a cura di Francesco Mancini
L’autocritica è un fenomeno comune e non necessariamente patologico. Valutare negativamente un proprio comportamento, riconoscere un errore o constatare di non aver raggiunto un risultato desiderato può svolgere una funzione importante nella regolazione del comportamento. In alcune condizioni, tuttavia, l’autocritica diventa intensa, persistente e pervasiva, contribuendo alla sofferenza psicologica e al mantenimento di diversi problemi psicopatologici.
Gran parte della letteratura si è concentrata sull’intensità dell’autocritica, sul tono della voce critica, sulle emozioni che ne derivano o sulle funzioni che essa può svolgere. Nel lavoro recentemente pubblicato su Frontiers in Psychology, “A cognitive model of moral and nonmoral self-criticism: the role of judgment criteria”, Vittoria Zaccari e Francesco Mancini propongono di aggiungere una domanda: quando una persona critica se stessa, in base a quale criterio si sta giudicando?
Il criterio di giudizio
Ogni valutazione presuppone un criterio. Anche quando l’oggetto della valutazione siamo noi stessi, possiamo giudicarci rispetto a dimensioni differenti.
Una persona può considerarsi incapace, debole, poco intelligente, non sufficientemente attraente o socialmente inadeguata. Un’altra può considerarsi egoista, irresponsabile, colpevole o moralmente cattiva.
Entrambe formulano un giudizio negativo su se stesse, ma il criterio utilizzato non è lo stesso.
Nel primo caso la valutazione riguarda dimensioni non morali: competenza, forza, desiderabilità, capacità, adeguatezza sociale. Nel secondo riguarda invece dimensioni morali: responsabilità, colpa, rispetto di norme, possibilità di essere una persona buona o cattiva.
Da qui la distinzione proposta nel modello tra autocritica non morale e autocritica morale.
“Non sono abbastanza capace” e “sono una cattiva persona” possono essere entrambi giudizi severi e dolorosi, ma non necessariamente esprimono lo stesso processo psicologico.
Quando il critico interiore diventa un accusatore
Il criterio utilizzato per valutarsi può modificare l’intera configurazione dell’esperienza autocritica.
Nell’autocritica non morale il problema può riguardare la distanza tra la propria condizione e una caratteristica desiderata: essere competenti, forti, attraenti, autonomi, socialmente adeguati. Possono quindi emergere vergogna, senso di inferiorità, tristezza, scoraggiamento, evitamento oppure tentativi di migliorare la propria prestazione e dimostrare il proprio valore.
Nell’autocritica morale il giudizio assume più facilmente la forma di un’accusa: ho fatto qualcosa che non avrei dovuto fare; sono stato irresponsabile; ciò che ho pensato o fatto dice qualcosa di moralmente negativo su di me.
Acquistano allora particolare rilevanza la colpa, la condanna di sé e la necessità di riparare, giustificarsi o accertare la propria innocenza.
La distinzione può avere conseguenze cliniche importanti. Un errore può essere interpretato come prova di incompetenza oppure come prova di irresponsabilità. Un pensiero intrusivo può essere vissuto semplicemente come sgradevole oppure essere considerato indizio della possibilità di essere una persona moralmente riprovevole.
L’evento può essere simile; ciò che cambia è che cosa la persona ritiene che quell’evento dimostri su di sé.
Autocritica e psicopatologia
Distinguere autocritica morale e non morale non significa considerare una delle due necessariamente patologica.
L’autocritica può svolgere una funzione adattiva. Riconoscere di non possedere una determinata capacità può orientare l’apprendimento; riconoscere di aver agito contro un proprio principio morale può favorire l’assunzione di responsabilità e la riparazione.
Per comprendere quando il processo autocritico diventi problematico, il modello considera altre dimensioni: frequenza, intensità e persistenza dell’autocritica; capacità di assumere distanza dal proprio giudizio; stabilità o contingenza della valutazione negativa.
C’è infatti una differenza tra pensare “in questa situazione non sono stato capace” e concludere “sono incapace”; così come tra riconoscere “ho commesso un’azione sbagliata” e arrivare alla conclusione “sono una persona moralmente indegna”.
Il passaggio dall’evento alla definizione globale di sé può contribuire a trasformare un processo regolativo in una fonte persistente di sofferenza.
Una possibile implicazione per la formulazione del caso
Da questa prospettiva, affermare che un paziente è “molto autocritico” potrebbe essere clinicamente poco informativo.
Occorre chiedersi rispetto a che cosa si sta criticando.
Teme di essere incapace? Debole? Non desiderabile? Non amabile? Oppure irresponsabile, egoista, colpevole, moralmente cattivo?
Queste valutazioni possono coesistere nella stessa persona e influenzarsi reciprocamente. La distinzione proposta non mira quindi a classificare le persone in due tipi, ma a identificare processi valutativi differenti che possono essere attivi in momenti diversi.
Comprendere il criterio di giudizio può aiutare a ricostruire perché un determinato evento acquisti una particolare rilevanza e perché la persona metta in atto certe strategie per affrontarlo.
Un modello da verificare
Il lavoro pubblicato su Frontiers in Psychology è un articolo teorico. La distinzione tra autocritica morale e non morale e il ruolo attribuito ai criteri di giudizio costituiscono quindi ipotesi da sottoporre a verifica empirica, non risultati già acquisiti.
Tra gli sviluppi necessari vi sono lo studio delle componenti del modello in campioni clinici e non clinici e la costruzione di strumenti capaci di misurare adeguatamente le dimensioni proposte.
Il tentativo è quello di rendere più articolata una domanda apparentemente semplice. Di fronte all’autocritica, forse non basta chiedere quanto severamente una persona giudichi se stessa.
Può essere altrettanto importante chiedere: secondo quale criterio lo sta facendo e che cosa teme che quel giudizio dica di lei?
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