Perché la Mindfulness è così speciale?

di Antea D’Andrea

Non è la panacea di tutti i mali ma, come dimostrato dalle neuroscienze, ha effetti positivi nell’interazione delle reti neuronali

Si sente spesso parlare di Mindfulness, termine usato e abusato in diversi campi dell’esperienza. Se da un lato la diffusione di questo concetto risulta assolutamente positiva e necessaria, dall’altro l’abuso rischia di banalizzarne i principi e l’utilità. La Mindfulness, infatti, ad oggi appare come la panacea di tutti i mali, come il “nero sta bene con tutto”, ma proprio come il nero poi rischia di venire a noia. Allora – si chiederanno in molti e a giusta ragione – perché scrivere della Mindfulness?

Anche gli studi scientifici seguono le mode, diciamoci la verità, e attualmente è una pratica di tendenza anche nelle neuroscienze: abbiamo avuto il periodo dei disturbi dell’apprendimento, poi quello delle correlazioni tra autismo e vaccini e adesso è il turno della Mindfulness. Le neuroscienze sono un po’ come Picasso!

Se da un lato risulta di tendenza perché ha rivoluzionato la terapia cognitiva costituendo, insieme ad altre, quella che viene definita “terapia cognitiva di terza ondata”, dall’altro gli studi neuroscientifici e, in particolare, quelli sulle reti neurali hanno evidenziato la sua efficacia nella modificazione non solo del comportamento nella vita quotidiana, ma anche delle caratteristiche funzionali e strutturali del sistema nervoso centrale.

Partiamo dal principio. La meditazione Mindfulness affonda le sue radici nell’antica tradizione meditativa buddista. Secondo la teoretica filosofica buddista, la Mindfulness rappresenta un concetto che può essere strutturato come un “tener presente” o una “non distrazione” e rappresenta un esercizio integrato in cui sono coinvolte numerose abilità cognitive e motorie che generano comportamenti orientati verso l’etica. Con l’ascesa dei moderni interventi basati sulla Mindfulness, il significato è stato ampiamente dibattuto, assumendo un aspetto più sfaccettato e multidimensionale rispetto a quello tradizionale e così, come la definisce il professore newyorkese Kabat-Zinn, la Mindfulness rappresenta la consapevolezza che nasce nel momento in cui si focalizza l’attenzione sul momento presente, in maniera curiosa e non giudicante.

Fin qui tutto nella norma: da secoli si sa che la meditazione, così come altre forme di promozione di capacità autoriflessive, giovi ai più (per lo meno a chi ha la pazienza di imparare a praticarla senza farsi assalire dai propri pensieri, dalla rabbia e dal senso del ridicolo). Allora cosa rende la Mindfulness così speciale?
La ricerca scientifica e i nuovi paradigmi utilizzati nelle neuroscienze cognitive, affettive e sociali hanno identificato alcuni correlati neurologici e fisiologici di questa pratica meditativa, conducendo alla comprensione di come la neuroplasticità sia influenzata e indotta da cambiamenti correlati all’esperienza. In questa cornice teorica, grande rilevanza ha avuto lo studio delle reti neurali, quindi l’importanza delle interazioni locali e globali tra le aree cerebrali, configurandosi ad oggi come il maggior interesse delle scienze che studiano la consapevolezza e la meditazione.

Attualmente sono state evidenziate tre reti cerebrali fondamentali nel coordinamento cognitivo e nell’elaborazione affettiva e interpersonale: la Central Executive Network (CEN), rappresentata da un circuito fronto-parietale, la Default Mode Network (DMN), rete che coinvolge l’attivazione di numerose regioni corticali e sottocorticali e la Salience Network (SN) che coinvolge sistemi frontali e cingolati.
È stato dimostrato che, se praticata regolarmente, la Mindfulness comporta una ridotta attività della Default Mode Network (DMM), rete deputata a processi di richiamo delle memorie, alla regolazione emotiva e, più nello specifico, dedita a processi di pensiero autoriflessivi e al mind wandering e a un aumento dello spessore corticale di aree come le cortecce prefrontali e l’insula; aree tipicamente associate a processi sensoriali, enterocettivi e attentivi.

Inoltre, l’aumento dello spessore di queste aree, correlato con l’esperienza meditativa e quindi maggiormente evidenziato in soggetti più anziani, sembra suggerire che la meditazione potrebbe rallentare i processi di assottigliamento corticale correlati all’invecchiamento.
Diversi studi di neuroimmagine hanno sottolineato cambiamenti indotti dalla meditazione, sia a lungo che a breve termine, non solo a livello strutturale ma anche a livello funzionale; è interessante notare come la maggior parte dei modelli evidence-based della psicopatologia sottolineano che siano proprio le alterazioni nelle interazioni tra i diversi network cerebrali a sottendere differenti stati psicopatologici.

L’influenza positiva della Mindfulness sulla modificazione delle dinamiche di interazione tra i network, e all’interno di uno stesso network, che risultano alterate dai più svariati processi, di cui l’invecchiamento e le condizioni psicopatologiche rappresentano solo un esempio, rappresenta il principale vantaggio e il maggior meccanismo funzionale che sottende questa pratica.
Tuttavia, sebbene molto potente, la Mindfulness non è la panacea di tutti i mali e non sta bene con tutto come il nero. È opportuno un uso consapevole di questa pratica per non banalizzare e invalidare il grande lavoro di direttore d’orchestra che questa svolge sul coordinamento delle nostre reti neurali e sulla sincronizzazione dell’attività delle diverse aree cerebrali.

Per approfondimenti

Thompson, E. Looping Effects and the Cognitive Science of Mindfulness Meditation. 2017. Oxford University Press, New York
Dunne, J.D. Buddhist styles of mindfulness: a heuristic approach. In: Ostafin, B., Robinson, M., Meier, B. (Eds.), Handbook of Mindfulness and Self-Regulation. 2015.  Springer pp. 251–270
Sharf, R.. Mindfulness and mindlessness in early chan. Philos. East West. 2014. 64, 933–964
Kabat-Zinn, J. An outpatient program in behavioral medicine for chronic pain patients based on the practice of mindfulness meditation: theoretical considerations and preliminary results. Gen. Hosp. Psychiatry. 1982. 4, 33–47
Lutz, A., Dunne, J.D., Davidson, R.J. Meditation and the neuroscience of consciousness. In: Zelazo, P., Moscovitch, M., Thompson, E. (Eds.), Cambridge Handbook of Consciousness. Cambridge University Press, 2007. pp. 499–555
LutzA., Jha, A.P. ,Dunne, J.D.,Saron, C.D. Investigating the phenomenological matrix of mindfulness-related practices from a neurocognitive perspective. Am. Psychol. 2015. 70, 632–658.
Malinowski, P. Neural mechanisms of attentional control in mindfulness meditation. Front. Neurosci. 2013. 7, 8
Raffone, A., Srinivasan, N. Mindfulness and cognitive functions: toward a unifying neurocognitive framework. Mindfulness. 2017. 8, 1–9
Garrison, K.A., Zeffiro, T.A., Scheinost, D., Todd Constable, R., Brewer, J.A. Meditation leads to reduced default mode network activity beyond an active task. Cogn. Affect. Behav. Neurosci. 2015. 15, 712–720
Fox, K.C., Nijeboer, S., Dixon, M.L., et al. Is meditation associated with altered brain structure? A systematic review and meta-analysis of morphometric neuroimaging in meditation practitioners. Neurosci. Biobehav. 2014. Rev. 43, 48–73
Fox, K.C., Dixon, M.L., Nijeboer, S., et al. Functional neuroanatomy of meditation: a review and meta-analysis of 78 functional neuroimaging investigations. Neurosci. Biobehav. Rev. 2016. 65, 208–228
Lazar, S.W., Kerr, C.E., Wasserman, R.H., et al. Meditation experience is associated with increased cortical thickness. Neuroreport 2005. 16, 1893–1897.

La psicoterapia modifica il cervello?

di Barbara Basile

Le neuroscienze mostrano come la psicoterapia intervenga sui circuiti cerebrali sottesi a specifici disturbi psichici

Gli effetti di una psicoterapia su una persona si possono misurare in diversi modi: da una parte ci sono i classici strumenti soggettivi, come i questionari, rilevabili dal paziente e dal terapeuta; dall’altra è possibile individuare eventuali cambiamenti sul piano neurobiologico.
Sempre più ricerche, nell’ultimo ventennio, si sono concentrate sugli effetti neurobiologici delle cure psicologiche e diversi studi hanno dimostrato, abbastanza inequivocabilmente, che i cambiamenti che un individuo raggiunge sul piano emotivo, comportamentale, cognitivo e sociale, hanno delle conseguenze anche sul suo cervello.
È tautologico che i processi mentali abbiano un substrato neurobiologico e che, modificando i primi, si intervenga anche sul secondo. Leggi tutto “La psicoterapia modifica il cervello?”

L’importanza della neuropsicologia nei disturbi di personalità

di Simone Migliore

Alcuni deficit evidenziati dall’esame neuropsicologico possono spiegare una parte della varietà dei problemi interpersonali e comportamentali

La richiesta di diagnosi e riabilitazione neuropsicologica è, da diversi anni, in crescente aumento non solo negli ambiti storicamente di interesse neuropsicologico (stroke, demenze, gravi cerebrolesioni), ma anche in ambito psichiatrico e dei disturbi del neurosviluppo.

La relazione tra neuropsicologia e disturbi di personalità è altamente articolata: negli ultimi anni si è assistito a un fiorire di produzioni scientifiche caratterizzate dallo scopo di chiarire i possibili correlati neuropsicologici e anatomo-funzionali dei disturbi di personalità, così da costruire un percorso terapeutico integrato che tenga conto dell’intero spettro di difficoltà a cui il soggetto deve far fronte. Leggi tutto “L’importanza della neuropsicologia nei disturbi di personalità”

Convegno Internazionale di Human Brain Mapping: dalla Cina "con cervello" – terza parte

di Barbara Basile

In questa terza parte accennerò sinteticamente alle singole ricerche, illustrate tramite poster o breve presentazione orale, che hanno maggiormente catturato il mio interesse, o per il tema trattato o per l’abilità del relatore di catturare l’attenzione dei partecipanti. Riporterò a grandi linee background, metodi e risultati del lavoro, in modo da fornirne una breve panoramica.

1. In uno studio condotto a Milwaukee (Wisconsin, USA) i ricercatori hanno portato un’apparecchiatura di Risonanza Magnetica (MRI) portatile in carcere, con lo scopo di studiare le risposte cerebrali a emozioni di paura/ansia in un gruppo di carcerati con psicopatia. Gli individui con disturbo antisociale, notoriamente poco empatici, sembrano avere una scarsa capacità di esprimere le emozioni. La letteratura degli ultimi anni ha cercato di distinguere diversi profili di personalità antisociale identificando almeno due tipi di psicopatia: la tipologia I sembra caratterizzata da un esordio che risale ai primi anni di vita dell’individuo, da cui si ipotizza un’origine di tipo innato della patologia. Soggetti antisociali di tipo I, inoltre, sono contraddistinti da bassi livelli di ansia. La psicopatia di II tipo, di contro, sembra svilupparsi in età più avanzata, solitamente in seguito all’esposizione ad esperienze traumatiche o ad ambienti particolarmente invalidanti e caotici. Questo tipo è caratterizzato da livelli di ansia maggiori e più pervasivi. In linea con questa letteratura, lo scopo di questo lavoro consisteva nell’indagare l’attività neurale in due gruppi di psicopatici (di tipo I e II), durante la somministrazione di stimoli paurosi (situazione ansiosa), per verificare se l’elaborazione della paura fosse mediata dai diversi livelli di ansia. Oltre all’attività cerebrale, sono stati registrati gli indici di conduttanza cutanea (come indice di attivazione emozionale). I risultati hanno mostrato che gli individui caratterizzati da una psicopatia “innata” (tipo I) presentavano un incremento di attività neurale nell’amigdala (notoriamente implicata nell’elaborazione di emozioni negative come la paura e l’ansia) e un maggior livello di sudorazione, durante la somministrazione degli stimoli ansiosi, rispetto agli psicopatici di II tipo. Gli autori ipotizzano che questi ultimi presentano risposte neuro-fisiologiche meno intense perché potrebbero aver sviluppato dei meccanismi di coping per gestire gli stati negativi che li rendono meno sensibili a stimoli avversivi.

2. In un altro studio, un gruppo di ricercatori dell’Università di Julich (Germania) ha studiato i correlati neurali del giudizio, considerandone diversi tipi di componenti. Da diversi anni si discute su quale sia il sistema neurale coinvolto nell’elaborazione del giudizio sociale. Alcuni autori credono che questo processo coinvolga il sistema dei neuroni a specchio (“mirror neurons’ system”), mentre secondo altri è implicato il network della mentalizzazione (“mentalizing”). Per cercare di risolvere il dibattito i ricercatori tedeschi hanno messo a confronto, indagandoli sperimentalmente tramite tecnica di fMRI, i network cerebrali coinvolti in tre tipi di scenari di giudizio (presentati in forma audio) in un gruppo di individui sani.  Una condizione di controllo esponeva i partecipanti ad un giudizio “cognitivo” (i.e., “quanti anni ha X?”); una seconda condizione, definita di giudizio “emotivo”, riguardava il giudizio relativo allo stato emotivo provato da un’altra persona (i.e., ” quanto è felice X?”); ed infine, nella condizione di interesse per i ricercatori, ai volontari veniva proposto un giudizio di tipo “sociale” (i.e., “quanto è affidabile X?” o “quanto è affascinante X?”). I risultati fMRI hanno mostrato che mentre nella valutazione dello stato emotivo dell’altro (seconda condizione) vi era un incremento di attività neurale in aree come il giro frontale inferiore (infFG) e il polo temporale (TP),  nella valutazione di una situazione sociale, così come durante un giudizio di tipo cognitivo (i.e., la stima dell’età di un’altra persona), si osservava una sovrapposizione di attivazione nella corteccia parietale inferiore (infPC). Infine, solamente nella valutazione sociale, risultavano attivate anche aree come il cingolo anteriore e posteriore (ACC e PCC) e la corteccia prefrontale dorso mediale (DMPFC). Gli autori concludono che esprimere delle valutazioni di tipo sociale (più complesse rispetto alla valutazione di uno stato emotivo) coinvolge aree comunemente implicate nel processo di mentalizzazione e nella Teoria della Mente, come la DMPFC, così come aree più “cognitive” come la corteccia parietale, coinvolta in stime più razionali/cognitive.

3. Un interessante lavoro condotto all’Università di Leuven (Belgio) ha indagato l’attività cerebrale durante un compito di lettura degli stati emotivi altrui in un gruppo di pazienti con autismo. I ricercatori hanno sottoposto i partecipanti ad un compito visivo di lettura delle emozioni corporee, con lo scopo di attivare il sistema dei neuroni a specchio (mirror neurons). Gli stimoli consistevano in una serie di puntini luminosi raffiguranti una figura umana che, mossi in modo sincrono, rappresentavano diverse espressioni emotive (i.e., tristezza, rabbia, gioia). Come ipotizzato dagli autori, i pazienti erano meno capaci di identificare gli stati emotivi presentati, rispetto ai volontari sani. Questa disabilità era corrisposta, a livello cerebrale, da una minore attivazione del solco temporale superiore (STS), notoriamente coinvolto nella lettura della mente altrui. In seguito, gli autori hanno indagato anche il livello di connettività funzionale, ovvero il grado di sincronizzazione di attività neurale tra aree diverse del cervello, rilevando che il STS (e solo questo) risultava meno “connesso” con aree come il giro frontale inferiore (infFG) e il lobulo posteriore inferiore (infPL) (entrambi coinvolti nella lettura della mente altrui), rispetto al grado di connettività rilevata nei soggetti di controllo. I belgi concludono che i dati sembrano supportare l’ipotesi che nell’autismo vi sia un coinvolgimento selettivo del STS, senza necessariamente coinvolgere altre aree che sono coinvolte nella Teoria della Mente (i.e., infFG, infPL).

4. In pazienti affetti da disturbo del comportamento alimentare, soprattutto da bulimia, è frequente osservare comportamenti di abbuffate in seguito al verificarsi di situazioni emotive negative (“emotional eating”).  In uno studio condotto in California (USA) gli autori hanno indagato l’attività cerebrale durante l’esposizione a stimoli alimentari, in un gruppo pazienti con Bulimia Nervosa (BN) e in delle volontarie sane. Alle partecipanti sono stati mostrati degli stimoli appetibili (i.e., bicchiere con milkshake al cioccolato) e neutri (bicchiere di acqua), durante un’acquisizione fMRI.  É stato osservato che le pazienti mostravano un’iperattivazione dell’insula, del putamen e dell’amigdala (con cui le due aree precedenti sono strettamente connesse) quando confrontate con gli stimoli appetibili. Inoltre, sempre nelle pazienti, tale iperattività neurale era positivamente correlata con gli indici di elevata affettività negativa, misurati tramite apposite misure psicometriche. In linea con la letteratura clinica precedente, gli autori confermano l’esistenza di un’associazione tra l’affettività negativa e un’iper-reattività a stimoli alimentari appetibili. Tale connessione viene rilevata anche a livello cerebrale, dove le pazienti con BN presentano una risposta anomala in alcune aree, definite “emotive”, del sistema limbico, in risposta alla visione di stimoli appetibili. Un’attività neurale esagerata potrebbe dunque spiegare, da un punto di vista neuroanatomico, l’associazione tra affettività negativa e abbuffate.

5. In un ultimo lavoro fMRI, un gruppo di ricercatori olandesi (Amsterdam, Paese Bassi) ha studiato le modificazioni nella performance e nell’attività neurale durante lo svolgimento di alcuni compiti cognitivi in un gruppo di pazienti in età evolutiva con disturbo ossessivo-compulsivo (DOC), prima e dopo un trattamento cognitivo – comportamentale (CBT). In particolare, gli autori hanno indagato abilità neuropsicologiche, come la pianificazione, l’error monitoring e l’attenzione selettiva, che risultano particolarmente compromesse in questa patologia. I ricercatori hanno osservato che, dopo un trattamento CBT di 16 sedute, i pazienti mostravano un pattern di attività neurale simile a quello degli individui sani in tutti e tre i tipi di compiti. Gli autori concludono che è possibile osservare delle modifiche nel circuito fronto-striato e in quello limbico (entrambi notoriamente coinvolti nel DOC), nella direzione di una normalizzazione dell’attività neurale (e della performance), in seguito ad un efficace trattamento psicoterapico della patologia. I dati di questo lavoro sembrano supportare il ruolo del trattamento psicoterapico nel modificare i network cerebrali coinvolti nel disturbo ossessivo.

Convegno Internazionale di Human Brain Mapping: dalla Cina "con cervello" – seconda parte

di Barbara Basile

Un altro aspetto fondamentale trattato da Merzenich (San Francisco, USA) in un’altra presentazione sottolinea l’importanza del concetto di “plasticità neurale”, soprattutto se collocato all’interno del contesto della riabilitazione. Merzenich ricorda quanto il nostro cervello sia suscettibile a modifiche durante l’intero corso della vita, anche (contrariamente a quanto si pensava sino a pochi decenni fa) sino alla tarda età. Diversi studi hanno dimostrato che tutti i cambiamenti negativi attributi all’invecchiamento (i.e.,  decadimento di specifiche funzioni cognitive, demielinizzazione, etc.) sono, invece, reversibili, se adeguatamente ri-allenati con training riabilitativi appopriati. Sulla stessa scia di studi, Zhou ed altri collaboratori hanno dimostrato come sia possibile anche il processo inverso. Leggi tutto “Convegno Internazionale di Human Brain Mapping: dalla Cina "con cervello" – seconda parte”