Perché la Mindfulness è così speciale?

di Antea D’Andrea

Non è la panacea di tutti i mali ma, come dimostrato dalle neuroscienze, ha effetti positivi nell’interazione delle reti neuronali

Si sente spesso parlare di Mindfulness, termine usato e abusato in diversi campi dell’esperienza. Se da un lato la diffusione di questo concetto risulta assolutamente positiva e necessaria, dall’altro l’abuso rischia di banalizzarne i principi e l’utilità. La Mindfulness, infatti, ad oggi appare come la panacea di tutti i mali, come il “nero sta bene con tutto”, ma proprio come il nero poi rischia di venire a noia. Allora – si chiederanno in molti e a giusta ragione – perché scrivere della Mindfulness?

Anche gli studi scientifici seguono le mode, diciamoci la verità, e attualmente è una pratica di tendenza anche nelle neuroscienze: abbiamo avuto il periodo dei disturbi dell’apprendimento, poi quello delle correlazioni tra autismo e vaccini e adesso è il turno della Mindfulness. Le neuroscienze sono un po’ come Picasso!

Se da un lato risulta di tendenza perché ha rivoluzionato la terapia cognitiva costituendo, insieme ad altre, quella che viene definita “terapia cognitiva di terza ondata”, dall’altro gli studi neuroscientifici e, in particolare, quelli sulle reti neurali hanno evidenziato la sua efficacia nella modificazione non solo del comportamento nella vita quotidiana, ma anche delle caratteristiche funzionali e strutturali del sistema nervoso centrale.

Partiamo dal principio. La meditazione Mindfulness affonda le sue radici nell’antica tradizione meditativa buddista. Secondo la teoretica filosofica buddista, la Mindfulness rappresenta un concetto che può essere strutturato come un “tener presente” o una “non distrazione” e rappresenta un esercizio integrato in cui sono coinvolte numerose abilità cognitive e motorie che generano comportamenti orientati verso l’etica. Con l’ascesa dei moderni interventi basati sulla Mindfulness, il significato è stato ampiamente dibattuto, assumendo un aspetto più sfaccettato e multidimensionale rispetto a quello tradizionale e così, come la definisce il professore newyorkese Kabat-Zinn, la Mindfulness rappresenta la consapevolezza che nasce nel momento in cui si focalizza l’attenzione sul momento presente, in maniera curiosa e non giudicante.

Fin qui tutto nella norma: da secoli si sa che la meditazione, così come altre forme di promozione di capacità autoriflessive, giovi ai più (per lo meno a chi ha la pazienza di imparare a praticarla senza farsi assalire dai propri pensieri, dalla rabbia e dal senso del ridicolo). Allora cosa rende la Mindfulness così speciale?
La ricerca scientifica e i nuovi paradigmi utilizzati nelle neuroscienze cognitive, affettive e sociali hanno identificato alcuni correlati neurologici e fisiologici di questa pratica meditativa, conducendo alla comprensione di come la neuroplasticità sia influenzata e indotta da cambiamenti correlati all’esperienza. In questa cornice teorica, grande rilevanza ha avuto lo studio delle reti neurali, quindi l’importanza delle interazioni locali e globali tra le aree cerebrali, configurandosi ad oggi come il maggior interesse delle scienze che studiano la consapevolezza e la meditazione.

Attualmente sono state evidenziate tre reti cerebrali fondamentali nel coordinamento cognitivo e nell’elaborazione affettiva e interpersonale: la Central Executive Network (CEN), rappresentata da un circuito fronto-parietale, la Default Mode Network (DMN), rete che coinvolge l’attivazione di numerose regioni corticali e sottocorticali e la Salience Network (SN) che coinvolge sistemi frontali e cingolati.
È stato dimostrato che, se praticata regolarmente, la Mindfulness comporta una ridotta attività della Default Mode Network (DMM), rete deputata a processi di richiamo delle memorie, alla regolazione emotiva e, più nello specifico, dedita a processi di pensiero autoriflessivi e al mind wandering e a un aumento dello spessore corticale di aree come le cortecce prefrontali e l’insula; aree tipicamente associate a processi sensoriali, enterocettivi e attentivi.

Inoltre, l’aumento dello spessore di queste aree, correlato con l’esperienza meditativa e quindi maggiormente evidenziato in soggetti più anziani, sembra suggerire che la meditazione potrebbe rallentare i processi di assottigliamento corticale correlati all’invecchiamento.
Diversi studi di neuroimmagine hanno sottolineato cambiamenti indotti dalla meditazione, sia a lungo che a breve termine, non solo a livello strutturale ma anche a livello funzionale; è interessante notare come la maggior parte dei modelli evidence-based della psicopatologia sottolineano che siano proprio le alterazioni nelle interazioni tra i diversi network cerebrali a sottendere differenti stati psicopatologici.

L’influenza positiva della Mindfulness sulla modificazione delle dinamiche di interazione tra i network, e all’interno di uno stesso network, che risultano alterate dai più svariati processi, di cui l’invecchiamento e le condizioni psicopatologiche rappresentano solo un esempio, rappresenta il principale vantaggio e il maggior meccanismo funzionale che sottende questa pratica.
Tuttavia, sebbene molto potente, la Mindfulness non è la panacea di tutti i mali e non sta bene con tutto come il nero. È opportuno un uso consapevole di questa pratica per non banalizzare e invalidare il grande lavoro di direttore d’orchestra che questa svolge sul coordinamento delle nostre reti neurali e sulla sincronizzazione dell’attività delle diverse aree cerebrali.

Per approfondimenti

Thompson, E. Looping Effects and the Cognitive Science of Mindfulness Meditation. 2017. Oxford University Press, New York
Dunne, J.D. Buddhist styles of mindfulness: a heuristic approach. In: Ostafin, B., Robinson, M., Meier, B. (Eds.), Handbook of Mindfulness and Self-Regulation. 2015.  Springer pp. 251–270
Sharf, R.. Mindfulness and mindlessness in early chan. Philos. East West. 2014. 64, 933–964
Kabat-Zinn, J. An outpatient program in behavioral medicine for chronic pain patients based on the practice of mindfulness meditation: theoretical considerations and preliminary results. Gen. Hosp. Psychiatry. 1982. 4, 33–47
Lutz, A., Dunne, J.D., Davidson, R.J. Meditation and the neuroscience of consciousness. In: Zelazo, P., Moscovitch, M., Thompson, E. (Eds.), Cambridge Handbook of Consciousness. Cambridge University Press, 2007. pp. 499–555
LutzA., Jha, A.P. ,Dunne, J.D.,Saron, C.D. Investigating the phenomenological matrix of mindfulness-related practices from a neurocognitive perspective. Am. Psychol. 2015. 70, 632–658.
Malinowski, P. Neural mechanisms of attentional control in mindfulness meditation. Front. Neurosci. 2013. 7, 8
Raffone, A., Srinivasan, N. Mindfulness and cognitive functions: toward a unifying neurocognitive framework. Mindfulness. 2017. 8, 1–9
Garrison, K.A., Zeffiro, T.A., Scheinost, D., Todd Constable, R., Brewer, J.A. Meditation leads to reduced default mode network activity beyond an active task. Cogn. Affect. Behav. Neurosci. 2015. 15, 712–720
Fox, K.C., Nijeboer, S., Dixon, M.L., et al. Is meditation associated with altered brain structure? A systematic review and meta-analysis of morphometric neuroimaging in meditation practitioners. Neurosci. Biobehav. 2014. Rev. 43, 48–73
Fox, K.C., Dixon, M.L., Nijeboer, S., et al. Functional neuroanatomy of meditation: a review and meta-analysis of 78 functional neuroimaging investigations. Neurosci. Biobehav. Rev. 2016. 65, 208–228
Lazar, S.W., Kerr, C.E., Wasserman, R.H., et al. Meditation experience is associated with increased cortical thickness. Neuroreport 2005. 16, 1893–1897.

Mindfulness e Dipendenza da Sostanze

di Chiara Bellia
a cura di Alberto Chiesa

Gli interventi basati sulla mindfulness (MBIs) sono sempre più utilizzati nel panorama internazionale nell’ambito dell’uso e dell’abuso di sostanze.

Per le persone che soffrono di dipendenza, il comportamento di abuso è un mezzo per sopprimere esperienze emotive spiacevoli difficilmente tollerabili e gestibili, ed è qui che entra in gioco la mindfulness. Essa è una pratica di consapevolezza (Kabat-Zinn, 2018) che, in questo caso, aiuta a rendere le persone più consapevoli degli stati affettivi e delle sensazioni corporee che precedono la ricaduta, come ad esempio il desiderio incontrollabile di ricercare ed assumere la sostanza. Chi pratica la mindfulness può osservare i propri stati interni come se fosse un’osservatore esterno, più distaccato e meno reattivo (Brewer et al., 2012), imparando così a prevenire le possibili ricadute.

Gli interventi basati sulla mindfulness sono più efficaci dei programmi non clinici e non inferiori in termini di efficacia di diversi trattamenti tradizionali (Chiesa e Serretti, 2014). Per il 50–70% dei pazienti sottoposti a terapia cognitivo-comportamentale, ad esempio, la ricaduta rimane un problema (McHugh, Hearon e Otto, 2010). I programmi non clinici invece, come quello dei 12 passi, non sono adeguati per le persone il cui stile di vita non combacia con la filosofia del percorso.

Attualmente esistono molti protocolli basati sulla mindfulness, come l’ACT (Acceptance and Commitment Therapy), l’MBSR (Mindfulness-based Stress Reduction), l’MBCT (Mindfulness-based Cognitive Therapy), la 3S-Therapy (Spiritual Self Schema Therapy) e così via. Tali interventi sono accomunati dal fatto che favoriscono una migliore capacità di attenzione alle esperienze interne ed esterne così come si verificano in un dato momento; inoltre promuovono un atteggiamento non giudicante e di apertura all’esperienza presente (Bishop et al., 2004).

Cosa rende questi interventi maggiormente efficaci di altri per il trattamento dell’abuso di sostanze?

  • Favoriscono lo sviluppo di un atteggiamento non giudicante verso la sofferenza, con conseguente riduzione della stessa (Kabat-Zinn, 1982);
  • Consentono di cambiare i propri schemi di pensiero e/o gli atteggiamenti nei confronti dei propri pensieri (Teasdale, Segal e Williams, 1995);
  • Promuovono l’accettazione dell’esperienza nel momento presente, piacevole o spiacevole che sia (Segal, Williams e Teasdale, 2014).

La pratica della mindfulness pone quindi l’individuo nella condizione di poter gestire le proprie esperienze, piuttosto che tentare di fuggire o evitare quei pensieri e quelle emozioni negative che spesso portano a desiderare la sostanza e a ricadere nella dipendenza.

Diverse ricerche di neuroimaging confermano questi dati; secondo Hӧlzel e colleghi (2011) la pratica della mindfulness può portare a cambiamenti significativi nelle strutture cerebrali associate alla riduzione della ruminazione mentale. Mentre uno studio di Westbrook e colleghi (2013) ha mostrato come la mindfulness accresca la capacità di smorzare la propria reattività di fronte a stimoli correlati al desiderio della sostanza.

Le attuali evidenze scientifiche suggeriscono che gli interventi basati sulla mindfulness possano ridurre il consumo di diverse sostanze, tra cui alcol, cocaina, metanfetamine, marijuana, tabacco e oppiacei. Per concludere, la mindfulness si sta affermando prevalentemente come terapia complementare e, in alcuni casi, come terapia a se stante, come una delle modalità terapeutiche più efficaci per contrastare le dipendenze e non solo.

Riferimenti bibliografici

Bishop, S.R., Lau, M., Shapiro, S., Carlson, L., Anderson, N.D., Carmody, J., et al. (2004). Mindfulness: A proposed operational definition. Clinical Psychology, 11, 230–241.

Brewer, J.A., Elwafi, H.M., & Davis, J.H. (2012). Craving to quit: Psychological models and neurobiological mechanisms of mindfulness training as treatment for addictions. Psychology of Addictive Behaviours, On line publication.

Chiesa, A., & Serretti, A. (2014). Are Mindfulness-Based Interventions Effective for Substance Use Disorders? A Systematic Review of the Evidence. Substance Use & Misuse, 49, 492–512.

Hӧlzel, B.K., Lazar, S.W., Gard, T., Schuman-Olivier, Z., Vago, D.R., & Ott, U. (2011). How does mindfulness meditation work? Proposing mechanisms of action from a conceptual and neural perspective. Perspectives in Psychological Sciences, 6, 537–559.

Kabat-Zinn, J. (1982). An outpatients program in behavioural medicine for chronic pain patients based on the practice of mindfulness meditation: Perliminary considerations and preliminary results. General Hospital Psychiatry, 4, 33–47.

Kabat-Zinn, J. (2018). Mindfulness per principianti. Milano: Mimesis Edizioni.

McHugh, R.K., Hearon, B.A., & Otto, M.W. (2010). Cognitive behavioral therapy for substance use disorders. Psychiatric Clinic of North America, 33, 511–525.

Segal, Z.V., Williams, J.M.G., & Teasdale, J.D. (2014). Mindfulness: Al di là del pensiero, attraverso il pensiero. Torino: Bollati Boringhieri.

Teasdale, J.D., Segal, Z.V., & Williams, J.M.G. (1995). How does cognitive therapy prevent depressive relapse and why should attentional control (mindfulness) training help? Behaviour Research & Therapy, 33, 25–39.

Westbrook, C., Creswell, J.D., Tabibnia, G., Julson, E., Kober, H., & Tindle, H.A. (2013). Mindful attention reduces neural and self-reported cue-induced craving in smokers. Social Cognitive & Affective Neuroscience, 8, 73–84.

#andratuttobene

di Emanuela Pidri

Il Coronavirus e il contagio emotivo

L’attuale emergenza sanitaria fa emergere la nostra parte più emotiva, considerata come incontrollabile e disfunzionale quando, tuttavia, può rappresentare una risorsa vantaggiosa. Gli esseri umani, pur sforzandosi di essere razionali, infatti, sono profondamente emotivi. Le emozioni sono fondamentali per il funzionamento dell’uomo, sono delle scorciatoie che servono a combinare insieme pensieri, comportamenti, reazioni e sistemi corporei autonomi. La mente umana procede per assimilazione: ciò che è nuovo viene valutato per quanto assomiglia a qualcosa che si conosce ma ciò che si vede ora non assomiglia a nulla che si è già vissuto. Viene richiesto giornalmente di effettuare un esame di realtà attendibile. Ognuno prova paura per il Coronavirus, paura che protegge ma che può trasformarsi in angoscia perché è un nemico invisibile, incontrollabile, imprevedibile. Si sperimenta panico o ansia generalizzata poiché tutte le situazioni vengono percepite come rischiose; ansia anticipatoria poiché l’organismo reagisce prima che il fatto si manifesti; ipocondria, percependo ogni minimo sintomo come un segnale di infezione da Coronavirus; solitudine e isolamento, dato dalle restrizioni sociali e affettive. Irritabilità, insonnia, attacchi di panico possono amplificare lo stress di questa fase di emergenza. Il personale sanitario, incluso il personale che opera in RSA, non sempre pronto a fronteggiare emergenze di tale entità e di cui poco si parla, si espone al pericolo, con un atto di coraggio, per il bene comune. Sperimenta accanto a questi vissuti emotivi un forte senso di responsabilità verso sé stessi e verso gli altri e ogni giorno trova in sé forte motivazione. I professionisti d’aiuto che prestano la loro opera negli scenari di emergenza possono subire gli effetti negativi dello stress conseguente alla frequente e ripetuta esposizione a eventi psicologicamente impegnativi. Per evitare di incorrere in disturbi come quello post traumatico da stress, il burnout o la somatizzazione sul fisico, è importante applicare strategie personalizzate e individuali per gestire questo stress (de-briefing, supporto psicologico). Il limite fra una funzionale attivazione (eustress o stress positivo) e un eccesso di allerta con comportamenti poco lucidi e controproducenti (distress o stress negativo) è sottile. Le strategie di adattamento possono essere incentrate sull’emozione o sul problema. Nel primo caso, esse cercano di migliorare lo stato d’animo della persona, diminuendo lo stress emotivo da essa provato; nel secondo, esse mirano invece a gestire il problema che è causa di dolore.
È importante: capire chi sta controllando cosa; occuparsi con serietà del problema seguendo i protocolli; informarsi da fonti attendibili; rimanere ancorati alla realtà; creare reti di supporto parentali e amicali virtuali. Lo stress gioca un ruolo importante nell’abbassamento delle difese immunitarie: è importante gestirlo, ad esempio attraverso la Mindfulness. La pratica meditativa: riduce l’infiammazione cellulare e i livelli di cortisolo nel sangue; incrementa l’attenzione, la memoria e la capacità di concentrazione; aiuta l’organismo a rallentare il battito cardiaco e a raggiungere un buon equilibrio cardiovascolare; permette di gestire al meglio la rabbia e le altre emozioni negative, con ricaduta benefica sia sulle relazioni sia sulle prestazioni professionali; aumenta la soglia di attenzione e la capacità di prendere decisioni; aiuta a sviluppare la corteccia prefrontale sinistra che dà padronanza su sé stessi e permette di risolvere più facilmente i problemi. Ognuno può costruirsi uno spazio mentale di resistenza di fronte al contagio emotivo della paura o del dolore creando una riserva di emozioni positive in grado di aiutarci. La capacità di riconoscere e affrontare lo stress lavorativo è una competenza strategica per tutti i professionisti della salute. Un atteggiamento psicologico valido può aiutare non solo chi lo attua ma anche gli altri, innescando un circuito virtuoso, e aumentando la resilienza dei singoli, della famiglia, della comunità.

 

Per approfondimenti

Cantelli G. (2008) Lo stress nell’operatore dell’emergenza. Emergency oggi; 6

Cudmore J. (2006) Preventing Post traumatic stress disorder in accident and emergency nursing (a review of the literature). Nursing in Critical Care; 1

American Psychiatric Association (2013). DSM-5 Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Raffaello Cortina Editore.

Laposa J.M., Alden L.E., Fullerton L.M. (2013) Work stress and posttraumatic stress disorder in ED nurses/personnel (CE). Journal of Emergency Nursing; 29

Monti M. Lo stress acuto negli operatori d’emergenza e sue complicanze. Descrizione e criteri di intervento nel personale. Relazione convegno AISACE, 2011

“Io sono Ringo Starr”

di Caterina Parisio

Trappole della mente e consapevolezza emotiva

Ringo Starr tutta la vita. È la terza via, quella indicata della band dei Pinguini Tattici Nucleari nel brano portato a Sanremo e con il quale si sono posizionati al terzo posto della classifica finale. “In un mondo di John e di Paul io sono Ringo Starr”, recita il testo della canzone. La terza via è quella che sta alle spalle, troppo timida per farsi notare: in fondo, basta girarsi e aspettare. Vivere nella luce senza mai rimanere accecati, scegliere la mitezza, l’incompiutezza, la fragilità di chi si sente sempre inadeguato. Darsi in pasto al mondo è un sacrificio, meglio sgranocchiare la vita tenendo in pugno due bacchette per suonare la batteria. Ringo Starr, dunque: quello in fondo nelle foto, il meno noto dei Beatles, quello col profilo basso, sempre un passo indietro rispetto agli altri tre. Mentre John Lennon e Paul McCartney scrivevano testi da consegnare all’eternità, il buon Ringo viveva il presente, in una quotidianità dorata, eppure più distante dalla giungla del successo.

“A volte penso che a quelli come me il mondo non abbia mai voluto bene. Il cerchio della vita impone che per un Re Leone vivano almeno tre iene”, canta il frontman dei Pinguini: alcune persone possono fare l’esperienza di vivere una vita piena di significato e di soddisfazione, nonostante la presenza di sofferenze fisiche e psicologiche; all’opposto, altre persone possono far esperienza di una vita priva di significato e di gioia, vuota, nonostante il successo e la relativa assenza di sofferenze, nella costante sensazione di “sentirsi in trappola”.

Con il neologismo “lifetraps”, trappole per la vita, lo psicologo americano Jeffrey Young intende rimarcare che la vitalità di uomini e donne apparentemente normali può essere bloccata all’interno di modi di pensare, di sentire, di agire e di relazionarsi con sé stessi e gli altri che si sono formati in momenti cruciali dello sviluppo, si sono rinforzati nel corso del tempo, fino a consolidarsi tanto da divenire vere e proprie trappole.

Arrendersi alle trappole, perdendo la speranza che vi sia la possibilità di sottrarvisi, e quindi di cambiare i propri modelli di vita (Che la mia vita non è niente di speciale e alla fine c’hai ragione tu”) è una delle strategie più radicali, e purtroppo anche più comuni, attraverso cui una persona può cercare di convivere con quei modi di sentire, di pensare e di agire che hanno messo in gabbia la sua vitalità.
Una diversa strategia può essere quella di evitare accuratamente ogni situazione che possa mettere in trappola: il che conduce inesorabilmente all’evitare di vivere, distaccandosi sempre più dalla percezione di emozioni e sentimenti, a meno che non servano a un patologico nutrimento narcisistico.
Credere che l’unica vita possibile sia quella dentro una trappola, invece di quella che si intravede fuori, sembra dunque essere un tratto comune a molti.

Frustrazione per non essere mai la prima scelta, per non essere in linea con le aspettative sociali (“…gli amici miei si sposano ed io mi incazzo se non indovino all’Eredità”), cui subentra la rassegnazione di essere, nella vita, un personaggio secondario. Cosa che, in fondo, quando accettata serenamente, potrebbe non essere poi così male.

È Ringo colui che suggerisce alcune strategie funzionali per uscire da trappole della nostra mente: è il protagonista della “vita da mediano” cantata da Ligabue, è Robin che lascia Batman a farsi supereroe nella notte buia di Gotham City, come ricorda Cesare Cremonini.

Jeffrey Young e Janet Klosko (codirettore del Cognitive Therapy Center di Long Island) suggeriscono che, per cominciare a cambiare e imparare a vivere nel momento presente, sia essenziale non solo uscire fuori dalle trappole, ma anche scoprire chi si è e cosa rende veramente felici, senza basarsi esclusivamente su ciò che rende felici le persone vicine. Bisognerebbe imparare a sviluppare (o rafforzare) una visione personale, le naturali inclinazioni che comprendono interessi, relazioni e le attività che intrinsecamente portano a sentirsi realizzati. In questo senso, Young suggerisce che il compito forse più importante che ci si può assumere nella vita è proprio scoprire le naturali attitudini e inclinazioni personali e, rispetto a tale obiettivo, la migliore guida è rappresentata da emozioni e sensazioni corporee.

“Siate onesti con voi stessi” e “abbiate comprensione per voi stessi” sono di fatto i due pilastri della porta che conduce fuori dalle trappole verso il cambiamento, mentre sulla trave della medesima via d’uscita vi è scritto: “Il momento migliore per cominciare a cambiare è adesso”.

In fondo Ringo, confinato a suonare tamburello e maracas in “Love me do”, non ha fatto altro se non seguire il naturale movimento dei propri passi, con leggerezza e consapevolezza. John e Paul credevano nelle sue qualità, ma non così tanto.

Ah, vero, i Beatles erano quattro: John, Paul, Ringo e George Harrison. Ma per lui servirebbe un’altra canzone, altre trappole della mente, un altro articolo. Nel frattempo, “in un mondo di John e di Paul, io sono Ringo Starr”.

Per approfondimenti:

Jeffrey E. Young, Janet S. Klosko (2004), Reinventa la tua vita. Raffaello Cortina Editore

L’impronta di traumi e eventi stressanti

di Emanuela Pidri

Dall’identificazione del trauma alla scelta del trattamento

Attacchi terroristici, guerre, incidenti stradali, catastrofi naturali e altri tragici eventi hanno un fil rouge: l’effetto sulla salute mentale delle vittime, dei sopravissuti e delle loro famiglie. Lo stress post-traumatico (Post Traumatic Stress Disorder – PTSD) è una forma di disagio mentale che si sviluppa in seguito a esperienze fortemente traumatiche e ha un’incidenza tra il 5% e il 10%. Il trauma rappresenta un’esperienza di particolare gravità che compromette il senso di stabilità e continuità fisica e psichica di una persona, causandone disorganizzazione e disregolazione del sistema biologico. Si tratta di un evento o più eventi ripetuti nel tempo estremamente stressanti che producono reazioni emotive e corporee talmente forti che non  sempre il cervello riesce a elaborare, generando sofferenza e compromissione della vita quotidiana. Quando l’elaborazione del trauma non avviene spontaneamente, le emozioni e le sensazioni corporee a esse associate si bloccano, e costruiscono reti neuronali disfunzionali che compromettono il normale funzionamento psichico e il benessere della persona.

Secondo l’American Psychiatric Association i sintomi manifesti sono: evitamento persistente degli stimoli associati all’evento, attenuazione della reattività generale, aumento dell’attivazione nervosa, reattività fisiologica intensa, alterazione delle funzioni cognitive ed emotive, irritabilità, scoppi di collera, aggressività, gesti auto lesivi. I sintomi del disturbo post traumatico da stress possono insorgere immediatamente dopo il trauma o anche dopo molto tempo con esordio tardivo e la sua durata può variare da un mese alla cronicità; per questo si rende necessario un intervento tempestivo.

Gli approcci evidence-based, che sono attualmente raccomandati nelle linee guida internazionali sul trattamento delle condizioni correlate allo stress, sono vari. L’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR) è una tecnica psicoterapeutica che sfrutta i movimenti oculari alternati concomitanti con l’individuazione dell’immagine traumatica, delle convinzioni negative a essa legate e del disagio emotivo, facilitano la rielaborazione dell’informazione, fino alla risoluzione dei condizionamenti emotivi.

La Terapia Cognitivo Comportamentale focalizzata sul trauma (TF-CBT) è un protocollo che consiste nella combinazione di metodi (es. Stress Inoculation Training, Esposizione Prolungata) che permettono di gestire lo stress, l’ansia e altri sintomi del disturbo attraverso tecniche comportamentali e un lavoro di ristrutturazione cognitiva. Il pilastro centrale dell’intervento è rappresentato dal confronto con le situazioni temute, che avviene attraverso tecniche espositive durante le quali la persona viene gradualmente introdotta nelle situazioni oggetto di stress. Il paziente è aiutato nell’ identificazione dei pensieri disfunzionali – come ad esempio: “sono impotente”, “sono fragile”, “non ce la farò mai” – e l’identificazione delle emozioni negative in risposta al trauma, come paura intensa, tristezza profonda, angoscia. Lo scopo, attraverso la ristrutturazione cognitiva, è quello di elaborare i pensieri distorti a favore di pensieri più adattivi positivi e realistici.  Anche la Mindfulness-Based Stress Reduction, quale terapia psicologica incentrata sul momento presente, ha un’efficacia comprovata nella riduzione dei sintomi post-traumatici e l’incremento di abilità di gestione dello stress e dell’ansia. A volte, per alleviare il proprio stato di dolore, le persone usano alcol o di droghe, possono anche perdere il controllo sulla propria vita ed essere a rischio di comportamenti suicidari. A volte, quindi, in associazione alla psicoterapia è indicato l’uso di farmaci. I trattamenti sono specifici, individualizzati e centrati sul paziente. 

Per approfondimenti

Foa, E.B., Keane, T.M., Friedman, M.J. (eds) (2000). Effective Treatments for PTSD: Practice Guidelines from the International Society for Traumatic Stress Studies. New York: Guilford

Giannantonio, M. (2001). Eye Movement Desensitization and Reprocessing (E.M.D.R.) e psicoterapia del Disturbo Post-Traumatico da Stress: considerazioni critiche e linee di tendenza. Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale, 1: 5-23.

Horowitz, M. J. (2003). Sindromi di risposta allo stress. Valutazione e trattamento
Trad it. Milano: Cortina, 2004

Maldonado, J. R., Spiegel, D. (1994). The Treatment of Post-Traumatic Stress Disorder. In Lynn, Rhue, 1994

Sclerosi Multipla: il lato psicologico

di Barbara Basile

Il modello dell’Acceptance and Committment Therapy (ACT)

La Sclerosi Multipla (SM) rappresenta la principale causa neurologica di disabilità nella popolazione giovane-adulta, con un esordio che si presenta tipicamente tra i 14 e i 40 anni e colpisce più frequentemente le donne. La prevalenza nei Paesi occidentali, dove la patologia si presenta in misura significativamente maggiore rispetto ad altre culture, è di uno su 800. Si tratta di una malattia infiammatoria demielinizzante che colpisce diffusamente la sostanza bianca del Sistema Nervoso Centrale (SNC) sia al livello dell’encefalo che del midollo spinale. La lesione anatomopatologica tipica della SM è la placca demielinizzante, un’area in cui, dopo una fase di infiammazione acuta a carico della sostanza bianca del SNC, si verificano fenomeni di cicatrizzazione e di parziale ricostituzione della guaina mielinica (elemento fondamentale per una buona propagazione degli impulsi elettrici). Le placche presentano una distribuzione variabile e imprevedibile e, di conseguenza, i deficit correlati possono coinvolgere diverse funzioni, tra cui principalmente quelle piramidali, sensitive, cerebellari, visive e cognitive. Comprensibilmente, vista anche l’età di esordio, la malattia è caratterizzata e accompagnata da una sintomatologia di tipo depressivo e ansioso, con manifestazioni che possono includere anche rabbia e labilità emotiva, e che si sommano a uno stato di fatica cronica. La patologia depressiva è presente in una percentuale che varia tra il 25 e il 50% dei pazienti, dove stati emotivi di tristezza e di ansia inficiano notevolmente il loro livello di benessere. 

Gli interventi psicologici sono volti soprattutto a sostenere il paziente nell’accettazione della sua nuova condizione e a gestire gli aspetti emotivi che derivano dalle difficoltà fisiche e dall’imprevedibilità del decorso della malattia. Gli obiettivi del trattamento riguardano anche l’adesione alla terapia farmacologica e ai controlli medici, in modo da favorire l’outcome riabilitativo e il funzionamento psicosociale. Il modello dell’Acceptance and Committment Therapy, meglio noto come ACT, si rende particolarmente utile nei casi di patologie organiche poiché aiuta il paziente a diventare più accettante rispetto alla sua condizione che, nel caso della SM, è imprevedibile a causa della grande variabilità della malattia. 

I protocolli di intervento ACT, la cui efficacia ad oggi è stata studiata negli USA e in Svezia, prevedono un contesto gruppale, in cui si affrontano i sei nuclei di intervento principali dell’ACT. Pur non esistendo ancora un protocollo manualizzato, il trattamento prevede delle fasi specifiche. In una prima fase, si prevede la psicoeducazione sulla malattia, si spiegano ai pazienti sia i possibili sintomi che la loro base organica, con una particolare attenzione all’intrinseca imprevedibilità del suo decorso, spiegandone i diversi fenotipi. La forma più frequente di SM, la recidivante-remittente (relapsing-remitting), rappresenta circa l’85% di tutte le diagnosi e si manifesta con episodi (definite ricadute o recidive) che alterano le funzioni neurologiche a cui segue un recupero funzionale parziale o totale e un periodo di relativa stabilità (fase di remissione) fino all’episodio successivo.Nelle forme primariamente e secondariamente progressive (primary and secondary progressive), si osserva un peggioramento costante della malattia, senza fasi di remissione e di recidive, in un lasso di tempo più o meno variabile. Infine, un ultimo fenotipo di SM presenta un esito di tipo benigno (o Clinically Isolated Syndrome, CSI) ed è caratterizzato da un unico episodio, a cui segue una remissione totale. Vedi la Figura per una rappresentazione grafica dei possibili fenotipi di malattia.

In una seconda fase del trattamento, si aiuta il paziente a identificare i costi che derivano dai tentativi di controllare i pensieri, le emozioni e le reazioni fisiologiche associate alla patologia e alla sua imprevedibile manifestazione. Nelle due fasi successive, si aiuta il paziente a considerare i vantaggi legati all’accettazione della diagnosi e i relativi cambiamenti di vita e in seguito si realizzano degli esercizi esperienziali volti ad identificare i valori centrali del paziente. 

L’individuazione dei valori è un passo fondamentale per aiutare il paziente a identificare quelle azioni o quegli scopi che sono in linea con ciò che dà maggiore senso e ricchezza alla propria vita, indipendentemente dalla sua condizione.  Nella quinta fase, con la pratica della mindfulness e dell’accettazione si cerca di promuovere una maggiore flessibilità, in modo da aiutare il paziente ad adattarsi alle difficoltà e alle barriere poste dalla malattia. Infine, in un ultimo step, si insegnano le tecniche di de-fusione, o distanziamento critico, con lo scopo di ridurre l’impatto di pensieri, immagini ed emozioni negative sulla realizzazione di azioni guidate dai valori. L’applicazione dell’intervento in un contesto di gruppo permette di condividere un’esperienza comune che, nonostante la diversità dei sintomi, articolandosi in piccoli gruppi di lavoro, può incoraggiare maggiore condivisione e supporto reciproco.  Recentemente, lo psicologo australiano Kenneth Pakenham ha messo a punto uno strumento psicometrico, il Multiple Sclerosis Acceptance Questionnaire (MSAQ), volto a misurare la disponibilità e l’apertura all’esperienza emotiva in questa condizione patologica. Questo strumento può rappresentare un valido metodo per valutare l’efficacia dell’intervento ACT nella SM. 

Figura. Fenotipi di Sclerosi Multipla più diffusi.

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recidivante-remittente/primariamente progressiva/secondariamente progressiva

Per approfondimenti:

Minden SL. (1992). Psychotherapy for people with multiple sclerosis. J Neuropsychiatry Clin Neurosci. 4(2):198-213. 

Nordin, L., & Rorsman, I. (2012). Cognitive behavioural therapy in multiple sclerosis: A randomized controlled pilot study of acceptance and commitment therapy. Journal of Rehabilitation Medicine, 44(1), 87–90. http://dx.doi.org/10.2340/16501977-0898. 

Sheppard, S. C., Forsyth, J. P., Hickling, E. J., & Bianchi, J. (2010). A novel application of Acceptance and Commitment Therapy for psychosocial problems associated with multiple sclerosis. International Journal of MS Care, 12(4), 200–206. http://dx.doiorg/10.7224/1537-2073-12.4.200.

http://www.psicoterapia-cognitiva.it/un-progetto-act-per-la-sclerosi-multipla/

Clinica della Mente Ossessiva

di Valentina Silvestre e Cecilia Laglia

Secondo weekend del ciclo di workshop dedicato al disturbo ossessivo compulsivo

Nel secondo weekend del ciclo di workshop “Clinica della Mente Ossessiva”, tenutosi a fine marzo presso la sede della Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Verona, Barbara Barcaccia, psicologa psicoterapeuta, ha introdotto e approfondito gli interventi di terza ondata della psicoterapia cognitiva.
La prima giornata è stata incentrata sull’applicazione della Mindfulness nel trattamento del paziente ossessivo. Il primo protocollo basato sulla mindfulness fu il programma Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR), riduzione dello stress basato sulla mindfulness, descritto dal suo autore Jon Kabat-Zinn e indicato per la gestione dello stress in persone con malattie organiche e/o con difficoltà di coping rispetto al dolore e alla disabilità. Negli anni si sono sviluppati numerosi protocolli basati sulla mindfulness per i disturbi clinici, Mindfulness-Based Interventions (MBI), che ricalcano la struttura dell’intervento MBSR ma che presentano delle specificità a seconda del disturbo target. L’applicazione della mindfulness al trattamento di disturbi psicologici implica il divenire consapevoli di ciò che sta accadendo dentro di noi e ri-direzionare l’attenzione per non essere travolti dalla prepotenza dei contenuti mentali. La mindfulness è l’opposto dell’agire con il «pilota automatico», meccanicamente e inconsapevolmente. Per molti pazienti con DOC questo rappresenta un’abilità rilevante: è proprio la reattività automatica a intrusioni, emozioni e sensazioni a determinare l’innesco di circoli viziosi auto-invalidanti. In un contesto di Mindfulness Based Cognitive Therapy (MBCT), i pazienti accettano di esporsi grazie al precedente addestramento alla mindfulness, in cui la pratica rende l’esposizione meno traumatica.
Nella seconda e terza giornata è stata messa in evidenza l’importanza dell’applicazione dell’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) nel trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo.
Il tema dell’accettazione ha le proprie radici nella tradizione filosofica Occidentale che si è, poi, incontrata con quella Orientale e con i più recenti sviluppi degli interventi clinici basati su accettazione e mindfulness. L’ACT sottolinea l’importanza di due aspetti centrali: l’accettazione di ciò che non si può evitare e l’impegno a camminare in direzione dei propri desideri e valori. L’obiettivo dell’ACT non è quello di cambiare i contenuti dei pensieri disfunzionali ma il modo di rapportarsi ad essi, imparando a riconoscerli come prodotti della nostra mente. Nel trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) lo scopo è quello di aiutare il paziente ad accettare l’esperienza di colpa e confrontarlo con la possibilità di smettere di prevenire il rischio di essere moralmente imperfetto. Nel favorire l’accettazione della colpa, la rinuncia allo scopo di prevenire la colpa può implicare nel paziente con DOC una diminutio sul piano del valore morale: si ha una rinuncia senza diminutio quando il paziente valuta la possibilità di rinunciare a mettere in atto i tentativi di soluzione come qualcosa che può essere moralmente imperfetto ma compatibile con il mantenimento del proprio valore morale. L’identificazione dei propri valori personali è un passo fondamentale: rappresentano la bussola che indica la direzione, la direzione di vita prescelta. Sono il motore del cambiamento in terapia, ciò che consentirà al paziente di affrontare la sofferenza per poter vivere una vita degna di essere vissuta. Le giornate si sono strutturate in un’ottica esperienziale, per apprendere in prima persona le tecniche proposte. Come ha affermato Jon Kabat-Zinn: “L’insegnamento deve scaturire dalla pratica personale”.

“Se non ci penso più mi sento bene”

di Caterina Parisio

Arisa e la sua mindfulness: da Sanremo alle pratiche ACT

“C’è solo un tempo importante: adesso! – diceva Lev Tolstoj – È il tempo più importante perché è l’unico tempo su cui abbiamo potere”.
La citazione dello scrittore russo, vissuto a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, è un monito per ricordare che la vita si sta svolgendo ora, in questo momento, e che il passato e il futuro esistono solamente come pensieri che avvengono nel presente. Si può pianificare il futuro, ma questo pianificare avviene nel “qui e ora”; si può riflettere sul passato e imparare da questo, ma tale riflessione avviene nel presente. Questo momento è tutto ciò che abbiamo sempre.
Siamo nel 2019, alla 69esima edizione del Festival di Sanremo. Nel brano “Mi sento bene”, l’artista Arisa canta: “Se non ci penso più mi sento bene […]. Forse è tutto questo il mio vivere, quasi elementare, semplice. Adesso voglio vivere così”.

Oltre un secolo di storia, dalla letteratura alla musica, per tracciare uno dei principi fondamentali di quella che oggi chiamiamo “pratica mindfulness”.
Nel linguaggio comune, la parola “mindfulness” è diventata sinonimo di “essere nel momento”, “essere presente” o “vivere adesso”. Essere in contatto con il momento presente è, infatti, il cuore del concetto di mindfulness: il fatto di essere presente rappresenta l’elemento fondamentale per vivere una vita congruente con i propri valori.
“Guardo una serie tv e mi sento bene, leggo il giornale e mi sdraio al mare e prendo la vita come viene”, prosegue Arisa nel testo della sua canzone, che tanto assomiglia a una delle pratiche informali della mindfluness.

Ma cosa vuol dire veramente vivere nel momento presente?

Significa essere consapevolmente “in contatto con” e “partecipi di” tutto ciò che accade in questo momento. Gli essere umani trovano molto difficile rimanere nel momento presente: è esperienza comune farsi catturare dai propri pensieri e perdere il contatto con il mondo. Si può trascorrere un sacco di tempo assorti in pensieri sul passato o sul futuro, senza essere pienamente consapevoli dell’esperienza che si sta vivendo. Entrare in contatto con il momento presente significa riportare in modo flessibile la consapevolezza sia sul mondo fisico sia su quello psicologico. Significa anche prestare attenzione consapevolmente alla propria esperienza “qui e ora” invece che andare alla deriva sui propri pensieri o attivare il “pilota automatico” sulle proprie azioni.

È importante altresì sottolineare quanto sia impossibile impedire alla mente di far riemergere ricordi dolorosi o di raccontarsi storie spaventose sul futuro; si può però imparare a lasciare che questi pensieri vadano e vengano invece di attaccarsi a questi.

Arisa direbbe di svegliarsi presto il lunedì, godere delle strade piene a Natale, stare al telefono, andare a cena fuori.
Steven Hayes, professore all’università del Nevada e fondatore dell’Acceptance and Committment Therapy (ACT), terapia di terza generazione nata per modificare la relazione tra pensieri disfunzionali ed emozioni negative, in una delle sue pratiche più conosciute di defusione dai pensieri, così direbbe:

  1. Trova una posizione comoda e chiudi gli occhi o fissali su un punto.
  2. Immagina di essere seduto in riva a un gentile ruscello che scorre e che ci siano foglie che scorrono sulla superficie.
  3. Ora, prendi ogni pensiero che sorge nella tua testa, ponilo su una foglia e lascia che sia trasportato. Fallo senza badare al contenuto positivo o negativo del pensiero, piacevole o doloroso. Anche se ci sono molti pensieri piacevoli, ponili sulle foglie e lascia che siano trasportati via.
  4. Se i tuoi pensieri si fermano, osserva il ruscello. Prima o poi i pensieri ricominceranno.
  5. Permetti al ruscello di scorrere secondo il proprio ritmo. Non accelerarlo. Non stai cercando di far scivolare via le foglie, stai permettendo loro di andare e venire con il proprio tempo.
  6. Se la tua mente ti dice “Questo è stupido” o “Non posso farlo”, poni quel pensiero su una foglia.
  7. Se una foglia si ferma, lasciala lì attorno. Non forzarla a scorrere via.
  8. Se sorge una sensazione negativa, come noia o impazienza, semplicemente riconoscila. Dì a te stesso “ecco un sentimento di noia” o “ecco una sensazione di impazienza”. Poi poni quel pensiero su una foglia e lascia che scorra via.
  9. Di tanto in tanto, i tuoi pensieri si agganceranno e potrai perdere l’attenzione. Questo è normale e naturale e potrebbe succedere. Quando realizzi che sta succedendo, gentilmente riconoscilo e riprendi.
  10. E ora, porta l’attenzione verso una fine… E apri i tuoi occhi. Guardati attorno. Nota che cosa puoi vedere e sentire, sgranchisciti un po’. Bentornato!

Ora, una cosa potrà risultare sicuramente più chiara: quanto è cara questa felicità. E, di certo, Arisa o Hayes sarebbero due perfetti compagni di viaggio per godere a pieno del momento presente, sdraiati in riva al mare.

 

Per approfondimenti:
Russ Harris (2009), Fare ACT, Ed. Franco Angeli

Tu chiamale, se vuoi, emozioni

di Manuel Petrucci

L’importanza di trovare le parole per descrivere l’esperienza emotiva

«Spesso canta il lupo nel mio sangue

e allora l’anima mia si apre

in una lingua straniera».

Mariella Mehr (Ognuno incatenato alla sua ora)

 

Cercano di tenerci lontano dai pericoli, ci invitano a ribellarci ai torti subiti, ci fanno sorridere dei successi e degli incontri felici, sferzano il nostro corpo con energie, brividi, vampate, impulsi, dolori. Le emozioni ci guidano nelle nostre imprese con la loro conoscenza di ciò che per noi è importante, segnalando valori e implicazioni, suggerendo azioni, possibili soluzioni. Eppure, nel momento in cui ci troviamo a riflettere su di esse, o a raccontarle, spesso ci troviamo disorientati: potremmo non sapere quando si sono attivate, le cause, e nemmeno riuscire a dar loro un nome, esprimendo solo un generico “sto bene/male”. Questo perché l’emozione, per svolgere quella essenziale funzione di “bussola”, non ha bisogno della nostra consapevolezza, non completa almeno. E, non di secondario rilievo, spesso non siamo allenati a essere consapevoli e a riconoscere le emozioni, non abbiamo le coordinate, le abilità per farlo. Abilità che si rendono indispensabili quando vi è necessità di regolare o tollerare gli stati emotivi ad alta intensità. Il punto di partenza cruciale a tale scopo è proprio quello di trovare parole per definire, “etichettare” (labeling) l’emozione provata o che si sta provando. Gli approcci cognitivisti alla psicoterapia offrono numerosi strumenti per lo sviluppo di questa capacità, a partire da una delle colonne portanti, il modello ABC, che una volta appreso diviene per il paziente risorsa agevole e preziosa di comprensione non solo dell’emozione esperita, ma anche dei nessi tra eventi (A), valutazioni (B) ed emozioni (C). La Dialectical Behavior Therapy (DBT), specificamente disegnata per la costruzione di abilità di regolazione emotiva, prevede un modulo sulla denominazione delle emozioni, con schede da presentare al paziente in cui, oltre agli eventi attivanti, le credenze, le espressioni e le tendenze alle azioni tipiche, vi è per ciascuna emozione una “famiglia” di parole che afferiscono a tale emozione e ne descrivono variazioni e sfaccettature. L’attenzione alle parole per definire le emozioni nella DBT si inserisce all’interno di un più ampio approccio in cui la descrizione, intesa appunto come capacità di mettere in parola, costituisce una delle abilità nucleari della Mindfulness, supportando quindi in maniera fondamentale la possibilità di stare consapevolmente nel momento presente.

Identificare un’emozione rappresenta già di per sé un atto di regolazione emotiva, come mostrano diversi dati di ricerca. Secondo la ricercatrice californiana Lisa Burklund, gli effetti del labeling affettivo sull’attivazione di aree cerebrali coinvolte nell’elicitazione e nella regolazione delle emozioni, come la corteccia prefrontale e l’amigdala, sono comparabili a quelli di altre strategie di regolazione, come la ristrutturazione cognitiva. Altri studi coordinati dallo statunitense Jason Lee mostrano, inoltre, che l’abilità di riconoscere e descrivere le emozioni in maniera dettagliata, differenziando non solo le diverse emozioni, ma anche le sfumature all’interno della stessa emozione (granularità emozionale) si associa a una migliore capacità di regolazione, come indicato dalla modulazione delle attivazioni neurali che segnalano l’allocazione dell’attenzione e il controllo cognitivo in risposta a stimoli emozionali.

Perché una semplice “etichetta”, senza alcun intervento concreto, senza alcuna strategia di problem solving ancora attuata, riesce di per sé a modificare un’emozione? La portata di questa influenza è spiegata dal fatto che le parole non possono essere considerate dei semplici input o output percettivi, né meri mezzi di trasmissione di informazioni. Mentre la percezione di un oggetto, ad esempio un libro, è sempre una percezione specifica, di quel libro in quel particolare momento, e la parola “libro” ha il potere di essere categoriale. Ad ogni livello di astrazione, la parola trascende la percezione, divenendo contesto, cornice all’interno della quale l’elaborazione delle informazioni è orientata. Le parole rappresentano dunque categorie dell’esperienza, lenti di significato attraverso cui leggere e vivere frammenti della complessa realtà che ci circonda, o di quella che portiamo dentro di noi come esseri pensanti e senzienti. Dare un nome all’emozione ne favorisce quindi l’accoglienza come qualcosa di comprensibile, accettabile e gestibile, contrastando una tendenza potente all’evitamento o alla soppressione che è innescata soprattutto dalle emozioni negative ad alta intensità, e che può condurre ad adottare strategie di regolazione con esiti molto dannosi sia per la salute psicologica che fisica. Per citare ancora la poetessa Mariella Mehr, “il linguaggio dell’inverno porta in giro le gemme”: della consapevolezza, della conoscenza, della padronanza.

 

Per approfondimenti

Burklund, L.J., Creswell, J.D., Irwin, M.R., & Lieberman, M.D. (2014). The common and distinct neural bases of affect labeling and reappraisal in healthy adults. Frontiers in Psychology, 5:221.

Lee, J.Y., Lindquist, K.A., & Nam, C.S. (2017). Emotional granularity effects on event-related brain potentials during affective picture processing. Frontiers in Human Neuroscience, 11:133

Lupyan, G., & Clark, A. (2015). Words and the world: predictive coding and the language-perception-cognition interface. Current Directions in Psychological Science, 24(4), 279-284.