Il cinema che racconta la psicopatia

di Caterina Parisio

Dai personaggi dei film alla psicopatologia

Uno studio pubblicato sul Journal of Forensic Sciences ha messo in luce la relazione tra cinema e psicopatia al fine di descrivere e analizzare la rappresentazione di personaggi psicopatici immaginari nei film popolari e nella storia del cinema. Da 400 film (1915-2010), 126 caratteri psicopatici fittizi (21 donne e 105 uomini) sono stati selezionati sulla base del realismo e dell’accuratezza clinica dei loro profili. Tra questi: Anton Chigurh nel film No Country for Old Men dei fratelli Coen, George Harvey in The Lovely Bones di Peter Jackson, Jake Gyllenhaal nella parte di Lou Bloom in Nightcrawler di Dan Gilroy.

In Nightcrawler (“Lo sciacallo”), Lou è un ragazzo cinico e sociopatico che riuscirà a farsi strada nel mondo dei media come cineoperatore di assalto, grazie a un senso etico a dire poco inesistente, un esame di realtà completamente distorto e un’inclinazione alla manipolazione degli altri. Quella che sembra esclusivamente una storia sulla deriva etica del giornalismo e dell’umanità è anche il ritratto minuzioso di una persona fortemente disturbata. Lou ci mostra un personaggio dagli occhi spalancati che fa uso di nozioni e linguaggi stereotipati e di un’espressività da manuale: maschere sociali pronte a essere indossate e usate a seconda delle occasioni, un bisogno di esercitare potere sugli altri che prevale su qualsiasi altro intento e che spesso si concretizza tramite violenza e abuso. Caratteristiche salienti del disturbo antisociale di personalità, contraddistinto dal disprezzo patologico del soggetto nei confronti delle regole e delle leggi della società, dall’incapacità di assumersi responsabilità, dall’indifferenza verso i sentimenti altrui e dalla mancanza di senso di colpa e rimorso.
Molto spesso i racconti della personalità psicopatica sono pieni di incoerenze e contraddizioni, come quelli dello sciacallo interpretato da Jake Gyllenhaal, costantemente impegnato a tentare di ingannare. La prima ragione di ciò è la natura spesso improvvisata della loro coscienza: se sono colti in fallo o di fronte a domande impreviste, semplicemente rielaborano la propria narrazione per adattarsi alla nuova realtà senza fermarsi a riflettere sulle cose. La seconda ragione è che gli psicopatici sembrano avere difficoltà a integrare correttamente il linguaggio e le componenti emotive dei loro pensieri e ciò non rende possibile notare le contraddizioni nel loro discorso.

“Letteralmente spudorate”, così la psicologa Nancy McWilliams definisce le personalità antisociali: l’altro si riduce alla sua utilità, spettatore passivo del suo potere, specchio per un continuo riconoscimento. Tale descrizione potrebbe in qualche modo sovrapporsi con il funzionamento narcisistico, ma fu Otto Kernberg, a partire dalla metà degli anni ’80, a occuparsi della relazione tra Disturbo narcisistico di personalità e tendenza aggressive, condotte criminali e psicopatiche.

Nello studio delle personalità criminali, la presenza di tratti narcisistici emerge come una delle caratteristiche più frequenti; si tratta di individui che si caratterizzano per il senso di onnipotenza, il bisogno di sentire di avere sempre il controllo della situazione, il pensare di poter controllare e, talora, di schiacciare la vita delle altre persone.
Un altro indicatore caratteristico e distintivo del Disturbo antisociale di personalità è l’incapacità di attribuire agli altri una certa qualità morale.

Secondo la concettualizzazione di Theodore Millon, i comportamenti psicopatici sono accomunati da tratti nucleari quali la marcata centratura su di sé e il disprezzo per il bisogno altrui. Interessante anche la concettualizzazione di Simon Baron-Cohen rispetto alle condotte aggressive e psicopatiche, che riprende quella di Kernberg, aggiungendovi la teoria sul grado di empatia. Secondo tale modello, la psicopatia corrisponderebbe a quello che l’autore chiama “grado zero dell’empatia”, cioè la forma psicopatologica più grave, caratterizzata dall’assoluta mancanza di empatia, da una rappresentazione di sé come superiore a tutto e tutti, da una rappresentazione degli altri come esclusivamente strumentali ad alimentare gli aspetti narcisistici del soggetto, attraverso un controllo diretto degli altri, come vittime oppure come spettatori (vedi Lou che mostra attraverso una telecamera la violenza più terribile e agisce sugli spettatori una seconda violenza).

L’interpretazione magistrale dello sciacallo incarna a pieno l’immagine della personalità psicopatica che, attualmente, ha una prognosi sfavorevole con tutte le metodologie terapeutiche disponibili. Solo nel dispiegarsi della pellicola cinematografica, il “nostro” psicopatico Lou (segue spoiler) la farà franca grazie alla sua elevata capacità di imparare dalle esperienze così automaticamente e meccanicamente da diventare un vero e proprio computer: caricaturale e senza traccia di emozione alcuna.

 

Per approfondimenti:

Antonino Carcione, Antonio Semerari (20117), Il narcisismo e i suoi disturbi. La Terapia Metacognitiva Interpersonale. Eclipsi Edizioni

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