indagare prima di tutto i sintomi di malessere tipici, le dinamiche patologiche interpersonali che li alimentano e le cause rintracciabili nella storia di vita della persona e che la orientano verso partner maltrattanti o rifiutanti. Nel corso delle sessioni, viene messa in discussione la credenza secondo la quale la fonte della propria felicità sia fuori dalla persona, riposta dunque nelle mani di qualcun altro. Spesso quello che accade è che il dipendente affettivo entri in terapia non solo per provare a risolvere sintomi come ansia, depressione o insonnia, tipici di questa condizione, ma può fare richiesta al clinico di conoscere possibili strategie per cambiare l’altro, mostrandosi vittima e attribuendo la responsabilità del fallimento relazionale completamente al partner.

L’unico cambiamento di cui si può essere partecipi, in realtà, è quello che parte da se stessi e non esiste nessun altro in grado di impedire la realizzazione di ciò che si desidera. Adoperare tattiche, arrabbiarsi, deprimersi, servirsi del controllo per favorire il cambiamento sono solo strategie fallimentari, oltre che inutili perdite di tempo e di energia.

Per evitare che la favola si trasformi nel peggiore degli incubi, è essenziale partire dal presupposto che la Bestia difficilmente si trasformerà nel principe o nella principessa tanto sospirati, concentrandosi, invece, su se stessi, nella consapevolezza di essere i soli responsabile della propria vita.

Per approfondimenti:

Norwood, R., Maraini, D., & Bertoni, E. (1989). Donne che amano troppo. Feltrinelli.

Pugliese, E. (in corso di stampa). Se mi lasci mi cancello. Dipendenza affettiva, co-dipendenza e contro-dipendenza. Cognitivismo Clinico.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.