Corso Intensivo sulla Schema Therapy, workshop di primo livello

di Alessandra Mancini 

Venerdì 10 e Sabato 11 Gennaio 2014 si è svolto a Roma il primo appuntamento del Corso Intensivo sulla Schema Therapy (ST), tenuto dalla dottoressa Raffaella Calzoni, direttrice dell’associazione DIALOGO (www.dialogo-schematherapy.it) e organizzato in collaborazione con la Scuola di Psicoterapia Cognitiva SPC. La ST è indicata per il trattamento dei disturbi di personalità e consiste in un approccio integrato di terapia cognitivo comportamentale, Gestalt, ipnoterapie e psicodramma ed elementi delle teorie psicodinamiche e dell’attaccamento.

La dottoressa Calzoni ci ha condotto immediatamente al cuore della ST: i bisogni insoddisfatti dei bambini che siamo stati e che talvolta siamo ancora. Con entusiasmo e attenzione ci ha guidato attraverso gli esercizi di imagery e la tecnica delle sedie. Circa queste tecniche terapeutiche credo di non sbagliare affermando che l’impressione collettiva sia stata di avere tra le mani strumenti potenti, in grado di imprimere nuovi modi (di essere) nel cervello dei nostri pazienti e di integrare meglio quelli già appresi. Come tutti gli strumenti potenti va maneggiato con cura e, mi pare, con una buona dose di esperienza.

3 risposte a “Corso Intensivo sulla Schema Therapy, workshop di primo livello”

  1. Ho partecipato come Alessandra al workshop intensivo di 1° livello di Schema Therapy patrocinato dalla Scuola di Psicoterapia Cognitiva e condotto da Raffaella Calzoni, docente di Terapia Cognitivo-Comportamentale presso la Goethe Universität di Francoforte e trainer riconosciuta dalla ISST (International Society of Schema Therapy).
    Che dire? Un’esperienza interessante e utile, di quelle che ti fanno venire voglia di tornare presto a studio per provare ad applicare quanto appreso.
    Il pregio del workshop è stato quello di avere dato ampio spazio, da subito, agli esercizi esperienziali e al dibattito. Questo ha consentito di entrare rapidamente nello spirito della schema therapy e ha favorito un coinvolgimento diretto e, in alcuni momenti, autenticamente emozionato dei partecipanti .
    Non sono tuttavia mancati spunti preziosi di riflessione di ordine teorico. Per chi pratica la psicoterapia e ama interrogarsi su cosa funziona e perché, è stato inevitabile chiedersi “in cosa si differenzia davvero la schema therapy dalla CBT standard?” e, ancora, “perché la schema therapy funziona soprattutto con i disturbi di personalità?”.
    A caldo, risponderei così:
    Non è nell’idea di fondo del funzionamento individuale degli esseri umani che la ST si differenzia dalla CBT standard: restano infatti centrali concetti come schema e scopo (chiamato “bisogno” nella ST). In altri termini, la ST sembra fare chiaro riferimento ad una teoria cognitiva del funzionamento individuale, esattamente come la TC standard. Ma sono anche altre le convergenze tra questi due tipi di terapia CBT: direttività del terapeuta, uso sistematico degli homework, dei diari, impiego della formulazione del caso, impegno nella verifica dell’efficacia dei trattamenti, per citarne alcune tra le più importanti.
    E, allora, dove le differenze? Di sicuro in almeno due aspetti, due accenti spesso assenti nella pratica della CBT standard, ovvero:
    1) L’enfasi posta sulle rappresentazioni di sé in rapporto ad altri significativi. Il target degli interventi di schema therapy è quasi sempre uno stato derivato da relazioni precoci problematiche. I modes (ossia gli stati affettivi derivanti dagli schemi maladattivi precoci) rimandano sempre a temi relazionali (“Bambino vulnerabile”, “Bambino arrabbiato” “Genitore Critico” ecc.). Fare terapia per la ST è riconoscere, accogliere, “riscrivere” questi modes disfunzionali, mettendo talvolta da parte il sintomo manifesto di asse I. La CBT standard invece non di rado lavora su un sintomo di asse I (ad es. il panico) anche solo ristrutturando le credenze relative al sintomo (“credo di perdere il controllo → non perderò il controllo”), senza necessariamente entrare nel merito di temi relazionali ed esperienze dolorose del passato.
    2) nella ST il cambiamento è cercato attraverso un ricco e originale ventaglio di tecniche immaginative ed esperienziali più che attraverso il dibattito.
    Questi due accenti spiegano forse perché la ST spesso funziona meglio laddove talvolta fallisce la CBT standard, ossia nel trattamento dei disturbi di personalità, laddove le difficoltà interpersonali sono drammaticamente rilevanti e le tecniche classiche di ristrutturazione cognitiva si arenano tra gli scogli di un’alleanza terapeutica assai precaria.

    Angelo Saliani

  2. Il work-shop di Raffaella sulla ST è stato appassionante, ricco di stimoli lavorativi e personali, e, credo per molti dei partecipanti, fonte di grande ispirazione, derivata soprattutto dalla creatività e dal calore della docente.
    Oltre alle osservazioni di Angelo sulle differenze tra la ST e la CBT standard, credo un accento particolare si debba porre sul ruolo, all’interno della ST (ma, ovviamente, non solo), dell’alleanza terapeutica (AT). All’interno del modello degli schemi, questa viene realizzata attraverso due tecniche strategiche: il limited reparenting (o ri-genitoralizzazione parziale) e la empathic confrontation (o confronto empatico). Lo scopo è di (1) favorire un ambiente caldo e protetto, in cui il paziente possa vivere delle esperienze emotive correttive che gli permettano di soddisfare i suoi bisogni emotivi frustrati, e (2) di usare la relazione terapeutica come un luogo sicuro (non giudicante né punitivo) in cui poter esplorare i cicli interpersonali che si attivano in relazione agli schemi e ai mode del paziente.
    Raffaella sottolinea il ruolo chiave del terapeuta nello svolgere, in modo parziale, un processo di ri-genitoralizzazione (realisticamente, non ci si può sostituire in toto alle figure genitoriali), in modo da soddisfare i bisogni emotivi del paziente frustrati in passato, e, se necessario, anche di imporre delle regole e dei limiti, per quanto questo possa, a volte, risultare difficile da attuare (soprattutto nel caso di professionisti giovani che si confrontano con pazienti più anziani).
    Sulla scia di quanto già riportato da Safran & Muran (1996), è fondamentale identificare le “rotture terapeutiche”, in modo da poterle contestualizzare e condividere con il paziente, classificandole come eventi normali che possono verificarsi in una relazione e, infine, collegandole agli schemi e ai mode del paziente, così da creare un link-storico tra l’hic et nunc e le esperienze pregresse.
    Ed ecco l’aspetto, per me, interessante: nell’instaurarsi dell’AT hanno un ruolo chiave anche gli schemi e i mode del terapeuta! Fondamentale, quindi anche da terapeuti, mettersi in discussione e lavorare su quanto emerge in relazione alla persona che ci troviamo di fronte in terapia (e non solo). Anche noi, così come i pazienti, possiamo imparare dall’esperienza clinica, in modo da identificare e soddisfare i nostri bisogni emotivi fondamentali, individuare gli schemi a questi associati, e modificare le strategie di coping e i mode disfunzionali che si attivano (o collimano) in alcune relazioni interpersonali.
    Quest’ultimo è uno degli aspetti che maggiormente mi sprona e intriga, come terapeuta e come essere umano. Vi trovo la conferma della mia “immagine ideale di terapeuta”, che sia, non solo coscienzioso e concreto, ma anche attivamente coinvolto in un processo di crescita personale continua, che esuli dalla semplice (si fa per dire!) e corretta esecuzione delle tecniche, ma che sconfini anche nell’incoraggiamento della personale inclinazione di ciascuno di noi, modulata dalle nostre esperienze e dalla nostra storia familiare, cogliendo, così, l’opportunità (forse esclusiva della nostra professione) di apprendere e continuare a crescere umanamente, grazie ai nostri pazienti. È indispensabile, per diventare un bravo psicoterapeuta (in ST), esercitarsi, mettersi in discussione e sperimentare in prima persona quello che si chiede di fare ai pazienti (i.e., utilizzare l’imagery with rescripting sulle nostre esperienze, far dialogare, tramite la tecnica delle sedie, diverse parti di noi, etc.), lavoro spesso molto più difficile di quanto noi stessi non vogliamo credere!

    Barbara Basile

  3. C’ero anch’io e ne sono contenta.
    Nell’ottica del “non chiedere al paziente ciò che non saresti disposta a fare”, seppure con qualche reticenza, ho voluto provare sulla mia pelle. Mi sono messa in gioco in un esercizio esperienziale che mi ha consentito di abbracciare e di prendermi cura della “mia bambina”. Al termine dell’esperienza, ho provato un profondo senso di pace ed ancora oggi, chiudendo gli occhi, ritrovo facilmente il calore di quell’abbraccio.
    Lunedì ho voluto sperimentare con qualche mio paziente. Ho visto il mio studio trasformarsi mentre lavoravo sui Mode disfunzionali, diventare uno spazio dinamico: sedie in movimento, gioco delle parti, cambi di prospettiva. Ho visto il dolore e la paura del paziente “bambino”; ho visto nascere ed instaurarsi il mode disfunzionale; ho visto la sorpresa del paziente quando gli ho chiesto di diventare il mio co-terapeuta, di venire accanto a me, osservare assieme quello che stava accedendo dall’altra parte tra il bambino ed il suo mode disfunzionale, e individuare la direzione del cambiamento. Ho osservato la facilità con cui il paziente è riuscito a comprendere la funzione, il ruolo che quel mode disfunzionale ha avuto nella sua esistenza, il prezzo pagato per tenerlo in vita e la necessità di disfarsene, prendendo le distanze ed allo stesso tempo individuando le strategie terapeutiche che avrebbe reso possibile tale cambiamento.Il paziente, ancora più attivamente coinvolto di quanto accade nella CBT, “sente”, “sperimenta” i bisogni insoddisfatti del bambino, la protezione che offre il Mode rispetto a tali bisogni, il prezzo pagato per tale protezione, la necessità di cambiare.
    Decisamente, l’elemento che più apprezzo della Schema Therapy è proprio quello esperienziale: uno strumentario ricco ed articolato che consente di lavorare su contenuti già chiari ad un terapeuta CBT, seppure con altri nomi, a livello emozionale e sensoriale. Le esperienze fatte in seduta, i simboli costruiti ed impiegati per sintetizzarle che poi lo accompagnano fuori dalla seduta, aiutano il paziente a comprendere meglio la sua sofferenza, ad abbassare il secondario rispetto ad essa, ad impegnarsi più attivamente nel diventare l'”Adulto Sano” che vuole essere.

    Teresa Cosentino

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