Cosa succede nel cervello quando memorizziamo e ricordiamo eventi emotivamente intensi?

di Barbara BasileBasile

Capire cosa succede nel nostro cervello quando memorizziamo o quando rievochiamo episodi emotivi può essere fondamentale per comprendere e relazionarci a disturbi emotivi come il disturbo post-traumatico da stress, i disturbi dell’umore e a problemi legati a eventi stressanti. Nell’ambito delle neuroscienze molti studi dimostrano che nel registrare e nel ricordare eventi emotivamente intensi vengono coinvolte aree cerebrali come l’amigdala, i lobi temporali mediali, l’ippocampo e la corteccia prefrontale. Comprendere meglio i meccanismi che sottostanno ai processi mnestici può essere utile nella gestione, in terapia, dei ricordi dolorosi dei pazienti.

È noto, ad esempio, che è molto più facile consolidare (encoding) e rievocare ricordi emotivamente intensi (alto arousal), rispetto a eventi neutri. Prova della maggiore efficacia nell’encoding di eventi emotivamente rilevanti (rispetto a quelli neutri) si rileva anche dalla registrazione di una maggiore attività cerebrale nell’amigdala e nei lobi temporali mediali (Dolcos et al., 2012).

L’amigdala sembra essere coinvolta anche nella rievocazione di eventi emotivi personali, quanto meno per eventi autobiografici recenti, rispetto a ricordi personalmente meno rilevanti (i.e., ricordi emotivamente intensi di una partita di baseball rievocata a distanza di pochi giorni da tifosi appassionati; Botzung et al., 2010). Purtroppo ancora non ci sono studi che analizzano la risposta cerebrale durante la rievocazione di ricordi personali rilevanti più remoti (i.e., ricordi infantili). È comunque stato osservato che durante la rievocazione corretta di ricordi emotivamente intensi, la connessione tra l’amigdala e i MTL è maggiore di quanto non accada nel caso in cui si rievochi un evento in modo sbagliato (Dolcos et al., 2005).  Ciò sembrerebbe dipendere dal fatto che ricordare eventi emotivamente intensi facilita una rievocazione corretta (favorendo il ricordo di aspetti contestuali, relativi al dove, quando e perché), e, a sua volta, ricordare la cornice in cui l’evento è inserito facilita il richiamo dello stato emotivo collegato all’episodio (ciò spiegherebbe anche l’utilità di alcune tecniche psicoterapiche, come quella dell’Imagery with Rescripting usata nell’ambito della Schema Therapy; Arntz et al., 2012).

Il consolidamento e la rievocazione della valenza specifica di un ricordo sembra coinvolgere regioni cerebrali distinte. Congiuntamente all’amigdala, la corteccia prefrontale mediale (medPFC) si attiva soprattutto nel caso di ricordi a valenza positiva, probabilmente perché la PFC è tipicamente coinvolta nei processi di gratificazione (reward) e nelle relazioni sociali, anche queste fondamentali nell’elaborazione dei ricordi che, quindi, ci permettono di attenerci alle norme e convenzioni sociali (i.e., saper distinguere e ricordare cosa è bene e cosa è male; Tsukiura et al., 2011a, 2011b, 2012). Di contro, l’elaborazione della valenza di ricordi negativi sembra essere mediata soprattutto dall’ippocampo/MLT e dall’insula, oltre all’amigdala.

Inoltre, da diversi studi sembrerebbe che l’intensità emotiva di un ricordo sia associata all’attività cerebrale in singole aree, mentre la valenza affettiva si rispecchia maggiormente nell’intensità della connessione tra regioni diverse, forse perché, in questo caso, è necessario attingere a processi mentali più complessi.

La memorizzazione e la rievocazione di episodi emotivamente intensi viene mediata anche da una serie di fattori individuali legati alle caratteristiche di personalità, al genere e all’età. Ad esempio, soggetti con livelli elevati di neuroticismo, e quindi più vulnerabili allo sviluppo di disturbi affettivi, hanno più facilmente accesso a ricordi negativi, mentre chi è più estroverso predilige eventi a valenza positiva. A livello neuronale, infatti, individui più neurotici mostrano una attività cerebrale più intensa nell’amigdala e nell’ippocampo/MLT e l’intensità di questa attivazione correla positivamente con l’intensità dei livelli di neuroticismo.

In relazione alle differenze di genere, è noto che le donne sono più emotive, riescono ad esprimere meglio le emozioni e hanno una maggiore “esperienza/memoria emotiva”, rispetto agli uomini. Tale differenza si può riscontrare anche a livello cerebrale, osservando una specializzazione emisferica dell’amigdala (sinistra verso destra), fattore che sembra dipendere dalla specificità dei processi di consolidamento dei ricordi. Nell’encoding, infatti, le donne solitamente prediligono strategie specifiche e di tipo verbale (elaborate dall’emisfero sinistro), mentre gli uomini usano strategie globali, di tipo visuo-spaziale (processate dall’emisfero destro).

Infine, anche l’età sembra avere un ruolo nei processi di memorizzazione emotiva. All’aumentare dell’età, infatti, si osserva un bias affettivo positivo che favorisce una maggiore rievocazione di episodi positivi (rispetto a quelli negativi) e la ri-elaborazione in chiave più positiva dei ricordi negativi.  Anche questo vantaggio dovuto all’età dipenderebbe dal nostro cervello. Solitamente, infatti, con l’aumentare dell’età le aree posteriori (come i MTL e l’ippocampo) vengono attivate di meno, mentre cresce il coinvolgimento di aree anteriori (come la PFC), maggiormente implicate nell’elaborazione di ricordi a valenza positiva (Davis et al., 2008) e nel consolidamento di strategie di regolazione emotiva più efficaci (Mather & Knight, 2005), che richiedono capacità cognitive complesse.

Anche se i progressi nell’ambito delle neuroscienze hanno permesso una migliore comprensione dei processi neuronali coinvolti nell’elaborazione dei ricordi affettivi, rimangono ancora parecchie questioni irrisolte. Ad esempio, qual è il ruolo delle strategie di regolazione emotiva nella memoria affettiva? Che ruolo ha l’amigdala nell’elaborazione di eventi emotivi futuri? Così come resta da approfondire il ruolo di caratteristiche individuali legate alla personalità o al sesso. La risposta a questi quesiti potrebbe aiutare a comprendere meglio le variabili individuali o le strategie di coping che è necessario considerare o favorire (ad esempio in psicoterapia) nell’affrontare ricordi dolorosi che possono concorrere nell’esordio e nel  mantenimento di alcuni disturbi psichici.

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