Se la violenza non fa male, ti uccide

di Chiara Serra
a cura di Erica Pugliese 

Come fanno le donne vittime di violenza a fronteggiare il crescente dolore fisico e psicologico causato dal partner abusante?

Quando un individuo persevera in una relazione, nonostante le conseguenze negative sulla sua salute psicologica, ci troviamo in una condizione definita come “dipendenza affettiva patologica” (DAP).  La persona è mossa dallo scopo irrinunciabile di mantenere a tutti i costi la relazione con un partner emotivamente fragile e affettivamente instabile, come illustrato nel lavoro della psicologa e psicoterapeuta Erica Pugliese e collaboratori. Questa forma di amore tossico viaggia lungo un continuum di gravità e, nei casi più estremi, si associa a episodi di violenza domestica (intimate partner violence, IPV) che, se perpetrati a lungo, possono favorire nei soggetti affettivamente dipendenti l’insorgenza di disturbo post traumatico da stress (DPTS). Tra i sintomi del DPTS vi è la messa in atto di comportamenti di risoluzione del dolore associato al trauma, come il numbing (stato di coscienza simile all’intorpidimento e alla confusione) e l’evitamento, consapevole o inconsapevole, di stimoli o sensazioni associati all’evento traumatico che potrebbero fare da trigger anche indirettamente o simbolicamente per il re-innesco del ricordo traumatico.

A tale proposito, lo studio del ricercatore olandese Elbert Geuze e collaboratori sui veterani del Vietnam con DPTS ha mostrato che l’esposizione a stimoli calorifici produce un’alterata percezione dolorifica. Secondo il modello proposto dagli autori, detto di “stress induced analgesia”, l’elevata paura e il disagio associati agli stimoli calorifici attivano un sistema endogeno di modulazione del dolore che abbassa la percezione soggettiva del dolore.

È possibile che lo stesso meccanismo di modulazione sia responsabile della reazione di evitamento di trigger traumatici nelle donne vittime di violenza domestica con DPTS (IPV-DPTS)? Queste donne tendono dunque nel tempo a ridurre la soglia percepita del dolore? 

Per rispondere a questo interrogativo, Irina Strigo e collaboratori dell’Università di San Francisco hanno confrontato un campione di 23 donne IPV-DPTS con uno non clinico di 15 donne. Il paradigma sperimentale richiedeva ai soggetti di riferire la temperatura percepita degli stimoli calorifici di diversa temperatura somministrati in due sessioni (Run1 e Run2) durante la risonanza magnetica funzionale (fMRI). Infine, è stato chiesto di compilare alcuni test diagnostici specifici, tra i quali la Clinically Administered PTSD Scale (CAPS), che valuta la frequenza e l’intensità dei sintomi associati al trauma, compreso l’evitamento. 

I risultati mostrano che le donne IPV-DPTS percepiscono un’attenuazione della temperatura dello stimolo dolorifico nella Run2, dopo una ripetuta esposizione allo stimolo. Nella prima esposizione allo stimolo (Run1), seppur assente una differenza nella percezione dolorifica dello stimolo, le donne IPV-DPTS mostrano una differente una risposta neurale, ovvero un aumento dell’attività dell’insula anteriore di destra (RAI) rispetto al gruppo di controllo. A questa reazione di ipersensiblità dolorifica segue una seconda esposizione agli stimoli dolorifici (Run2), in cui le donne IPV-DPTS riferiscono invece un abbassamento della sensazione dolorifica rispetto al gruppo di donne non clinico. Inoltre, a livello neurale si osserva nel gruppo sperimentale una diminuzione dell’attività della RAI, che integra informazioni interocettive, emotive e cognitive ai fini del processamento affettivo, e un aumento dell’attività dell’ACC, una regione attiva durante il comportamento motivazionale e in situazioni a elevato livello di disagio emotivo. È emersa, infine, una correlazione dei punteggi ottenuti nella scala CAPS, sia con la temperatura media percepita sia con l’attività della RAI: questo significa che le donne IPV-DPTS con alti punteggi nella sottoscala dell’evitamento (tendenza a mettere in atto meccanismi di coping maladattivi finalizzati a evitare tutto ciò che ricordi in qualche modo, o che sia riconducibile, all’esperienza traumatica) riportano una maggiore attenuazione del dolore percepito e una diminuzione dell’attività della RAI, come detto responsabile della consapevolezza emotiva.

Sulla base di questi risultati, gli autori propongono che la modulazione neurale associata all’attività della RAI potrebbe essere correlata alla diminuzione del dolore percepito, mentre quella della ACC sarebbe legata alla regolazione dello stress percepito nel ri-esperire lo stimolo traumatico. Come confermano i dati di correlazione, l’evitamento emotivo potrebbe essere una delle strategie utilizzate nelle vittime di violenza per gestire l’esperienza traumatica, che si manifesta a livello cognitivo come una riduzione del dolore percepito e a livello neurale come un abbassamento dell’attività della RAI, un nodo centrale nella consapevolezza emotiva. 

L’esperienza clinica e i dati di neuroimaging spiegherebbero in parte la tendenza degli individui con dipendenza affettiva patologica a perseverare nella relazione nonostante la crescente sofferenza emotiva generata da partner il più delle volte problematici, ovvero emotivamente fragili e affettivamente instabili.

Questi risultati supportano la necessità di costruire un protocollo di trattamento cognitivo-comportamentale che ponga al centro gli aspetti traumatici della relazione interpersonale e i tentativi di soluzione del dolore maladattivi tipici della dipendenza affettiva patologica. Infine, sarebbe interessante replicare i risultati di questo studio su un campione di uomini, proprio in considerazione del fatto che la dipendenza affettiva è una problematica che colpisce trasversalmente uomini e donne, coppie gay ed etero. 

Per approfondimenti:

Pugliese, E., Saliani, A.M., Mancini, F., Un modello cognitivo delle dipendenze affettive patologiche. Psicobiettivo” 1/2019, 43-58, doi:10.3280/PSOB2019-001005

Strigo, I.A., Simmons, A.N., Matthews, S.C., Grimes, E.M., Allard, C.B., Reinhardt, L.E., Paulus, M.P., Stein, M.B., 2010. Neural correlates of altered pain response in women with posttraumatic stress disorder from intimate partner violence. Biol. Psychiatry 68, 442-450. doi:10.1016/j.biopsych.2010.03.034

Geuze, E., Westenberg, H.G., Jochims, A., de Kloet, C.S., Bohus, M., Vermetten, E., Schmahl, C., (2007): Altered pain processing in veterans with posttraumatic stress disorder. Arch Gen Psychiatry 64:76–85. 10.1001/archpsyc.64.1.76

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