A cosa serve l’orgoglio?

di Sabina Marianelli

Dissociazione dell’identità e dinamica narcisista: “I fratelli Karamazov” letti da Antonio Semerari

Il vocabolario Treccani definisce l’orgoglio come “stima eccessiva di sé; esagerato sentimento della propria dignità, dei propri meriti, della propria posizione o condizione sociale, per cui ci si considera superiori agli altri”. Una seconda accezione, “con senso attenuato”, lo fa corrispondere a un “sentimento non criticabile della propria dignità, giustificata fierezza; anche, amor proprio”. Insomma, uno stato mentale prosociale, nel momento in cui spinge a fare bene, o l’emozione opposta alla vergogna: a volte l’orgoglio non è solo il sano piacere di chi è soddisfatto di se stesso e delle proprie azioni, ma è l’unico strumento per evitare l’umiliazione e non sentire dentro di sé il nulla, quel senso di vuoto che spesso è precursore e antidoto alla dissociazione traumatica.
Ivan Karamazov, nell’opera “I fratelli Karamazov” di Dostoevskij, viene esaminato da Antonio Semerari nel suo volume “Il delirio di Ivan. Psicopatologia dei Karamazov”: a partire dalle vicende traumatiche che lui e i fratelli hanno vissuto, viene ricostruito il suo delirio, alla luce di un disturbo dell’identità che lo porta progressivamente a costruire un alter con il quale intratterrà un fitto dialogo alla fine del romanzo. L’umiliazione e la vergogna che sperimenta Ivan è quella di un ragazzo introverso e intellettualmente dotato che si rende conto che vive grazie ai favori altrui e in una famiglia il cui capo viene da tutti considerato un essere abietto. Dal punto di vista affettivo, la sua storia è caratterizzata, inoltre, da abbandono e attaccamento disorganizzato con una madre affetta da problemi mentali. Il mondo si connota, quindi, come traumatico e umiliante. La strada che trova il ragazzo è la dedizione allo studio, l’esercizio di una mente brillante, che, tuttavia, non lo porta a spiccare il volo recandosi all’estero per completare gli studi, bensì a tornare nel paese natale, nella casa che tanto aveva disprezzato, passo che gli costa lo scompenso dissociativo. Benché in Ivan si sia creata una dinamica narcisistica e di culto del proprio io allo scopo di non smarrirsi nel senso di vuoto e tenere integro il sé, infatti, il distacco altezzoso del narcisista non gli riesce bene, il suo non è un carattere freddo e si innamora di Katerina, l’infelice fidanzata del fratello Dmitrij, motivo principale per cui torna al luogo natio. È proprio qui che si attivano i suoi processi dissociativi, poiché l’integrità del suo io viene minacciata e a quel punto barcolla anche l’estrema barriera al dissolvimento identitario, il narcisismo, creando l’altra metà di Ivan.

L’episodio che scompensa il problema è l’incontro con Smerdiakov, il lacchè figlio adottivo della servitù nato in casa di Ivan: la personalità di questo soggetto è quella del narcisista covert, maligno, vuoto, privo di empatia. Riconoscendo il male dentro di sé, rispecchiato dalla figura di Smerdiakov, Ivan soccombe alla dissociazione dell’identità.
Ma alla fine del romanzo si assiste, dopo questa lunga descentio ad inferos, a un processo di parziale reintegrazione, benché il finale sia piuttosto aperto.
Sia nel romanzo di Dostoevskij sia nel testo di Semerari, gli autori hanno magistralmente operato un’analisi sottile dell’animo e della mente dei personaggi, all’interno dei cui vissuti ci si può introdurre per capire meglio come “funzionano” le persone e quali percorsi si intraprendono in virtù delle condizioni di contesto.

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