“Attaccamento Traumatico: Dall’Infanzia all’Età Adulta”: breve cronaca di un Simposio

di Walter Sapuppo Walter

Nella meravigliosa cornice architettonica del Complesso Monumentale di S. Maria la Nova a Napoli, a metà tra il rinascimentale e il barocco, il giorno 12 Aprile si è svolto il simposio dal titolo “Attaccamento Traumatico: Dall’Infanzia all’Età Adulta” organizzato dalla Scuola di Psicoterapia Cognitiva – SPC, sede di Napoli, con il patrocinio della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva – SITCC. L’atmosfera che si respira, sin dalle prime ore del mattino, è quella tipica di un grande evento: atteso e organizzato fin nei minimi dettagli. Il “colpo d’occhio”, una volta entrati nel Complesso, è impressionante e l’attenzione ricade immediatamente sui circa 600 posti a sedere -di lì a pochi minuti interamente occupati da professionisti della salute mentale, specializzandi e studenti universitari- disposti dall’organizzazione sotto la navata centrale, tra opere pittoriche di Corenzio e Malinconico.

Aprono i lavori il Dott. Francesco Mancini (Direttore della Scuola di Psicoterapia Cognitiva – SPC) e il Dott. Rosario Esposito (Scuola di Psicoterapia Cognitiva – SPC e responsabile SITCC Campania), con il saluto istituzionale del Dott. Raffaele Felaco (Presidente dell’Ordine degli Psicologi della Regione Campania) e l’introduzione al tema della giornata del Prof. Nino Dazzi (chairman e discussant della sessione di lavori mattutina; “Sapienza”, Università di Roma). pdf-logo

La prima relazione è affidata al Dott. Giovanni Liotti (Scuola di Psicoterapia Cognitiva – SPC) e, come ogni Simposio degno di questo nome, nella concentrazione della platea che gremisce la sala si percepisce immediatamente quello che nell’antica Grecia veniva chiamato απνευστί πίνειν  (apneusti pinein; letteralmente: bere in apnea, senza fiatare). Nel suo intervento, il Dott. Liotti descrive l’importanza della ricerca sull’attaccamento nello studio e nella previsione delle “risposte patologiche” a eventi traumatici (ma anche connesse a separazioni e perdite) e introduce diverse argomentazioni che verranno successivamente ampliate dagli altri relatori. In tale ottica, l’attaccamento disorganizzato nell’infanzia viene inteso come un “trauma relazionale” e “gli itinerari di sviluppo della personalità che possono dipartire da esso sono da un lato caratterizzati da una tendenza alla dissociazione superiore alla media, e dall’altro facilitano la risposta dissociativa e patologica a qualsiasi tipo di trauma psicologico che successivamente intervenga nella vita della persona”.

Successivamente, è il Dott. Armando Cotugno (ASL Roma E; Scuola di Psicoterapia Cognitiva – SPC) che, partendo da un’esemplificazione clinica (un paziente gravemente obeso con una “storia diagnostica” estremamente complessa), focalizza l’attenzione su molteplici studi epidemiologici che suggeriscono come i disturbi dissociativi (nonchè le “storie traumatiche” ad essi correlate) siano ampiamente sottostimati nella pratica clinica. “Tale situazione può essere meglio compresa alla luce della molteplicità dei quadri sintomatologici che caratterizzano i pazienti traumatizzati, spesso sovrapponibili a quelli di altri disturbi psichiatrici, il cui rapporto con le esperienze traumatiche risulta non sempre facilmente derivabile”. A tal proposito, il Dott. Cotugno riporta lo studio sugli Eventi Avversi dell’Infanzia condotto dal Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta (ACE Study; http://www.cdc.gov/ace/index.htm) che “ha consentito di evidenziare come le esperienze traumatiche infantili non solo costituiscano un importante fattore di rischio per i disturbi psichiatrici, ma anche per diversi disturbi organici”. Inoltre, continuando il discorso iniziato dal Dott. Liotti e citando gli studi condotti da van de Hart, “l’effetto psicopatogeno del trauma risulta strettamente connesso alla dissociazione, legata all’impossibilità d’integrazione degli eventi traumatici all’interno della continuità e della coerenza della personalità individuale”.


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Dopo aver descritto i diversi “livelli” della dissociazione strutturale proposti da van der Hart e dei corrispondenti quadri clinici associati, è il Prof. Benedetto Farina (Università Europea di Roma; Scuola di Psicoterapia Cogniva – SPC) a prendere la parola e a fare una puntuale, nonché aggiornatissima,  revisione della letteratura sulla “plausibilità biologica” delle ipotesi relative alla vulnerabilità a processi dissociativi in soggetti con attaccamento disorganizzato. Gli studi presentati e, in particolare, quello condotto dallo stesso Farina e collaboratori su un campione di pazienti con storie traumatiche di sviluppo (in questo studio, a tali pazienti è stata somministrata l’Adult Attachment Interview e valutata l’attività cerebrale tramite EEG Coherence non riscontrando –a differenza dei gruppi di controllo- modificazioni del funzionamento dei network che si suppone essere implicati nelle funzioni integrative, né un aumento della “connettività” EEG), mostrano dei sostanziali avanzamenti nella validazione neuroscientifica delle ipotesi testate e stimolano “la discussione sulle implicazioni cliniche di tali risultati e le potenziali ricadute sul piano terapeutico”.

Giusto il tempo di una piccola pausa (piacevolmente trascorsa nella contemplazione degli stupendi lacunari contenenti tele a carattere religioso, frutto del lavoro di diversi pittori manieristi del XVI e XVII secolo) ed è la Prof.ssa Rosalinda Cassibba (Università degli Studi di Bari) a riprendere i lavori illustrando uno studio pluriennale del suo gruppo di ricerca dove sono stati valutati i pattern e le “caratteristiche” del legame di attaccamento in adolescenti con storie di maltrattamenti, “rotture relazionali” o “assenza completa di figure affettive stabili nell’infanzia”, suddivisi in tre gruppi: adottati, in “affido” e in comunità. Il lavoro condotto permette la riflessione sull’impatto della “stabilità” del contesto relazionale dei bambini adottati (l’adozione, in tal senso, sembra essere un “fattore di protezione” per lo sviluppo emotivo) rispetto agli altri due gruppi e  “consente di esaminare il peso delle esperienze negative affrontate rispetto al permanere di Modelli Operativi Interni insicuri e/o disorganizzati, così come la possibilità che tali schemi possano essere riorganizzati attraverso l’incontro con nuovi caregiver”.

La discussione al termine della sessione mattutina è affidata al Prof. Dazzi che, prendendo spunto da una domanda proveniente da uno studente, pone l’accento sulla necessità di una riflessione su un approccio “dimensionale” vs “categoriale” alla disorganizzazione dell’attaccamento, discute delle implicazioni teoriche relative al concetto di “dissociazione” (da Freud a Janet) e riflette sul principio, definito “quasi etico”, di ricerca della “compatibilità biologica” per evitare speculazioni teoriche eccessive e, contestualmente, mette in guardia dal rischio (esente, nei lavori presentati) di riduzionismo epistemiologico. La discussione termina con un interessante dibattito metodologico tra il Prof. Mancini e il Prof. Farina sulla validità degli strumenti utilizzati per la misurazione dei valori neurofisiologici nello studio dell’attività cerebrale e, successivamente a un’osservazione del Prof. Giorgio Caviglia (chairman e discussant della sessione pomeridiana di lavori; Seconda Università degli Studi di Napoli), sul concetto di dissociazione come “meccanismo di difesa”.

Dopo la breve pausa pranzo, il Prof. Caviglia introduce i lavori precisando la natura più orientata alla “pratica clinica” (nonché all’analisi delle “linee guida” che ispirano le recenti tecniche di intervento psicoterapeutico dei traumi e della dissociazione) della sessione pomeridiana.

La prima relazione è affidata alla Dott.ssa Cecilia La Rosa (Scuola di Psicoterapia Cognitiva – SPC) che pone l’accento sulla complessa tematica della relazione terapeutica con pazienti caratterizzati da immagini di sé e dell’altro frammentate, impotenza e –di conseguenza- sfiducia. Tali aspetti costituiscono degli ostacoli alla formazione dell’alleanza terapeutica e, uno degli obiettivi fondamentali del lavoro con tali pazienti, consiste nel “passaggio da una relazione terapeutica improntata sugli schemi disfunzionali del paziente (idealizzazione/svalutazione, immagine del terapeuta che muta seguendo le vicissitudini dei Modelli Operativi Interni del paziente ecc.) ad una alleanza terapeutica che utilizzi prevalentemente il sistema della cooperazione paritetica, che sia volta all’incremento dell’autoriflessione e della metacognizione e nella quale poter attivare modalità esplorative dei vissuti e delle emozioni del paziente sia sul piano reale che dialettico)”. Questo aspetto costituisce il presupposto per iniziare il lavoro sulle “memorie traumatiche” che viene suddiviso in due principali fasi caratterizzate, in primis, da “atteggiamenti di accettazione, accoglienza, empatia e validazione” e, solo successivamente, una volta acquisita una buona alleanza terapeutica, di “normalizzazione, presentificazione, e integrazione delle memorie e dei loro correlati cognitivi emotivi e somatici”.

La parola passa al Dott Giovanni Fassone (Scuola di Psicoterapia Cognitiva – SPC) che stimola l’attenzione della platea attraverso l’esposizione “in soggettiva” di un complesso caso clinico di una paziente politrattata. Vengono riportati, sotto forma di affermazioni “cucite” su slide scure a contrasto elevato, stralci della “vita mentale” della paziente che riescono nell’intento di fornire un quadro “vivo” sia dell’esperienza interna della paziente in oggetto che delle difficoltà riscontrate dal terapeuta nel trattamento di un caso così articolato. Nella discussione, il Dott. Fassone pone l’accento anche sui benefici della co-terapia nella gestione del trattamento.

L’ultima relazione è della Dott.ssa Lucia Tombolini (Asl Roma H; Scuola di Psicoterapia Cognitiva) che descrive “i concetti di base nel trattamento bottom up in situazioni cliniche in cui il paziente è bloccato in ricordi, spesso impliciti, di esperienze traumatiche”, dove terapie come la Sensorimotor Therapy e, in generale, le “Affective Balance Therapies” (caraterizzate da un approccio “neurofenomenologico”) condividono “l’atteggiamento di attenzione all’esperienza somatica nel momento presente, utilizzando il corpo come oggetto privilegiato dell’indagine terapeutica” e permettendo ai clinici di proporre “nuovi atteggiamenti affettivi” indotti nel setting terapeutico “come fondamento per una modificazione delle distorsioni cognitive”.

La discussione al termine della sessione pomeridiana viene condotta dal Prof. Caviglia che gestisce le tante domande rivolte dalla vivace platea ai relatori e, con il Dott. Liotti che riporta un gradevole aneddoto su Victor Mayer e l’utilizzo delle “tecniche” (delle quali gli studenti delle scuole di psicoterapia sono “famelici”) nella pratica psicoterapeutica, conclude il Simposio in un’atmosfera di profonda soddisfazione e “apprendimento cooperativo”.

L’epilogo del Simposio è quanto di meglio ci si possa aspettare da una giornata intensa come quella trascorsa: un vero e proprio “convivio” nel centro storico di Napoli antistante Santa Maria la Nova, complice un meraviglioso e tiepido pomeriggio di metà aprile e tanti amici e colleghi con i quali, degustando un delizioso caffè, discutere del “quando” e del “dove” del prossimo evento.

Bibliografia essenziale:

Dazzi N., De Bei F. (2011). Psicoanalisi relazionale e teoria dell’attaccamento. In Lingiardi et al., La svolta relazionale. Milano, Cortina.

Liotti G., Farina B. (2011). Sviluppi traumatici. Eziopatogenesi, cinica e terapia della dimensione dissociativa. Milano, Cortina.

Ogawa J.R., Sroufe L.A., Weinfield N.S., Carlson E.A., Egeland B. (1997). Development and the fragmented self: longitudinal study of dissociative symptomatology in a non-clinical samples. Development and Psychopathology, 9, 855-879.

Panksepp J. (1998). Affective neuroscience: The foundation of human and animal emotions. Oxford (UK), Oxford Univ. Press.

Perdighe C., Mancini F. (2008). Elementi di psicoterapia cognitiva. Roma, Giovanni Fioriti.

van de Hart O., Nijenhuis E., Steele K. (2006). Fantasmi nel sé. Milano, Cortina, 2011.

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