"Sei una persona ottimista o pessimista?" Un "mito" da sfatare…

di Roberta Trincas

A e B sono entrambi fortemente motivati ma la loro motivazione ha differenti scopi: A è ottimista e vuole andare avanti e raggiungere buoni risultati; B è pessimista e vuole tenersi lontano da eventuali fallimenti.

Questa frase introduce una delle questioni fondamentali che caratterizzano l’attuale dibattito sulla concettualizzazione di ottimismo e pessimismo (Chang et al., 2009).

Si puo’ veramente parlare di individui pessimisti e ottimisti, o il pessimismo e l’ottimismo si possono considerare dei processi di valutazione dipendenti dal contesto e dagli scopi dell’individuo?

In generale, per ottimismo e pessimismo si intende l’aspettativa che le cose possano andare bene o male. Tuttavia, in letteratura c’e’ disaccordo sulla definizione di ottimismo/pessimismo (O/P) e sulla loro relazione (Peterson e Chang, 2003): alcuni autori parlano di aspettative positive e negative generalizzate su eventi futuri (Scheier e Carver, 1985); altri ritengono siano punti di vista generali sulla vita, positivi e negativi (tale visione include anche la percezione del presente; Dember et al., 1985); altri ancora parlano di processi cognitivi distinti che accomunano entrambi,    per esempio, si parla di bias ottimistico e pessimistico, di O e P irrealistico e di P difensivo (Chang et al., 2009).

Quindi, da un lato P e O vengono considerati unidimensionali, poli di un continuum per cui a punteggi alti di uno corrispondono punteggi bassi dell’altro [O/P disposizionale]; dall’altro, si ritiene rappresentino dimensioni parzialmente indipendenti, misurabili mediante scale specifiche. Mentre, secondo un’altra prospettiva le aspettative ottimistiche o pessimistiche possono dipendere anche dalla situazione (situation-based), per esempio un individuo può presentare diversi livelli di O e P in diversi ambiti di vita, può essere ottimista rispetto al ricevere una promozione ma pessimista rispetto al trovare un partner [O/P situazionale].

Riguardo a quest’ultima prospettiva esistono diversi studi sui bias ottimistici e pessimistici. La letteratura sull’O e’ piu’ ampia, mentre solo recentemente sta crescendo l’interesse per lo studio dei bias pessimistici. In generale, sembra che O e P possano influire sulle capacità di decision-making, sui processi attentivi e sulle modalita’ di elaborazione delle informazioni, sull’assunzione di rischio, e sulla salute fisica e mentale (Chang, 2001). Per esempio, uno studio sulla fissazione dello sguardo ha dimostrato che gli O passano meno tempo a fissare immagini di cancro alla pelle rispetto ai pessimismi, inoltre, mostrano maggiore bias per parole a valenza positiva che per quelle negative in un compito di Stroop, e ancora prestano più attenzione a informazioni sulla salute personalmente rilevanti. Tuttavia, l’O sembra avere dei costi [O irrealistico]. Gli O, infatti, tendono a sottostimare il rischio di sviluppo di problemi fisici, per cui non percepiscono la necessità di attuare comportamenti di prevenzione per la salute; hanno difficolta’ nell’apprendere dai feedback situazionali quando i rischi sono improbabili (per esempio, nel gambling tendono a mantenere aspettative positive anche dopo le perdite o dopo una scarsa prestazione); diversamente, i P tendono a ridurre le loro scommesse dopo una perdita.

Per quale motivo? Considerando queste osservazioni c’e’ da chiedersi quali siano i meccanismi alla base delle differenze che si riscontrano tra O e P. Una delle spiegazioni piu’ valide e’ quella che prende in considerazione la motivazione, e quindi gli scopi in gioco, a sostegno dell’idea secondo la quale O e P non sarebbero tratti di personalita’, piuttosto processi cognitivi su cui influiscono gli scopi attivi dell’individuo e la situazione.

Un ulteriore approfondimento di questa prospettiva verra’ descritto nel prossimo post …

Bibliografia

Chang, E.C., Chang, R. e Sanna,L.G. (2009). Optimism, pessimism and motivation: relations to adjustment. Social and Personality Pscyhology Compass, ¾, 494-506.

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