L’attaccamento? – Un modello che ci accompagna “dalla culla alla tomba”.

di Giuseppe Femia

Che adulto sei? Che bambino sei stato? Come ti relazioni agli altri?

Alle volte non conosciamo l’origine delle nostre emozioni, ignoriamo il motivo di taluni disagi vissuti all’interno della nostra sfera affettiva  e relazionale.

Queste domande potrebbero trovare risposta seguendo  la teoria postulata da J. Bowlby secondo cui siamo predisposti di un sistema innato di attaccamento che si sviluppa durante il primo anno di vita e si costituisce, per diventare un modello operativo di riferimento, in strutture di memoria che in qualche modo andranno a condizionare la nostra capacità di relazionarci agli altri (Bowlby J., 1980).

Attraverso l’ osservazione sperimentale di madre e bambino durante sessioni di interazione, separazione e riunione, mediante l’impiego di uno specchio unidirezionale (Strange Situation), sono stati individuati diversi stili di attaccamento (Ainsworth M. D., 2006):

A) un primo stile definito “sicuro ed autonomo” in cui il bambino durante l’osservazione, protesta, alla separazione quando la mamma si allontana, ma si mostra capace di esplorare tranquillamente l’ ambiente durante la sua assenza, riunendosi con armonia e gioia al suo rientro nella stanza.

B) una seconda modalità denominata “ambivalente-resistente” in cui il bambino durante i momenti di osservazione si presenta agitato e demoralizzato, mostrandosi incapace di farsi consolare nei momenti di riunione e riavvicinamento.

C) una terza categoria “evitante” in cui il bambino durante la separazione si dedica all’ esplorazione e nei momenti di riunione non cerca il contatto della madre, evitandola.

Queste categorie sono chiaramente legate alle possibili esperienze di attaccamento vissute sin dal primo anno di vita.

Il bambino “sicuro” avrebbe fatto esperienza con una madre amorevole e disponibile rispetto ai propri bisogni emotivi.

Mentre lo stile “ambivalente” sarebbe il risultato di una figura di attaccamento a tratti disponibile, ed in altri, assente e distratta.

In ultimo “l’evitante” si sarebbe trovato spesso di fronte ad un rifiuto rispetto alla proprie richieste di vicinanza e rassicurazione sino a sviluppare un evitamento del contatto.

Andando avanti gli studi hanno identificato una quarta categoria di bambini definiti inizialmente “inclassificabili” e raggruppati in un secondo momento come disorganizzati e disorientati in quanto caratterizzato da comportamenti atipici di congelamento, rabbia, protesta, seguiti da rifiuto e disperazione nei momenti di riunione alla madre(Lyons-Ruth, 1996; Solomon e George, 1999).

Questa forma non organizzata di attaccamento e’ stata associata ad esperienze traumatiche ed in particolare alla presenza di figure di riferimento “spaventate e/o spaventanti” in quanto assorte a loro volta in esperienze traumatiche non risolte (Main e Hesse, 1992).

Proprio questa categoria sembra essere connessa ad uno sviluppo segnato da disturbi di diverso tipo già dalla seconda infanzia, sino ad essere connessa con forme di psicopatologia strutturate in età adulta.

Dunque le forme di attaccamento influenzano il nostro sviluppo e condizionano le nostre relazioni sociali ed affettive in modo particolare.

Studi longitudinali dimostrano come i bambini sicuri siano sereni nel rapporto con il gruppo dei pari e come vi sia una continuità di tali modelli sino all’ età adulta.

Gli adulti sicuri si rapporterebbero  agli altri in modo equilibrato non presentando difficoltà relazionali ed esibendo una maggiore capacità riflessiva (Fonagy P., Target M., 2001).

Al contrario le forme di attaccamento “disorganizzato” sarebbero predittive di una spiccata sensibilità in ambito relazionale e di problematiche interpersonali ed identitarie.

Da questo tipo di esperienze sviluppiamo credenze, schemi e rappresentazioni relativi a noi stessi con “l’altro” che in qualche modo direzionano i nostri comportamenti e la nostra abilità di interazione e condivisone.

Dunque la conoscenza dei nostri  schemi relazionali, potrebbe aiutarci a regolare le nostre richieste nella costruzione di legami significativi, promuovendo un dialogo con i nostri bisogni carenziali, migliorando la qualità della nostra vita affettiva.

Spesso durante  la terapia ci si rende conto di come si stiano ripetendo scenari  disfunzionali e poco adattivi di relazione. Tale consapevolezza andrebbe a promuovere un processo di cambiamento rapido ed efficace, sino a delineare un miglioramento globale nel funzionamento dell’individuo.

PER APPROFONDIMENTI:

Ainsworth M. D.  Modelli di attaccamento e sviluppo della personalità. Cortina Raffaello, 2006

Attili G.  Attaccamento e costruzione evoluzionistica della mente:     normalità,  patologia e terapia. Cortina Raffaello, 2007

Bowlby J. Attachment and loss vol.3. 1980. Trad. It. Attaccamento e perdita vol.    3. Boringhieri, 1983

Fonagy P., Target M. Attaccamento e funzione riflessiva. Cortina Raffaello, 2001.

Holmes J.  La teoria dell’attaccamento, John Bowlby e la sua scuola. Cortina Raffaello, 1994

Lyons-Ruth K. (1996), Attachment relationships among children with aggressive     behavior problems: The role of disorganized early attachment patterns. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 64: 64-73.

Main M., Hesse E. Attaccamento disorganizzato/disorientato nell’infanzia e  stati mentali alterati nei genitori. In: Ammaniti M. e Stern D. Attaccamento e psicoanalisi. Laterza, 2003

Solomon J. , George C. Attachment  disorganization. Guilford Press, 1999

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