L’appartenenza come fondamento della personalità
di Caterina Parisio
La capacità di sperimentare sentimenti di appartenenza a un gruppo sociale rappresenta una delle funzioni basilari della personalità umana (Livesley, Jang, 2000). Non si tratta di un elemento accessorio o secondario dello sviluppo psicologico, ma di un pilastro fondante dell’esperienza identitaria. Il senso soggettivo di appartenenza si ancora sulla percezione di condividere elementi significativi con altri membri del gruppo: obiettivi comuni, sistemi valoriali, interessi, ma anche e soprattutto esperienze condivise che creano una trama narrativa collettiva.
Questo bisogno fondamentale di sentirsi legati agli altri, si nutre e si consolida attraverso simboli, rituali e consuetudini che fungono da collante sociale. L’appartenenza genera una mappatura relazionale che conferisce al soggetto coordinate precise nel tessuto sociale, rendendolo riconoscibile e riconosciuto, situato in una rete di connessioni che definiscono non solo chi è, ma anche da dove viene e a quale comunità può fare riferimento.
Nel contesto meridionale italiano, questo fenomeno trova una delle sue espressioni culturali più emblematiche. La domanda rituale rivolta ai bambini che si allontanavano dal nucleo familiare – “A cu apparteni” – non costituisce una semplice richiesta di informazioni anagrafiche, ma l’attivazione immediata di un sistema di protezione comunitario. Ogni famiglia possiede non solo un cognome, ma un soprannome distintivo che funziona come autentica carta di identità sociale. Questo codice permette di collocare istantaneamente ogni individuo all’interno di una geografia relazionale precisa: basta pronunciare il proprio riferimento familiare perché la comunità si attivi, ricreando immediatamente quella rete di sicurezza che impedisce a chiunque di sentirsi veramente smarrito.
Gli “stranieri” stessi venivano rapidamente integrati attraverso l’assegnazione di un nuovo identificativo che, lungi dall’essere stigmatizzante, rappresentava il riconoscimento di uno status di appartenenza. Chi proveniva da altre regioni o nazioni riceveva un appellativo che lo ancorava alla comunità locale, trasformando la diversità in una forma di cittadinanza condivisa: e così, dopo l’esperienza negli States, si poteva diventare automaticamente ‘u Mericano ed essere immediatamente parte della comunità. Era questo il potere dell’appartenenza: la capacità di includere, proteggere e dare identità attraverso il richiamo del “A cu apparteni?”.
Quando l’appartenenza viene meno: l’emergere della minaccia
Il passaggio dalla dimensione protettiva dell’appartenenza all’esperienza della vulnerabilità e della paura costituisce un fenomeno psicologico di particolare rilevanza clinica. Come osserva acutamente Michela Murgia in un’intervista nell’ambito del RomaEuropa Festival 2020 in collaborazione con L’Accademia di Francia a Roma, la consapevolezza della paura emerge spesso nel momento in cui si abbandona il contesto comunitario originario. “Ho cominciato a pensare alla paura quando ho lasciato il mio piccolo paese; lì nessuno può nutrire cattive intenzioni su di te, perché sa di chi sei figlio”, afferma Murgia, evidenziando come la mappatura relazionale del sangue non solo protegga, ma responsabilizzi simultaneamente ogni membro della comunità.
Questo passaggio dall’ambiente protetto dell’appartenenza all’esposizione nel contesto urbano anonimo segna una trasformazione radicale nella percezione di sé e del mondo circostante. Quando la rete di riconoscimento reciproco si dissolve, il corpo stesso diventa oggetto di una diversa attenzione: ciò che in precedenza sarebbe stato impossibile – l’essere apostrofati in modo inappropriato – diventa non solo possibile, ma frequente. E questa esperienza non viene percepita come un complimento o un’interazione neutra, ma viene immediatamente codificata come minaccia.
Il continuum psicologico: dall’espansione al ritiro
Si delinea così un vero e proprio continuum psicologico che va dalla spinta espansiva verso il mondo alla necessità di ritirarsi da esso. Quando l’appartenenza è salda, l’individuo può nutrire il desiderio di imporsi nel mondo, di occupare spazio, di affermare la propria presenza con sicurezza. Il contratto sociale implicito garantisce una base sicura da cui partire e a cui tornare.
Quando invece questo contratto viene percepito come violato o assente, l’orientamento psicologico si inverte: dall’appartenenza si passa al nascondimento, alla ricerca di un’ invisibilità protettiva. Essere fuori dal contratto sociale genera una condizione di allerta costante, un senso di pericolo che deriva dall’essere esposti senza la protezione che la rete comunitaria precedentemente garantiva. È come trovarsi nudi di fronte a uno sguardo potenzialmente ostile, privi di quella cornice di relazioni che un tempo definiva il perimetro della sicurezza personale.
Questa dinamica ha profonde implicazioni cliniche. La perdita del senso di appartenenza non genera semplicemente solitudine o isolamento, ma una vera e propria riorganizzazione della percezione del mondo esterno, che da ambiente potenzialmente accogliente si trasforma in spazio di minaccia. Il sistema di attaccamento e quello di difesa si ricalibrano: dove prima vi era apertura e fiducia basate sul riconoscimento reciproco, ora emerge vigilanza e ritiro come strategie di protezione del sé.
Comprendere questo continuum permette di leggere molte manifestazioni di disagio psicologico contemporaneo – dall’ansia sociale al ritiro, dalle condotte evitanti alle difficoltà relazionali – non come semplici disfunzioni individuali, ma come risposte adattive a una frattura nel tessuto dell’appartenenza. La sfida terapeutica diventa allora quella di ricostruire, dove possibile, nuove forme di appartenenza che possano restituire al soggetto quella base sicura da cui guardare al mondo non come minaccia, ma come possibilità. Insomma, un modo più moderno e al passo con i tempi che permetta di portare avanti il senso profondo del “A cu apparteni”.
Riferimenti bibliografici
Dimaggio G, Semerari A. (2006), I Disturbi di personalità. Modelli e trattamento
Livesley W.J., Jang K.L., (2000), Toward an empirical based classification of personality disorders
Per approfondire:
https://www.raiplay.it/programmi/sullapaura?wt_mc=2.www.share.raiplay_prg_Sullap aura
Foto di Jan Antonin Kolar su Unsplash



