“Io intanto vado….” La nostra esperienza ad Ancona

di Giulia Paradisi, Sara Di Biase, Rita Scotto e Lisa Lari

“Defuse ed emozionate”, vogliamo condividere alcuni momenti della nostra esperienza al Corso esperienziale “Il processo di accettazione in psicoterapia: procedure cognitive e ACT”.

Il corso, organizzato dalla SIPC, dalla APC e SPC, si è tenuto ad Ancona il 20 ed il 21 Aprile ed è stato condotto dalla Dott.ssa C. Perdighe, dalla Dott.ssa B. Barcaccia e dalla Dott.ssa B. Basile.

Gli argomenti presentati hanno riguardato, in breve, la rilevanza del tema dell’accettazione in psicoterapia e le principali procedure dell’ACT quali la defusione, il contatto con il momento presente, l’accettazione esperienziale, l’individuazione dei valori e la relazione terapeutica. La parte teorica si è alternata alle esercitazioni pratiche in modo fluido e con un “timing” molto appropriato. L’ACT ci è stata presentata come un’insieme di tecniche da poter inserire e integrare, qualora si ritenga opportuno e il caso clinico lo richieda, entro una cornice più ampia che rimane quella della Psicoterapia Cognitivo Comportamentale.

Noi, ex colleghe di scuola di specializzazione, abbiamo partecipato al corso, ricco di spunti utili per riflettere, prima che come esperte che esercitano la professione di psicoterapeute, come donne comuni che sono costantemente alle prese con il proprio mondo interno, fatto di emozioni, ricordi, sensazioni, pensieri e su come questo possa avere a che fare anche con il lavoro con i pazienti. Mentre ascoltiamo parole su quanto le persone faticano ad accettare stati d’animo come la tristezza e quanto questo crei loro una sofferenza aggiuntiva oltre a quella normalmente provata per la perdita stessa, una domanda ci obbliga ad uscire dal ruolo di semplici uditori: Pensate a qualche aspetto di voi che non vi piace, che ancora non avete accettato e che vi fa soffrire…può assumere la forma di una valutazione su voi stessi o di una emozione particolarmente spiacevole da tollerare…

Qualche secondo di riflessione e poi un’idea (piuttosto condivisa) si affaccia alla mente: “Bè, qualche volta mi capita di pensare di essere e una terapeuta incapace e mediocre… e di sentirmi molto frustrata per questo motivo”. Bene, teniamo la risposta lì da una parte e ricominciamo ad ascoltare. Noi tutti soffriamo perché percepiamo un nostro scopo rilevante come compromesso o fortemente minacciato, oppure perché in atto vi è un conflitto tra scopi, entrambi ritenuti di grande valore. Poi ancora una domanda rivolta al pubblico: Pensate al vostro problema personale: qual è lo scopo compromesso o minacciato?

Se fossi una terapeuta incapace mi sentirei probabilmente anche una fallita nella vita… che si tratti di valore personale? Che ansia al solo pensiero che questo possa verificarsi! Mah, poi magari ci penso…. ora ascoltiamo, che prima di tutto c’è da imparare…”.

La docente riprende la lezione, e ci dice che la sofferenza diventa patologica quando non si percorre nessuna delle naturali soluzioni ad essa (raggiungimento, ridefinizione dello scopo o rinuncia ad esso) e si continua ad insistere su uno scopo non ottenibile, nonostante i costi implicati.

Forse anche voi continuate a voler ottenere qualcosa, come diventare dei terapeuti perfetti anche se finora non ci siete riusciti, ostinandovi a percorrere l’infinita strada della formazione, nonostante i costi che continuate a pagare per questo (soldi, tempo, energie e magari ritardo nell’impegnarvi nel vostro lavoro)?

Ci guardiamo sorridendo… “Tanto mica dice a noi! Rimettiamoci a seguire e a prendere appunti!”.

Ma un pensiero continua a rimbalzare nelle nostre teste: “Oltre a massacrarmi con autocritiche svilenti e impietose, ho fatto di tutto per non perdermi occasioni come corsi, convegni, specializzazioni su specializzazioni e chi più ne ha più ne metta. E sono ancora qui… si, ma stavolta ho fatto bene, giuro che poi mi fermo per un po’!”. Ma la docente sembra volerci mettere di fronte alla nostra personale questione, rimanendo sul punto. Come mai, nonostante i vostri tentativi di soluzione, non siete arrivati ad una soluzione stabile del vostro problema?

La spiegazione continua e cominciamo a prendere consapevolezza dell’inevitabile (e fastidiosa) risposta a questa domanda. “Follia è fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi”, diceva Einstein, suggerendoci che non si arriva alla soluzione finché non c’è accettazione della dolorosa minaccia o compromissione di uno scopo per noi cruciale.

Fastidiosa dicevamo, perché è naturale soffrire se vediamo un nostro scopo compromesso o minacciato ed è normale non volerlo accettare, insomma: “Non voglio dover scoprire che sono una terapeuta fallita!”. Anche i nostri pazienti lottano per non dover accettare qualcosa di doloroso, ma paradossalmente si ritrovano a soffrire molto più intensamente di quanto non succederebbe se la smettessero di annaspare ansiosamente dentro le sabbie mobili e cominciassero a galleggiare su di esse senza agitarsi, ovvero provando a mollare il controllo, facendo qualcosa di assolutamente controintuitivo. Solo così potrebbero avere una probabilità di salvarsi. Quand’è che il paziente è motivato a cambiare? Quando tocca con mano che il suo modo di affrontare il problema è inefficace, se non controproducente. E una delle potenti indicazioni che l’ACT ci fornisce per spingerci ad accettare quello che normalmente ci fa soffrire è che le emozioni e i pensieri sono refrattari al controllo verbale e che converrebbe smettere di evitarli e di esercitare un controllo su di essi, per darsi la possibilità di vivere una vita più piena e ricca, in linea con i propri valori.

Questo spesso non lo facciamo neanche con noi e, di riflesso, rischiamo di passare ai pazienti l’idea che prima di raggiungere determinati obiettivi (a volte sepolti) li dobbiamo ben preparare, come a dire: “Quando alcune brutte emozioni e certi pensieri si saranno ridimensionati, allora potrai cominciare a muoverti verso quello che desideri”. L’ACT ci spinge a navigare contro corrente rispetto a questa diffusa tendenza e ci aiuta a dire: “Io intanto vado (verso i miei valori), succeda quel che succeda…Emozioni negative? Pensieri disfunzionali? Niente che mi impedisca di lottare per ottenere ciò che voglio, compatibilmente con i dati di realtà”. La voce del collega del corso a cui viene chiesto di accompagnarmi nel camminare nella stanza verso un obiettivo definito, sussurrandomi nell’orecchio che “sono un terapeuta incapace, fallito e che non valgo nulla”, rappresenta la nostra voce interna a cui talvolta obbediamo facendoci ingannare, ma che da ora in poi (si spera…) ci impegneremo a contrastare: “Tu sei nella mia mente e non hai il potere di farmi rinunciare a camminare… Io intanto vado, tu continua pure a parlare, prima o poi ti stancherai!”.

“Io intanto vado…” con la consapevolezza che la nostra mente, bravissima narratrice di storie, non potrà mai tacere, non è nella sua natura stare in silenzio, il suo chiacchiericcio può essere regolato come il volume di una radio ma mai potrà scomparire. Toccare con mano, provare sulla propria pelle con che facilità i pensieri agganciano la nostra attenzione, portandoci alla deriva, fondendosi con atteggiamenti di evitamento che ci allontanano da ciò che conta davvero per noi è stato a dir poco illuminante. Allo stesso tempo, recepire il messaggio che è possibile “andare..”, è possibile scegliere il viaggio e la direzione che si vuole prendere e, soprattutto, è possibile chiedersi sempre, in ogni momento “Ma dove vorresti andare??”, a prescindere dal tipo di storia narrata, bella o brutta che sia, è stato veramente una boccata d’ossigeno.

Ed è stata proprio la parte esperienziale, a nostro avviso, la peculiarità di questo corso; le conduttrici, infatti, ci hanno dato costantemente la possibilità di poter esprimere e condividere il “nostro sentire” durante le numerose esercitazioni pratiche.

L’importanza attribuita all’esecuzione dei vari esercizi prima di proporli al paziente risiede nel fatto che il terapeuta, per primo, ha modo di sperimentare la potente attivazione emotiva che si può generare in questi momenti e può quindi essere maggiormente disponibile nella comprensione delle possibili difficoltà incontrate dal paziente nell’attuazione degli stessi.

Di grande interesse, per noi cognitiviste convinte, l’idea che le varie procedure ACT possano essere selezionate e utilizzate dal terapeuta in base al paziente che ha di fronte, così da poter ritagliare un intervento “esclusivo”, “ad hoc”, strutturato ma non rigido, che tenga conto della specificità dellasofferenza emotiva. In effetti, il forte potere evocativo delle tecniche ACT permette al paziente di esperire “in vivo”, di “sentire” cosa è, ad esempio, l’evitamento e i costi che ne derivano e ricorda a noi terapeuti che non siamo immuni da tali condotte.

Una risposta a ““Io intanto vado….” La nostra esperienza ad Ancona”

  1. ……Aaron Beck, il padre della terapia cognitiva, utilizza il termine distanziamento cognitivo per riferirsi al processo di notare cosa stai pensando…….noi usiamo un ‘approccio diverso, più semplice, quello che dobbiamo imparare a fare è guardare il pensiero non guardare dal pensiero “…………… Steve Hayes (fondatore della RFT cornice teorica dell’ACT)
    Curioso, invece questo articolo, dove, “cognitiviste convinte” (si definiscono cosi) parlano di ACT come una serie di tecniche empatiche, basate su una cornice cognitiva che scotomizza il comportamentismo radicale e il funzionalismo, reali cornici teoriche dell’ ACT, dove, il linguaggio o il comportamento verbale come direbbe il buon vecchio Burrhus Frederice S., e le regole che lo organizzano sono alla base delle attività di defusione.

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