a cura di Claudia Perdighe

Il 21 settembre si è tenuto a Bolzano un convegno dal titolo Disposofobia e accumulo di animali: una sfida clinica e sociale, presso NOI-Techpark.
La domanda più frequente posta dal pubblico a me e agli altri relatori è stata “Come mai è un disturbo così poco conosciuto?”. La seconda era: “È un disturbo curabile?”
Le due domande sono evidentemente connesse. La credenza implicita è: l’accumulo è un disturbo poco conosciuto in quanto sostanzialmente non curabile.
L’accumulo è un disturbo che incuriosisce molto, ad esempio al convegno erano presenti giornalisti e cittadini comuni interessati al tema. È più facile, però, che finisca in cronaca (“Anziano morto a X da solo in casa. Quando si è sentito male, non è riuscito a chiedere aiuto perché la porta di ingresso era bloccata da mucchi di libri”) che nelle riviste scientifiche.
Perché gli psicoterapeuti non conoscono e non curano il disturbo da accumulo? Questo nonostante dal 2013 è riconosciuto come disturbo autonomo (non più come sottocategoria del disturbo ossessivo) e ne soffra tra il 2,5 e il 5% della popolazione.
Provo a rispondere qui alle due domande citate sopra.
Il disturbo da accumulo è poco conosciuto per diverse ragioni:
– fino al 2013 non era riconosciuto come tale ed è quindi ancora un disturbo poco studiato all’università e in generale nei luoghi in cui psicologi e psicoterapeuti si formano.
– il comportamento di accumulo si presenta anche in altri disturbi psichiatrici, per esempio schizofrenia, disturbo ossessivo, alcuni disturbi di personalità e in condizioni di deterioramento cognitivo, per esempio nella fase iniziale della demenza.
– La ragione forse più importante riguarda la richiesta di aiuto e la compliance: i pazienti con accumulo raramente riconoscono il disturbo come tale, pur vivendone con sofferenza le conseguenze (vergogna, conflitti in famiglia, disagio economico). Chi nel soffre fatica a riconoscere la differenza tra il “piacere di conservare un ricordo o un bel oggetto” ed avere la vita e la casa fortemente compromessa.
– Il disturbo da accumulo è curabile ed è possibile guarire, vale a dire imparare a buttare, a ordinare e a scegliere cosa comprare. Le componenti centrali della psicoterapia cognitiva comportamentale sono
– l’esposizione graduale alle situazioni di difficoltà e ansia (buttare e non acquisire oggetti desiderati),
– l’addestramento al problem solving e a trovare criteri laddove ci sia una difficoltà nel prendere decisioni e individuare criteri per scegliere il come e cosa buttare.
Questo intervento sintomatologico, è più facilmente accettato da chi soffre del disturbo ed efficace se affiancato da altre due componenti:
– motivazione al trattamento, vale a dire valutazione dei costi soggettivi e dei possibili benefici di un cambiamento;
– individuazione e ristrutturazione delle credenze alla base dell’accumulo (in particolare: legame affettivo con l’oggetto, senso di responsabilità verso l’oggetto, timore di perdere pezzi di memoria)

Quindi è un disturbo il cui funzionamento psicologico è ormai abbastanza chiaro, le cure esistono e sono piuttosto efficaci. Vero.
Vero anche, però, che è un disturbo che richiede un intervento di rete, che metta insieme servizi sociali, forze dell’ordine, figure sanitarie. Si pensi anche solo al fatto che spesso la richiesta di aiuto nasce da gravi disagi economici, da denunce per rischi strutturali nel palazzo a causa dell’accumulo e che lo sgombero di un appartamento richiede cifre che arrivano a decine di migliaia di euro.
Forse non è accidentale che il convegno si sia tenuto a Bolzano.

 

Foto: https://www.pexels.com/it-it/foto/impilati-shopping-scatole-stazionario-7930270/

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