“Se ti parlo, non mi ascolti!”

di Giuseppe Grossi

L’importanza di un’interazione comunicativa tra genitori e figli basata sull’empatia, sul rispetto e sull’espressione libera dei sentimenti e dei bisogni

È ormai sempre più diffusa, grazie al lavoro di molti autori tra cui Angela Barlotti, l’idea che la comunicazione tra genitori e figli debba basarsi sul rispetto reciproco e sull’empatia al fine di aiutare i più piccoli a vivere ed esprimere liberamente i propri sentimenti e bisogni. Nonostante questo, molti ancora oggi pensano che sia importante insegnare ai propri bambini a parlare educatamente, a stare zitti se non interpellati, ad utilizzare i giusti vocaboli nei modi giusti e con la pronuncia giusta. In questi casi, l’adulto istaura con il bambino un rapporto basato sulla gerarchia, in cui il figlio è subordinato al genitore (“Io so io cosa è meglio per te”, “Comando io non tu”, “Come fai a non capire?”, “Vuoi fare sempre di testa tua”, “Chi sei per dire queste cose?”, “Quando sarai a casa tua farai come vuoi”).

Tale stile comunicativo muove il bambino a domandarsi spesso se c’è qualcosa di sbagliato in lui, nei sentimenti e nei bisogni che sta provando e sperimentando, fino a spingerlo sempre più lontano da quello che accade dentro di sé. In questi casi spesso utilizziamo non solo delle parole ma anche una comunicazione non verbale che spinge il bambino a sentirsi umiliato, maltrattato. Urlare, ignorare, punire al fine di dirigere e controllare un bambino rispetto ai nostri bisogni, sentimenti e aspettative, quasi fosse un oggetto, trasmette al bambino stesso una sfiducia propria dell’adulto. “Quante volte ci capita di ripetere ai nostri figli, in maniera del tutto automatica, senza alcun filtro o consapevolezza, le espressioni di rimprovero dette dai nostri genitori, che tanto ci hanno ferito e abbiamo odiato?”, scrive Alessandra Bortolotti nel suo libro “E se poi prende il vizio”. Rivivere quelle esperienze nel figlio e con lui, in molti casi non è sufficiente a trasmettere sia la forza ma anche la lucidità necessaria per domandarsi come queste siano state vissute e cosa avrebbe desiderato il genitore-bambino. È importante, quindi, capire e sentirsi sostenuti nell’idea che comunicare con i propri figli in maniera efficace è possibile fin dai primi istanti di vita, anche se questo a volte contrasta con il modo in cui noi stessi siamo stati educati o con quello che altri intorno a noi usano per educare i propri figli. Nella struttura comunicativa spesso ereditata dai nostri genitori, basata sul potere, come quella tipica dello stile comunicativo “complementare”, i conflitti portano a stabilire chi ha ragione e chi ha torto decretando vincitori e vinti. Tale stile comunicativo è tipico di modelli educativi che trasmettono valori come la disciplina, l’obbedienza all’autorità, il dare ordini e il limitare l’iniziativa e l’espressione personale di chi è subordinato. Ciò avviene quando il genitore vince e il figlio perde, ma in alcuni casi accade il contrario con risvolti non sempre piacevoli. Fortunatamente abbiamo un’alternativa. Oltre ad uno stile comunicativo complementare, abbiamo un metodo comunicativo definito “metodo senza perdenti”, in cui non esistono vincitori e vinti ma genitori e figli esprimono rispettivamente i propri bisogni e sentimenti, trovando soluzioni per arrivare a compromessi che stiano bene a entrambe le parti, comunicano accettazione e rispetto reciproco. L’unico valore trasmesso è quello della persona in quanto tale portatrice dei sui sentimenti, emozioni, idee e bisogni. Tale approccio aiuta i propri figli a sviluppare e promuovere lo sviluppo del potenziale creativo ed espressivo.
Dagli studi della dottoressa Angela Barlotti emerge che comprendere l’importanza di un’interazione comunicativa fra genitori e figli basata sull’empatia, sul rispetto e sull’espressione libera dei sentimenti e dei bisogni rappresenta un elemento di cruciale importanza non solo per la vita di ogni individuo ma anche per crescita sociale e la costruzione di una società libera.

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