La metafora della violenza di genere

di Elisa Tenucci

Dopo aver subito atti violenti, le cicatrici restano ma si può ricominciare a vivere

Ogni giorno capita di ascoltare o leggere storie di donne abbandonate a loro stesse, picchiate, seviziate, sfregiate, pedinate, utilizzate a fini pornografici, ribelli a una cultura che le opprime e spesso anche uccise. Sono soltanto i casi più eclatanti, d’interesse mediatico, di un fenomeno che vede molte donne quotidianamente maltrattate dal punto di vista fisico, sessuale e psicologico. La violenza è fatta anche di minacce, soprusi, trascuratezze, ricatti psicologici e di incoerenze relazionali che possono arrivare a distruggere una vita.
“La vita si ascolta, così come si ascolta il mare… Le onde montano, crescono, cambiano le cose. Poi tutto torna come prima, ma non è la stessa cosa”. Questa frase di Alessandro Baricco nel libro “Oceano mare” può essere una metafora di come uno psicoterapeuta si può approcciare alla violenza di genere e, allo stesso tempo, spiega come una donna si può sentire intrappolata in questo vortice.
La Dichiarazione delle Nazioni Unite descrive la violenza di genere come “ogni atto di violenza fondato sul genere che comporti o possa comportare per la donna danno o sofferenza fisica, psicologica o sessuale, includendo la minaccia di questi atti, coercizione o privazioni arbitrarie della libertà, che avvengano nel corso della vita pubblica o privata”.
Quando ci si trova di fronte a una donna che ha subito una qualsivoglia forma di violenza, come terapeuta, ci si mette in ascolto, così come si ascolta il mare. A volte si può avere davanti un’onda che si ritrae a ogni proprio passo, che non vuole nessun contatto perché è dominata dalla paura, dai sensi di colpa o perché è abituata a essere trasparente, proprio come l’acqua. Altre volte, invece, può succedere di essere di fronte a un’onda che si alza come in una tempesta, che esplode o si schianta, che non riesce a tenere tutto dentro e si racconta senza sapere da dove inizia o su quale scoglio o spiaggia si infrangerà.
La quiete che segue fa in modo che la persona riesca a riprendere le sue forze, che si rialzi con le sue gambe, ma non sarà la stessa persona perché la violenza cambia, lacera, e i punti suturano la ferita lasciano un segno. Accade che si possa divenire più forti, che si possa reimparare a credere in se stesse, che si lotti ogni giorno per riconquistare quella libertà che era stata negata, che ci si alzi per andare a quel lavoro tanto sudato, che ci si metta quel velo di trucco che era stato negato o che si sorrida a un passante che prima non era consentito guardare. Dentro rimane un sassolino con cui piano piano si impara a convivere, invece che a lottare. Scriveva William Shakespeare: “Per tutte le violenze consumate su di Lei, per tutte le umiliazioni che ha subito, per il suo corpo che avete sfruttato, per la sua intelligenza che avete calpestato, per l’ignoranza in cui l’avete lasciata, per la libertà che le avete negato, per la bocca che le avete tappato, per le ali che le avete tagliato, per tutto questo: in piedi, Signori, davanti ad una Donna”.

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