Il Disturbo Borderline di Personalità: modelli di comprensione e strategie di trattamento Cognitivo-Comportamentali

di Sara Di Biase, Giulia Paradisi e Lisa Lari

La vulnerabilità emotiva, la dissociazione, le reazioni emotive acute ed improvvise, l’impulso ad agire sulla base di esse, la forte sensibilità verso la perdita, i profondi sentimenti di vuoto. E ancora…il brutale istinto che trascina verso la distruzione delle relazioni, l’oscillazione della consapevolezza che porta a confondere l’immaginazione con la realtà e ad agire sulla base di rappresentazioni fantastiche… Sono l’eterogeneità e la variabilità sintomatiche a caratterizzare il quadro del Disturbo Borderline di personalità (DBP), di fronte al quale i clinici si trovano ad osservare tutta la psicopatologia, come turisti che visitino uno stato in cui convivono gruppi etnici diversi.E’ con questa descrizione e con l’approfondimento degli aspetti comuni del trattamento del DBP che il Dott. Semerari  apre la prima delle relazioni esposte al seminario su “Il Disturbo Borderline di Personalità: modelli di comprensione e strategie di trattamento Cognitivo-Comportamentali”. Il seminario, che si è tenuto a Grosseto lo scorso 22 settembre, è stato organizzato dalla SPC in collaborazione con il Dipartimento di Salute Mentale di Grosseto.

Con una notevole chiarezza espositiva, la Dott.ssa Colle ha presentato una panoramica sul complesso modello della Terapia Dialettico Comportamentale, focalizzando l’attenzione sul concetto di validazione. Validare significa comunicare al paziente che le sue reazioni hanno un senso e che possono essere comprese se si tiene conto della sua condizione attuale, dei fattori ambientali e delle diverse situazioni che intercorrono. Il paziente borderline si sente completamente sbagliato e si aspetta che il terapeuta, come tutte le altre persone con le quali interagisce, prima o poi, si accorga di questo, dei suoi “irrimediabili, gravi e inaccettabili difetti”, rimandandogli così quell’immagine negativa di sé, che può portarlo ad un’esperienza interna di disgregazione. Al contrario, il terapeuta può assumere un atteggiamento che, con tutta probabilità, risulta poco o per niente conosciuto al paziente che, forse per la prima volta nella sua vita, si trova ad interagire con qualcuno che lo accetta “così com’è”. Il terapeuta questo attraverso vari canali: emotivi, comportamentali e cognitivi e ponendo, allo stesso tempo, sempre attenzione alle sue risposte senza né banalizzare o sminuire. La terapia può quindi diventare il luogo in cui il paziente impara innanzitutto ad osservare se stesso, a riconoscere i propri pensieri e le risposte emotive e comportamentali da essi conseguenti. Questa fase è considerata l’asse portante del trattamento della terapia individuale per il disturbo borderline ma, per l’importanza e il significato che ha, può essere utile, se non necessaria, anche in altri quadri psicopatologici.

Successivamente, il Dott. Corlito ha affrontato il complicato tema relativo all’applicabilità dei modelli teorici alla realtà dei Servizi Sanitari italiani, i qualisi trovano spesso a dover fare i conti con “modelli scolastici” difficilmente utilizzabili in contesti pubblici in cui non vi è selezione né di utenti né di operatori. Per garantire le caratteristiche della semplicità e della replicabilità, quindi, le tecniche andrebbero applicate in “un modello reale”.  E’ stata sottolineata l’importanza di una rete di supporto, dell’intervento psicoeducazionale orientato al singolo e alla famiglia e infine di un trattamento individuale, anche psicoterapico, prolungato. Un accento particolare è stato posto sull’attività di supervisione clinica potenzialmente e utilmente attuabile entro un servizio, avvalendosi di uno psicoterapeuta esterno ed estendendone la fruibilità ad infermieri, psicologi e assistenti sociali; questo creerebbe una sorta di “mente collettiva” e la facilitazione di una esperienza catartico-riparativa delle parti scisse del paziente.

Serrani e Tenore  hanno descritto il modello della Schema Therapy. L’assunto centrale di questo modello è che la frustrazione di alcuni bisogni emotivi durante l’infanzia produca schemi disfunzionali precoci, ai quali il paziente risponde con stili di coping altrettanto disfunzionali. In questo senso, il trattamento avrebbe lo scopo di modificare sia gli schemi che gli stili di coping e di tendere al soddisfacimento dei bisogni emotivi precedentemente frustrati. A tal fine la Schema Therapy utilizza tecniche cognitive, comportamentali, esperienziali e della relazione terapeutica.

Il seminario si è concluso con l’interessante relazione della Dott.ssa Prunetti su “I Trattamenti basati sulla mentalizzazione. Il modello di Fonagy e Bateman”. L’attenzione è stata posta sul processo di mentalizzazione, sull’influenza dell’attaccamento nello sviluppo della psicopatologia e sulla figura del terapeuta, al quale sarebbero richieste caratteristiche quali la flessibilità, l’ironia, una buona tolleranza all’ostilità, la capacità di lavorare in équipe e l’assenza di una spiccata componente narcisistica di personalità.

Un concetto saliente che è stato proposto in tutti gli interventi è quello relativo al lavoro di équipe: nel caso dei pazienti borderline sembra necessario, oltre che particolarmente utile, il fatto che il terapeuta condivida con i colleghi la sofferenza psicologica estremamente complessa di questi pazienti.

I Dott. Iazzetta e Cardamone hanno contribuito a rendere maggiormente fluidi i passaggi da una presentazione all’altra ed hanno saputo porre, ai vari relatori, domande appropriate, costruttive e finalizzate ad approfondire alcune questioni nodose e controverse intrinseche a questo disturbo di personalità.

Il seminario ha fornito numerosi spunti di riflessione che potranno essere approfonditi nel Master “Il Trattamento del Disturbo Borderline di Personalità” organizzato dalla SPC che si terrà a Grosseto a partire da Febbraio 2013.

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