L'accumulo di animali

di Agnese Fatighenti

A distanza di una settimana circa dall’interessante simposio sul “Disturbo di accumulo”, tenutosi a Grosseto il 25 settembre scorso,  un post sull’intervento che ha concluso “in bellezza” la giornata: la relazione della Dott.ssa Chiara Lignola sull’animal hoarding (AH), ossia l’accumulo di animali.

Il fenomeno è più dilagante di quanto si creda, basti pensare a quanti di noi conoscono, direttamente o indirettamente, persone che a detta loro “per amore” o “per soccorso” trattengono un gran numero di una specie animale; come chiaramente suggerisce Lisa Simpson, nell’intervista alla “gattara” di Springfield, qual è il confine tra amore e patologia in questi casi?

Si parla di disturbo da accumulo di animali quando la persona continua ad accumulare nuovi animali, nonostante il progressivo peggioramento della situazione, senza riconoscere l’incapacità di fornire la giusta alimentazione, salute e protezione agli stessi e negando o minimizzando i problemi che ne conseguono.

Gli animal hoarder, quindi, non scelgono deliberatamente di maltrattare gli animali, anzi, si giustificano come mossi da infinito amore e con l’indole di soccorrere e salvare gli animali. Solitamente, vengono individuate 4 categorie differenti: badanti sopraffatti, hoarder soccorritori, hoarder sfruttatori e hoarder allevatori.

Il profilo tipo di un “animal hoarder” descritto in letteratura, è quello di una donna di mezza età, sola, che cerca così di compensare relazioni adulte fallite: “l’amore e la cura dei gatti sostituisce il rapporto fallimentare con il mio ex marito”(Brown, 2004).

Come per il disturbo di accumulo in generale, essendoci forte egosintonia e scarso insight, le persone che soffrono di AH difficilmente chiedono aiuto direttamente per questo problema, il più delle volte sono i familiari a rivolgersi al terapeuta perché incapaci di far fronte al problema.

Ecco che una volta arrivati in terapia, è fondamentale promuovere nel paziente la consapevolezza del problema, per esempio mettendo in luce la discrepanza tra “buone” motivazioni (salvare gli animali) e l’esito del proprio comportamento (ad esempio il rischio di una denuncia per maltrattamento) evitando di mettere in discussione gli scopi e la legittimità del voler possedere e aiutare animali; per questo è utile, ad esempio, suggerire modalità alternative più funzionali al raggiungimento dello scopo di base che la persona intende perseguire.

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