Convegno Internazionale di Human Brain Mapping: dalla Cina "con cervello" – seconda parte

di Barbara Basile

Un altro aspetto fondamentale trattato da Merzenich (San Francisco, USA) in un’altra presentazione sottolinea l’importanza del concetto di “plasticità neurale”, soprattutto se collocato all’interno del contesto della riabilitazione. Merzenich ricorda quanto il nostro cervello sia suscettibile a modifiche durante l’intero corso della vita, anche (contrariamente a quanto si pensava sino a pochi decenni fa) sino alla tarda età. Diversi studi hanno dimostrato che tutti i cambiamenti negativi attributi all’invecchiamento (i.e.,  decadimento di specifiche funzioni cognitive, demielinizzazione, etc.) sono, invece, reversibili, se adeguatamente ri-allenati con training riabilitativi appopriati. Sulla stessa scia di studi, Zhou ed altri collaboratori hanno dimostrato come sia possibile anche il processo inverso. Ovvero, gli autori hanno sperimentalmente “fatto invecchiare” un cervello giovane, semplicemente aggiungendo “rumore” (traduzione di noise) e stimoili stressanti nel suo ambiente. Gli autori sostengono che la reversibilità delle funzioni cerebrali è possibile grazie ai feedback che il nostro cervello riceve dal mondo esterno (o interno, inteso in termini motivazionali). Se riceviamo un feedback positivo, allora l’apprendimento viene favorito e il processo adattivo ripetuto e mantenuto nel tempo; se, invece, il feedback è negativo, il meccanismo cerebrale viene inibito e cancellato (nulla di più semplice!). Su questa serie di studi si basa in gran parte il lavoro della riabilitazione, che permette, a chi ha subito dei traumi o a pazienti con malattie neurodegenerative, di recuperare, o rallentare il decadimento, di funzioni senso-motorie, cognitive e (forse) emotive.

Il concetto di plasticià neurale viene ripreso anche da Diedrichsen (Londra, GB). Il ricercatore spiega come non sempre un incremento di attività neurale corrisponda ad un maggior livello di abilità/efficienza (da expertise) in un determinato compito, anzi! Diedrichsen cita un vecchio studio in cui è stato mostrato come il pollice, il dito della mano che risulta maggiormente rappresentato a livello della corteccia motoria primaria, se coinvolto in un compito di movimento, attivi un network cerebrale meno esteso, rispetto a quello che si osserva durante l’attività motoria del mignolo, dell’anulare o del medio, che invece mostrano un pattern di attività neurale più esteso (meccanismo di “efficienza neurale“). Verosimilmente, i risultati di altri studi mostrano che in seguito allo sviluppo di patologie neurologiche (i.e., diverse forme di demenza, sclerosi multipla o in conseguenza a ictus) pazienti con lesioni o atrofia cerebrale, spesso compensano i deficit cognitivi, emotivi o senso-motori corrispondenti alle aree danneggiate (soprattutto nelle fasi iniziali di patologia, quando il livello di gravità e il danno sono ancora ridotti) con un processo di iper-compensazione neurale. Ovvero, questi pazienti, durante l’esecuzione di un compito legato alla funzione compromessa, reclutano un numero di aree cerebrali maggiore, rispetto a quello necessario agli individui sani. In linea con altri ricercatori, Diedrichsen sottolinea il ruolo fondamentale della plasticità neurale, non solo nello sviluppo normale o nell’acquisizione di competenze in abilità specifiche (con conseguente riorganizzazione corticale, nella direzione di una ipo-attivazione, per economicizzare le risorse), ma anche nel processo di riabilitazione, fondamentale in patologie neurologiche e psichiatriche.

In un altro simposio sono stati riportati i recenti risultati di alcuni studi nell’ambito delle neuroscienze sociali. ll ruolo delle interazioni sociali è fondamentale per un adeguato funzionamento dell’essere umano. Nell’ambito delle neuroscienze la ricerca si è spesso focalizzata su come il cervello processa ed elabora gli input che derivano dai diversi contesti socioculturali e su come esso influisca sulla scelta e sulla realizzazione di comportamenti sociali appropriati. Negli ultimi anni le neuroscienze hanno contribuito a capire i meccanismi neurali alla base dell’elaborazione delle informazioni sociali e di come questi meccanismi vengano influenzati e modificati alla luce delle diverse esperienze socio-culturali dell’individuo. In uno studio Lee mostra come uomini e donne sembrino elaborare in modo differente  gli stessi stimoli affettivi. Inoltre, diversi network cerebrali vengono utilizzati non solo nell’elaborazione emotiva, ma pare che anche la regolazione degli stessi stati affettivi venga processata in modo diverso, a seconda del genere. In un’altra serie di studi di risonanza magnetica funzionale (fMRI) condotti presso l’Università di Marburg (Germania), alcuni ricercatori hanno rilevato che individui a cui veniva chiesto di osservare e valutare l’intensità dell’emozione di imbarazzo percepita (definito come “social pain”, dolore sociale) in alcune situazioni sociali, rispondevano in modo diverso se erano coinvolti dei loro amici, piuttosto che degli estranei. I partecipanti hanno riferito di provare un’empatia sociale più intensa per gli amici, mostrando, specularmente, un pattern di attivazione cerebrale più esteso, rispetto alla valutazione di situazioni di imbarazzo in cui erano coinvolti degli sconosciuti. In particolare, l’elaborazione del dolore empatico sociale coinvolgeva aree quali la corteccia orbitofrontale (OFC), il cingolo anteriore  (ACC), il precuneo e l’insula, tutte aree coinvolte nell’empatia per il dolore, tranne il precuneo, che, invece, sembra implicato nell’elaborazione delle informazioni relativi al sè. Infine, Xue e collaboratori hanno studiato il ruolo dei fattori cognitivi ed emotivi individuali nel decision making mostrando come, abbastanza contro-intuitivamente, in certi casi la mediazione dei processi cognitivi e razionali peggiori il processo di scelta, contribuendo all’opzione di decisioni disadattive. Gli autori concludono che forse il processo decisionale “fortunatamente” non si basa esclusiamente su processi razionali, e che l’aspetto emotivo potrebbe, invece, avere un ruolo adattivo.

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