Teoria e clinica dell'alleanza terapeutica – una prospettiva cognitivo-evoluzionista

Recensione di Maurizio Brasini del volume

Teoria e clinica dell’alleanza terapeutica – una prospettiva cognitivo-evoluzionista, a cura di Giovanni Liotti e Fabio Monticelli, Raffaello Cortina Editore (2014)

Scopo dichiarato (ed efficacemente perseguito) di questo libro è fornire al lettore una cornice teorica, una chiave di lettura clinica e un metodo di lavoro sull’alleanza terapeutica.

Il libro si apre con tre capitoli di introduzione al tema centrale: il primo è una mirabile sintesi dei fondamenti teorici della prospettiva cognitivo-evoluzionista e del modello gerarchico dei sistemi motivazionali, con rinnovata attenzione all’interscambio tra i sistemi motivazionali interpersonali, i sottostanti sistemi motivazionali “arcaici”, e il livello sovraordinato dell’intersoggettività; il secondo è una rassegna sul costrutto di alleanza terapeutica e sulle ricerche più recenti in merito, con una apprezzabile inscrizione dell’alleanza nella più ampia cornice della relazione terapeutica; il terzo capitolo è dedicato ad illustrare come, a partire dalle vicissitudini dell’attaccamento, i deficit di organizzazione dell’assetto motivazionale si riflettono infine nelle alterne vicende della relazione terapeutica.

Una volta acquisiti questi strumenti di base, il lettore viene introdotto ad un metodo per la costruzione, il monitoraggio continuo ed il ripristino dell’alleanza terapeutica. Di particolare interesse l’illustrazione di come trasformare il lavoro sulle rotture dell’alleanza nella pietra angolare dell’intervento con i pazienti più impegnativi. Il metodo si snoda lungo tutte le fasi del processo terapeutico, in modo sorprendentemente specifico e dettagliato. L’esposizione del metodo è corredata da numerose vignette cliniche esemplificative, e da un capitolo dedicato a un caso clinico presentato alla luce della prospettiva teorica e clinica illustrata.

C’è un aspetto in quest’opera che a mio avviso è di particolare pregio, e spero non sfugga al lettore attento. Mi ha fatto riflettere l’insistenza con cui gli autori tornano su un principio di base: la necessità che il terapeuta si disciplini ad un’attitudine autenticamente collaborativa e paritetica. Io non penso si tratti di una ridondanza o di un caso; secondo me è un modo di veicolare un insegnamento: bisogna ripetersi all’infinito di fare le cose facili per imparare a improvvisare e ad essere creativi. E un reiterato invito ad allenarsi alla collaborazione punta a creare le condizioni per riuscire a farlo in modo autentico quando le condizioni si presentano più avverse.

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