a cura di Domenico Mancini
Perché alcune relazioni, anziché rappresentare uno spazio di sicurezza, diventano teatro di escalation conflittuale, di controllo e di aggressività? Cosa accade, sul piano psicologico, quando il timore di perdere l’altro si trasforma in sospetto, in monitoraggio e, talvolta, in desiderio di rivalsa? E ancora: quali processi interni mediano il passaggio da vissuti di vulnerabilità e dipendenza affettiva a comportamenti aggressivi, diretti verso l’altro o rivolti verso di sé?
Nella pratica clinica, non è raro incontrare pazienti che raccontano di controllare ripetutamente il telefono del partner, di interpretare segnali ambigui come prove di tradimento, o di sentirsi attraversati da fantasie di “farla pagare” dopo aver percepito un torto. Altri, al contrario, descrivono un progressivo ritiro emotivo, accompagnato da ruminazioni persistenti e da un senso crescente di sfiducia, mantenuto però nascosto e raramente espresso apertamente. In entrambi i casi, ciò che emerge è una difficoltà a regolare il bisogno di relazione, che oscilla tra ipercoinvolgimento e distanza difensiva, configurandosi come un elemento centrale nella comprensione del funzionamento interpersonale.
È all’interno di questo quadro che si inserisce il contributo di Papa e colleghi (2026), che propone un modello integrato volto a esplorare le radici psicologiche dell’aggressività interpersonale, ponendo al centro il ruolo della dipendenza affettiva patologica, della gelosia patologica e delle motivazioni di vendetta.
Negli ultimi anni, la letteratura psicologica ha progressivamente ampliato il proprio sguardo sui processi sottostanti i comportamenti aggressivi all’interno delle relazioni intime, evidenziando come l’aggressività non possa essere compresa unicamente come espressione di impulsività o perdita di controllo, ma come esito di dinamiche relazionali e regolative più complesse. In questa prospettiva, gli autori distinguono tra aggressività internalizzata, che si manifesta attraverso vissuti di rabbia trattenuta, ostilità, frustrazione e ruminazione, e aggressività esternalizzata, che si esprime attraverso comportamenti verbali o fisici diretti verso l’altro. Questa distinzione appare clinicamente rilevante, poiché consente di cogliere come l’aggressività possa assumere forme diverse pur originando da difficoltà comuni nella regolazione emotiva.
All’interno di questo quadro teorico, particolare rilevanza viene attribuita a due configurazioni opposte ma complementari di dipendenza affettiva disfunzionale: la Pathological Affective Dependence (PAD) e la Fear of Intimacy (FoI). Tali configurazioni possono essere comprese alla luce dei modelli dell’attaccamento come espressioni di una regolazione disfunzionale dei bisogni relazionali: nel caso della PAD, si osserva un’iperattivazione del sistema di attaccamento, con un’intensa ricerca di vicinanza e una marcata paura dell’abbandono; nel caso della FoI, prevalgono invece strategie di disattivazione, volte a evitare il coinvolgimento emotivo e a mantenere una distanza percepita come protettiva.
La Pathological Affective Dependence è stata descritta come un pattern relazionale caratterizzato da una marcata difficoltà a interrompere legami disfunzionali anche in presenza di sofferenza significativa (Pugliese et al., 2023a). In particolare, questo costrutto si articola attorno a tre dimensioni principali: la percezione di abuso o maltrattamento da parte del partner, il conflitto interno tra il desiderio di separarsi e quello di mantenere il legame, e la percezione di non essere in grado di vivere senza l’altro, come. Tali elementi contribuiscono a mantenere la persona intrappolata in relazioni disfunzionali, rafforzando il bisogno di vicinanza nonostante i costi emotivi, in linea con le descrizioni cliniche della dipendenza affettiva come configurazione stabile di funzionamento interpersonale (Pugliese, 2024). Evidenze empiriche successive hanno inoltre confermato la solidità psicometrica del costrutto e la possibilità di misurarlo attraverso strumenti affidabili e multidimensionali (Pugliese et al., 2023b; Pugliese et al., 2025a).
Nel primo caso, il bisogno di mantenere il legame può diventare così pervasivo da condurre la persona a tollerare condizioni relazionali altamente disfunzionali, nel tentativo di evitare la perdita dell’altro. Nel secondo, il timore dell’intimità e della vulnerabilità porta invece a mantenere una distanza emotiva, anche a fronte di un desiderio di vicinanza non pienamente riconosciuto o espresso. In termini clinici, si tratta spesso di pazienti che riferiscono di “non riuscire a lasciare” relazioni dolorose, pur riconoscendone la disfunzionalità, oppure di persone che, pur desiderando un legame, faticano a esporsi emotivamente, mantenendo una posizione di controllo e distacco.
Tale difficoltà appare ulteriormente aggravata dal deterioramento delle competenze metacognitive osservato nelle persone coinvolte in relazioni violente, che può compromettere la capacità di comprendere e regolare i propri stati mentali, rendendo più complessa l’interruzione del legame disfunzionale (Pugliese et al., 2025b). In questa direzione, la letteratura evidenzia come sia nelle vittime sia negli autori di violenza possano essere presenti esperienze traumatiche precoci e pattern di disregolazione emotiva, configurando una vulnerabilità trasversale che contribuisce allo sviluppo e al mantenimento delle dinamiche violente (Pugliese et al., 2024).
In entrambe le configurazioni, il bisogno di relazione appare presente ma non adeguatamente regolato, esponendo l’individuo a vissuti di instabilità, minaccia e perdita.
All’interno di tali dinamiche, la gelosia assume un ruolo centrale. Gli autori distinguono tra una componente cognitiva, caratterizzata da pensieri sospettosi e ruminativi circa la fedeltà del partner, e una componente comportamentale, che si manifesta attraverso azioni di controllo, monitoraggio e restrizione dell’autonomia dell’altro. Se nella pratica clinica la gelosia cognitiva può apparire come un flusso incessante di dubbi e interpretazioni negative, spesso alimentato da bias attentivi e interpretativi, quella comportamentale si traduce più facilmente in comportamenti osservabili, che tendono a interferire direttamente con il funzionamento della relazione. Studi recenti hanno inoltre sottolineato la necessità di distinguere in modo accurato le diverse componenti della gelosia, evidenziando come specifiche caratteristiche cognitive ed emotive contribuiscano a definirne la dimensione patologica e il ruolo come fattore di rischio nei contesti relazionali disfunzionali (Papa et al., 2026).
Un ulteriore elemento chiave del modello proposto è rappresentato dalla vendetta, intesa come risposta motivazionale alla percezione di un torto relazionale. In termini psicologici, la vendetta può essere letta come un tentativo di ristabilire un senso di giustizia o di recuperare una posizione di controllo percepita come compromessa. Tuttavia, tale strategia, pur offrendo un sollievo momentaneo, tende a mantenere attivi i vissuti di rabbia e risentimento, contribuendo all’escalation del conflitto e alla cronicizzazione delle dinamiche disfunzionali.
Attraverso l’analisi di un campione di 437 adulti, lo studio evidenzia come entrambe le forme di dipendenza affettiva risultino associate a livelli più elevati di gelosia e aggressività, sebbene attraverso percorsi parzialmente differenti.
Un elemento particolarmente rilevante emerso dallo studio riguarda infatti la differenziazione dei percorsi attraverso cui le due forme di dipendenza affettiva risultano associate all’aggressività. I risultati evidenziano come la PAD sia correlata sia alla gelosia cognitiva sia a quella comportamentale, suggerendo un impatto più ampio sulle diverse dimensioni della gelosia, mentre la FoI appare prevalentemente associata alla componente cognitiva, caratterizzata da ruminazione e atteggiamenti di sospettosità e chiusura.
Entrambe le configurazioni risultano significativamente associate all’aggressività internalizzata, indicando come le difficoltà nella regolazione emotiva e nella gestione dei bisogni di dipendenza possano tradursi in vissuti di rabbia trattenuta, ostilità e risentimento. Tuttavia, solo la FoI mostra un’associazione diretta, seppur marginale, con l’aggressività esternalizzata, suggerendo come la difficoltà a esprimere apertamente la vulnerabilità possa, in alcune condizioni, favorire l’emergere di comportamenti aggressivi rivolti verso l’esterno.
Questa differenziazione consente di comprendere come specifici pattern di regolazione della dipendenza influenzino in modo distinto le strategie di coping relazionale. In tale quadro, la gelosia assume un ruolo di mediazione centrale, collegando la dipendenza affettiva alle motivazioni di vendetta, le quali a loro volta contribuiscono allo sviluppo sia dell’aggressività internalizzata sia di quella esternalizzata. Tali risultati sottolineano il ruolo cruciale delle emozioni relazionali e delle strategie di regolazione nel determinare gli esiti aggressivi.
Parallelamente, la gelosia comportamentale mostra un effetto diretto sull’aggressività, indicando come le strategie di controllo possano contribuire immediatamente all’escalation del conflitto relazionale, mentre la gelosia cognitiva sembra operare in modo più indiretto, alimentando stati di ruminazione e risentimento che possono nel tempo tradursi in comportamenti aggressivi.
Nel complesso, il modello proposto dagli autori permette di leggere l’aggressività nelle relazioni intime come esito di una catena di processi che coinvolgono la regolazione dei bisogni di dipendenza, l’interpretazione delle minacce relazionali e le strategie di coping adottate per fronteggiarle. In questa prospettiva, la dipendenza affettiva patologica non conduce direttamente all’aggressività, ma lo fa attraverso specifici meccanismi mediatori, tra cui la gelosia patologica e le motivazioni di vendetta.
Dal punto di vista clinico, tali evidenze sottolineano l’importanza di intervenire non solo sui comportamenti aggressivi manifesti, ma anche sui processi sottostanti che li sostengono. In particolare, la valutazione clinica dell’aggressività relazionale dovrebbe includere un’analisi dei pattern di regolazione della dipendenza, delle modalità di interpretazione della minaccia relazionale e delle strategie di coping attivate in risposta ad essa. La considerazione di variabili quali gelosia cognitiva, comportamenti di controllo e motivazioni vendicative può contribuire a una più accurata identificazione dei profili di rischio nei contesti di violenza nelle relazioni intime.
In questa prospettiva, gli interventi terapeutici possono trarre beneficio dall’integrazione di strategie volte a promuovere una maggiore consapevolezza emotiva, lo sviluppo dell’assertività, la regolazione dei bisogni di dipendenza e la ristrutturazione delle interpretazioni gelose. Inoltre, lavorare sulle motivazioni vendicative come forma di coping disfunzionale rappresenta un passaggio cruciale per interrompere i cicli di escalation conflittuale e ridurre il rischio di recidiva nei comportamenti aggressivi.
A un livello più ampio, tali risultati suggeriscono l’importanza di sviluppare interventi preventivi orientati alla promozione di pattern di dipendenza più sicuri e di modalità adattive di risposta alla minaccia relazionale, al fine di ridurre il rischio di evoluzione da vissuti di ostilità internalizzata a comportamenti aggressivi agiti.
Gli autori evidenziano infine alcuni limiti dello studio, tra cui il disegno trasversale e l’utilizzo esclusivo di misure self-report, che non consentono di stabilire relazioni causali tra le variabili considerate. La necessità di ulteriori studi longitudinali appare dunque evidente, al fine di chiarire con maggiore precisione i processi evolutivi e dinamici coinvolti.
Nonostante tali limiti, il contributo di Papa e colleghi offre una prospettiva integrata e clinicamente rilevante, suggerendo come l’aggressività nelle relazioni intime possa essere compresa non tanto come fenomeno primario, quanto come esito di specifiche configurazioni di funzionamento psicologico. In particolare, i dati evidenziano il ruolo dei processi intermedi – gelosia patologica e motivazioni di vendetta – nel mediare la relazione tra dipendenza affettiva disfunzionale e comportamenti aggressivi, indicando come tali variabili rappresentino snodi centrali nella comprensione del fenomeno.
In quest’ottica, la valutazione clinica dell’aggressività relazionale dovrebbe includere un’analisi dei pattern di regolazione della dipendenza, delle modalità di interpretazione della minaccia relazionale e delle strategie di coping attivate in risposta ad essa. Intervenire su questi livelli consente di agire non solo sull’espressione comportamentale dell’aggressività, ma sui processi che ne sostengono l’attivazione e il mantenimento, con l’obiettivo di promuovere modalità più adattive di regolazione emotiva e funzionamento interpersonale.
Bibliografia
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Papa, C., Uvelli, A., Franquillo, A. C., Floridi, M., Perdighe, C., Mancini, F., & Pugliese, E. (2026). Measuring jealousy in intimate relationships: A systematic review of instruments and their psychometric qualities. Current Psychology, 45(3), 252.
Foto di Anh Tuấn Trần da Pexels: https://www.pexels.com/it-it/foto/bianco-e-nero-arte-decorazione-semplice-19230845/



