Chi ha tratti “sadici” minimizza il ruolo dell’intenzionalità e della responsabilità nel giudizio morale

di Emanuela Pidri

La moralità rappresenta l’insieme delle convenzioni, delle norme e dei valori alla base di una collettività e ha lo scopo rafforzare il legame tra gli individui, favorendo le disposizioni altruistiche (Tomasello & Vaish, 2013). Hauser (2006) sostiene che ogni individuo è in grado di giudicare se un comportamento sociale rispetta, o meno, le regole morali.

Ma cosa accade negli individui con tratti marcati di sadismo? Ricerche hanno evidenziato come la Dark Triad (Paulhus 2014) sia correlata con la perdita di valore morale attribuita a disregolazione emotiva, bassa empatia e difficoltà nell’integrare informazioni sull’intenzionalità (Cima et al., 2010). Per Dark Triad si intende l’insieme di tratti che contraddistinguono una personalità con deficit di empatia, caratterizzata da 1) narcisismo, in termini di senso di superiorità e unicità; 2) machiavellismo, come visione cinica del mondo e disprezzo per la moralità convenzionale associato a manipolazione e sfruttamento; e 3) psicopatia subclinica, in termini di insensibilità, crudeltà, mancanza di rimorso e impulsività.

Seppure mostrino delle caratteristiche comuni, ad oggi la letteratura ha trascurato lo studio dell’interazione fra sadismo e moralità. Il sadismo sembra essere contraddistinto da una caratteristica specifica non osservata nella Dark Triad, ovvero la tendenza di alcune persone di trarre piacere dall’ infliggere e/o osservare sofferenze negli altri (Baumeister & Campbell, 1999; Taylor, 2009), ipotesi avvallata anche da studi di neuroimaging che mostrano come in persone sadiche, esposte ad immagini che evocano il dolore esperito da un’altra persona, aumenti l’attività dell’amigdala (Harenski et al., 2012) e si attivi un’area celebrale, solitamente attivata durante il piacere sessuale (Young et al., 2007).

Nell’articolo di Trémolière & Djeriouat (2016) qui riportato gli autori si propongono, attraverso tre studi online, di esplorare l’interazione tra sadismo e giudizio morale, ipotizzando che il sadismo sia associato a una alterazione nel giudizio morale, nel senso di colpa e nella punizione in vari scenari morali adattati da quelli di Cushman (2008) e Young et al. (2010) e manipolati in relazione a tre variabili: intenzionalità, causa e conseguenza dei danni arrecati alla vittima. Un primo studio ha rivelato che il sadismo minimizza il ruolo dell’intenzionalità dannosa nell’elaborazione del giudizio morale. A 247 partecipanti sono stati somministrati online diversi strumenti: la Short Sadistic Impulse Scale (O’Meara et al., 2011), per valutare le inclinazioni sadiche dei partecipanti; la SD3 (Jones & Paulhus, 2014), per valutare le caratteristiche della Dark Triad; e la Basic Empathy Scale (Jolliffe & Farrington, 2006) per valutare l’empatia. Inoltre, sono stati somministrati tre diversi scenari morali: nel primo di “tentato danno”, si presenta una situazione in cui l’agente tenta di far del male a qualcuno, ma non ci riesce; nel secondo scenario di “danno intenzionale”, l’agente intende fare del male a qualcuno e ci riesce; infine, nel terzo scenario di “danno accidentale”, l’agente non intende fare del male a nessuno, ma finisce per danneggiare accidentalmente qualcuno. I tre scenari sono stati valutati con una scala Likert a 7 punti lungo le tre dimensioni: I) l’azione era moralmente sbagliata, II) l’agente dovrebbe sentirsi in colpa e III) l’agente dovrebbe essere punito. I risultati hanno mostrato che le personalità sadiche sono più indulgenti rispetto ai non sadici, in quanto ritengono che, in tutti i tre scenari, l’azione non sia moralmente sbagliata, che l’agente deve essere punito meno severamente e che non dovrebbe avere emozioni di colpa. Sembrerebbe, quindi, che un maggiore livello di sadismo predica un ridotto senso di colpa, una punizione più inconsistente e un giudizio morale meno severo. Per confermare i risultati lo studio è stato replicato con 265 partecipanti. In contrasto con i risultati precedenti, il livello di sadismo non sembrava predire la severità della punizione nello scenario di “tentato danno”, mentre prediceva, indipendentemente dalle capacità di empatia e dai deficit emotivi, una riduzione di giudizio morale, in termini di intenzionalità. Nell’elaborare il giudizio morale, infatti, viene dato scarso valore all’intenzione dell’agente malevolo di causare o meno un danno, comportando un giudizio morale alterato.

In seguito a questi primi risultati, Trémolière & Djeriouat si sono chiesti se il sadismo potrebbe spingere a trascurare il ruolo della responsabilità causale, come elemento cruciale, nella valutazione morale di un evento, in cui vi è un agente che arreca un danno. In un secondo studio, 291 partecipanti hanno compilato gli stessi test usati in precedenza, ma sono stati confrontati con due nuovi scenari: una situazione in cui il protagonista ha lo scopo di ferire qualcuno e ci riesce direttamente (“versione causale”) e una situazione in cui il protagonista non è riuscito a danneggiare direttamente la vittima, ma quest’ultima si ferisce/ danneggia da sola, in modo del tutto casuale (“versione non causale”). Coerentemente con la previsioni, è stato confermato che il sadismo prediceva la minimizzazione della responsabilità causale, favoriva punizioni meno severe e riduceva il giudizio morale, rispetto all’autore malevolo e alla mancanza di sensi di colpa verso la vittima. Si ipotizza che i sadici (al contrario dei non sadici) non prendano in considerazione il ruolo della responsabilità causale quando devono emettere dei giudizi morali, per via di almeno due motivi: 1) la colpa “bloccata” (Cushman et al., 2013), per cui la presenza di una conseguenza negativa spinge le persone a concentrarsi sulla causa del danno, piuttosto che sull’intenzione dannosa che avrebbe mosso il responsabile, e 2) tendenza a godere della sofferenza altrui.

Alla luce di quanto esposto, il terzo e ultimo studio si propone di indagare come tale tendenza incida sul giudizio morale. Agli stessi partecipanti del primo studio è stata somministrata la Positive And Negative Affect Schedule (PANAS, Watson et al., 1988). È risultato che i sentimenti positivi mediano la relazione tra sadismo e giudizi morali negli scenari di “tentato danno” e “danno intenzionale”, mentre negli individui non-sadici questa relazione viene mediata da sentimenti negativi. Questi dati sembrano confermare l’idea che le personalità con tratti sadici godono e si eccitano di fronte a scene cruente, confermando la loro predisposizione a godere della sofferenza altrui.

Gli autori concludono affermando che il sadismo sembra essere un predittore disposizionale di irriverenza morale distinto dalla Dark Triad caratterizzata principalmente da apatia morale e deficit emotivi. Gli psicopatici sfruttano gli altri per i propri fini (Woodworth & Porter, 2002), i narcisisti lottano per preservare il loro ego in ambito sociale (Campbell et al., 2004), gli individui machiavellici attuano atti malevoli per massimizzare i loro benefici (Jones & Paulhus, 2010). Il Sadismo non presenta nessuna di queste funzioni, ma riflette invece una motivazione intrinseca di gratificazione e/o piacere nel vedere e/o far soffrire gli altri (Buckels et al., 2013). Questa ricerca fornisce la prima prova che i deficit nel processo di integrazione della teoria della mente in termini di integrazione di informazioni di intenzionalità, responsabilità causale, elaborazione di giudizi morali contraddistingue la personalità con tratti sadici, oltre che la Dark Triad. Caratteristica unica del sadismo è il valore predittivo indipendente da deficit emotivi di valutazioni morali deteriorate ed alterate.

Articolo tratto da:

Trémolière B., Djeriouat H., (2016). The sadistic trait predicts minimization of intention and causal responsibility in moral judgment. Cognition 146 (2016) 158–171.

Riferimenti Bibliografici:

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