L'accumulo di animali, una tipologia particolare di accumulo

di Chiara Lignola

 

“Quando il disturbo da accumulo (da) ha per oggetto gli animali, viene definito “accumulo di animali” (animal hoarding, in inglese). Cani e gatti sono le specie più comunemente coinvolte, ma vengono accumulati anche animali selvatici, esotici e specie d’allevamento. Gli animal hoarder (accumulatori di animali) arrivano ad accumulare nella propria abitazione un numero molto elevato di animali (da qualche dozzina fino a centinaia nei casi più gravi) in spazi relativamente ristretti. disturbo-da-accumuloL’aspetto saliente di questo disturbo, oltre al numero di animali accumulati, è che gli animal hoarder spesso non riescono più a garantire le elementari norme igieniche per sé e per gli animali stessi. La specificità dell’accumulo di animali, rispetto al disturbo di accumulo di oggetti, rende utile e necessario dedicare a questo tema un capitolo a sé”.

Così inizia il mio capitolo sull’animal hoarding presente all’interno del libro “Il disturbo da accumulo” pubblicato a febbraio 2015 per Raffaello Cortina, a cura di Claudia Perdighe e Francesco Mancini. Quando è stato proposto a me e ai miei colleghi di specializzazione di partecipare al progetto dell’SPC sul tema del recentemente riconosciuto disturbo da accumulo, ho scelto di occuparmi di animal hoarding, non solo perché non ero pronta ad affrontare il mio problema con lo shopping compulsivo, trattato egregiamente dal collega Francesco Baccetti nel capitolo successivo al mio, ma anche perché avendo due cani e frequentando ormai da anni campi di addestramento della protezione civile per unità cinofile da ricerca, mi è capitato spesso di entrare in contatto con quel mondo “animalista” o per usare un neologismo “animalaro” che si occupa di volontariato, stalli, adozioni, staffette, petizioni, raccolta fondi e firme ma che dietro un amore smisurato per gli animali e un’empatia verso le loro sofferenze può celare problematiche ben più grandi e pericolose. L’era di internet, dei social network in particolare, dove è facile trovare pagine e bacheche invase di annunci riguardanti animali in difficoltà, condivisibili con un click, ha fatto sì che persone con una sensibilità specifica al disturbo siano esposte maggiormente alla possibilità di accumulare animali e che la categoria di hoarder descritti da Patronek, Loar e Nathanson (2006) come “sfruttatori” possano speculare sul traffico di animali mascherato da azioni di volontariato, il tutto a discapito degli animali sottoposti a viaggi della speranza, staffette e condizioni di vita non adeguate alle loro necessità. Ho scoperto, infatti, mano a mano che approfondivo l’argomento, dell’esistenza di tante sfumature e diverse tipologie di animal hoarder: dalle classiche gattare presenti nell’immaginario collettivo, a persone che si posizionano in un area limite rispetto al disturbo, ma anche di diversi sottotipi di animal hoarder che spesso entrano in contatto con loro alimentando a vicenda la loro patologia e di leggi che purtroppo cambiano da Regione a Regione, se non da comune a comune, e che creano un gap tra gli strumenti necessari da utilizzare nelle situazioni di accumulo per poter intervenire adeguatamente e quelli effettivamente disponibili.

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