a cura di Fabrizia Tudisco e Marzia Albanese
Che cosa possiamo fare, da terapeuti cognitivisti, quando un paziente porta spontaneamente un sogno nella stanza di terapia? Non di rado, infatti, i pazienti ci raccontano i loro sogni: alcuni molto vividi, altri bizzarri, altri ancora sembrano apparentemente lontani dai problemi che li hanno condotti in terapia. Eppure, sembrano in qualche modo essere importanti.
È questo che ha dato vita al lavoro “Clinical applications of dream work in cognitive therapy: Evidence from the literature and case discussions” recentemente pubblicato sulla rivista Dreaming.
La questione dalla quale gli autori e le autrici sono partiti è se, e in che misura, il contenuto onirico mantenga una relazione con i processi cognitivi ed emotivi che caratterizzano la vita diurna.
Sebbene storicamente il lavoro sui sogni sia stato associato soprattutto alla tradizione psicoanalitica, negli ultimi decenni, lo studio scientifico su più ampia scala del dreaming ha progressivamente modificato il modo di considerare l’esperienza onirica nella pratica clinica.
Una delle prospettive più rilevanti è quella della continuity hypothesis, secondo cui l’attività onirica non sarebbe indipendente dal funzionamento psicologico della veglia. Già Beck e Ward (1961), studiando i sogni di pazienti depressi, avevano infatti osservato una relazione tra temi onirici e organizzazione cognitiva; studi successivi hanno mostrato come esperienze emotivamente rilevanti della vita diurna tendano a trovare una qualche rappresentazione anche nei sogni (Schredl & Hofmann, 2003). Questo non significa che il sogno riproduce fedelmente ciò che accade durante il giorno. Le modalità di rappresentazione possono cambiare, così come la struttura narrativa e la combinazione degli elementi, ma alcuni temi possono mostrare continuità: preoccupazioni personali, emozioni, aspettative interpersonali e rappresentazioni di sé e degli altri. Da qui nasce una domanda clinicamente rilevante: se il sogno conserva informazioni su temi che appartengono anche al funzionamento diurno, la sua esplorazione può offrire elementi utili alla comprensione del paziente? La questione diventa particolarmente interessante quando lavoriamo con persone che incontrano difficoltà nell’accesso ai propri stati interni. È ciò che osserviamo nel lavoro con pazienti con diagnosi di Disturbi di Personalità.
In questa classe diagnostica, infatti, si possono osservare difficoltà nel riconoscere e differenziare pensieri ed emozioni, nel monitorare la propria esperienza mentale e nel riconoscere la natura soggettiva delle proprie rappresentazioni (Semerari et al., 2003; Dimaggio et al., 2007). Anche strumenti familiari al terapeuta cognitivo, fondati sulla ricostruzione verbale dell’esperienza, possono allora incontrare un limite concreto: come ricostruire il funzionamento del paziente quando è il paziente stesso a fare fatica a descriverlo? Eppure alcuni di questi pazienti, pur mostrando difficoltà nel riferire direttamente del proprio mondo interno, raccontano spontaneamente i loro sogni. È possibile utilizzare proprio quel materiale come una via di accesso aggiuntiva? Per esplorare questa possibilità è stato utilizzato il DMR – Description, Memory Sources and Reformulation (Montangero, 2009). Il procedimento è relativamente semplice: si parte dalla descrizione del sogno e dell’esperienza emotiva associata, si utilizzano alcuni elementi del racconto per favorire il recupero di ricordi autobiografici collegati e, infine, si prova insieme al paziente a individuare i temi che accomunano sogno, memoria e funzionamento attuale. Quali scopi sembrano essere in gioco? Quali credenze? Quali rappresentazioni di sé e degli altri? In quali altre esperienze della propria storia il paziente ha sperimentato configurazioni emotive o interpersonali simili? Il punto è centrale: non si tratta di attribuire al sogno un significato nascosto né di proporre un’interpretazione simbolica dall’esterno. Il sogno viene piuttosto utilizzato come materiale esperienziale a partire dal quale paziente e terapeuta possono costruire collegamenti tra esperienza onirica, memoria autobiografica e funzionamento attuale. All’interno dello studio, sono stati osservati tre pazienti adulti con diagnosi di Disturbi di Personalità e difficoltà nel monitoraggio metacognitivo e nell’autoriflessione. L’obiettivo non era valutare l’efficacia del dreamwork, ma esplorare se questa modalità di lavoro potesse facilitare l’accesso a credenze difficilmente verbalizzabili, aumentare la consapevolezza dei propri stati interni, sostenere la riformulazione degli schemi e fornire informazioni utili alla formulazione cognitiva del caso. Che cosa è emerso? Nei tre casi, partire dal sogno ha consentito di accedere a temi emotivamente salienti che attraverso il solo dialogo terapeutico erano rimasti meno disponibili. Vergogna, vulnerabilità, abbandono, rifiuto, indegnità e paura dell’umiliazione comparivano nelle scene oniriche e potevano successivamente essere collegate a episodi autobiografici e situazioni interpersonali attuali. L’esplorazione strutturata sembra inoltre facilitare il collegamento tra emozioni, sensazioni corporee, ricordi, credenze e aspettative interpersonali, contribuendo a rendere più comprensibili alcuni schemi, strategie di coping e cicli relazionali. In questo senso, ciò che emerge dal sogno può essere integrato nella formulazione del caso e contribuire a orientare il lavoro terapeutico successivo.
Naturalmente tre casi non consentono di concludere che il dreamwork sia efficace né che offra un vantaggio specifico rispetto alle procedure CBT già disponibili. Il dato di interesse è più circoscritto: il sogno potrebbe rappresentare una fonte aggiuntiva di informazioni sul funzionamento cognitivo-affettivo del paziente, soprattutto quando l’accesso diretto ai suoi stati interni risulta difficile.
Pensare ai sogni come possibili finestre di accesso a scopi e credenze non significa quindi tornare all’idea del sogno come codice da decifrare. Significa piuttosto chiedersi se un’esperienza spontaneamente prodotta dalla mente possa essere utilizzata, in modo strutturato e collaborativo, per comprendere meglio quella stessa mente. Questi primi risultati richiedono naturalmente ulteriori verifiche. Studi futuri potranno chiarire la portata e i limiti dell’utilizzo clinico del materiale onirico, individuando le condizioni in cui la sua esplorazione può offrire un contributo specifico al processo terapeutico. In questo senso, il lavoro sui sogni rappresenta oggi soprattutto un campo di ricerca ancora aperto, nel quale osservazione clinica e verifica empirica possono tornare utilmente a dialogare.
Bibliografia
Albanese, M., Meneo, D., Ricciardi, O., Ricchezza, E., Mancini, F., & Tudisco, F. (2026). Clinical applications of dream work in cognitive therapy: Evidence from the literature and case discussions. Dreaming. Advance online publication. https://doi.org/10.1037/drm0000356
Un brief summary del lavoro è consultabile a questo link: https://www.growkudos.com/publications/10.1037%25252Fdrm0000356/reader?utm_medium=widget&utm_source=publication-widget
Beck, A. T., & Ward, C. H. (1961). Dreams of depressed patients: Characteristic themes in manifest content. Archives of General Psychiatry, 5(5), 462–467. https://doi.org/10.1001/archpsyc.1961.01710170040004
Carcione, A., Santonastaso, M., Sferruzza, F., & Riccardi, I. (2021). Esoteric power, useless, useful: Considerations about dreams in cognitive-behavioural therapy. Research in Psychotherapy: Psychopathology, Process and Outcome, 24(2), 130–137. https://doi.org/10.4081/ripppo.2021.543
Dimaggio, G., Semerari, A., Carcione, A., Nicolò, G., & Procacci, M. (2007). Psychotherapy of personality disorders: Metacognition, states of mind and interpersonal cycles. Routledge.
Montangero, J. (2009). Using dreams in cognitive behavioural psychotherapy: Theory, method, and examples. Dreaming, 19(4), 239–254. https://doi.org/10.1037/a0017613
Schredl, M., & Hofmann, F. (2003). Continuity between waking activities and dream activities. Consciousness and Cognition, 12(2), 298–308. https://doi.org/10.1016/S1053-8100(02)00072-7
Semerari, A., Carcione, A., Dimaggio, G., Falcone, M., Nicolò, G., Procacci, M., & Alleva, G. (2003). How to evaluate metacognitive functioning in psychotherapy? The Metacognition Assessment Scale and its applications. Clinical Psychology & Psychotherapy, 10(4), 238–261. https://doi.org/10.1002/cpp.362
https://www.pexels.com/it-it/foto/donna-disteso-addormentato-abbracciando-8263046/



