Hikikomori: il disturbo della “porta chiusa”

 di Caterina Parisio

Tra fenomeno culturale e patologia

“Hikikomori mi calza a pennello; descrive perfettamente ciò che SONO e FACCIO da qualche anno. Non ricordo nemmeno più da quando ho cominciato a isolarmi dagli altri”.
Carlo è un ragazzo di 22 anni, non esce di casa da più di otto. Ha interrotto gli studi, non ha nessuna amicizia, tranne rapporti virtuali mantenuti attraverso una chat di gruppo. Trascorre gran parte delle sue giornate chiuso in camera. Nell’ultimo anno è uscito due-tre volte e prevalentemente in orari serali. Ha invertito quasi del tutto il ciclo sonno-veglia: dorme sino a tardi e la notte, chiuso in camera, sta davanti al pc, chatta, legge fumetti manga (sua grande passione).
Il termine “Hikikomori” è stato coniato dallo psichiatra Tamaki Saito e tradotto dallo stesso in “social withdrawal” (ritiro sociale), anche se le sue prime manifestazioni in Giappone vennero descritte nel 1978 da Kasahara, per riferirsi a soggetti che abbandonavano la scuola o il lavoro per lunghi periodi e che non erano altrimenti diagnosticati come depressi o schizofrenici. Hikikomori è una patologia diagnosticabile in persone che hanno trascorso almeno sei mesi in una condizione di isolamento sociale, di ritiro dalle attività scolastiche o lavorative, senza alcuna relazione al di fuori della famiglia. Il periodo medio di isolamento sociale è di circa 39 mesi, ma può variare da pochi mesi a parecchi anni. Solitamente riguarda giovani di età compresa tra 19 e 30 anni, maschi primogeniti nella maggioranza dei casi, che decidono di rinchiudersi volontariamente in una stanza, evitando qualunque contatto con il mondo esterno, familiari inclusi. Solo il 10% dei soggetti interessati è di sesso femminile e di solito il periodo di reclusione è limitato. Secondo alcuni, il numero degli adolescenti Hikikomori riconosciuti è di circa due milioni (l’1% della popolazione, percentuale simile all’incidenza della schizofrenia) e il dato è in continua crescita nonostante i casi dichiarati siano inferiori rispetto alle stime.
I sintomi della sindrome dell’Hikikomori descritti da Saito sono: ritiro sociale, fobia scolare e ritiro scolastico, sintomi ossessivi-compulsivi, apatia, letargia, umore depresso, inversione del ritmo circadiano di sonno veglia.
Spesso, l’Hikikomori è stato erroneamente confuso con la schizofrenia a motivo del ritiro sociale e della bizzarria della sintomatologia, ma le allucinazioni e i deliri, caratteristici di un disturbo del pensiero sul versante psicotico, non sono presenti. La diagnosi di un disturbo dell’umore potrebbe essere presa in considerazione per la possibile presenza di deflessione dell’umore, scarsa autostima, apatia e alterazioni del ritmo sonno-veglia.
In Giappone molti medici utilizzano la diagnosi di disturbo evitante di personalità per Hikikomori, in quanto esistono delle analogie tra i due disturbi con un pattern comportamentale di evitamento spesso pervasivo. Anche il disturbo schizoide di Personalità potrebbe richiedere l’esigenza di una diagnosi differenziale con Hikikomori, in cui tuttavia è presente adeguata critica e sensibilità alle gratificazioni.

Per quanto l’Hikikomori sia un fenomeno sociale e una problematica della cultura giapponese, anche nella nostra società ci troviamo sempre più spesso di fronte a ragazzi che si ritirano dalla scuola, dal lavoro e dalla vita sociale per rinchiudersi in casa. Questi giovani vivono il rapporto con l’altro con estremo dolore e paura, il mondo esterno diviene minaccioso, forte è il timore del giudizio e della derisione. L’evitamento di situazioni sociali, l’isolamento, il ritiro in un mondo fantastico, sono le consuete modalità di fronteggiamento: internet e la tecnologia, spesso unici mezzi per la costruzione di un’identità accettabile e un’interazione sicura, sono gli unici modi per presentarsi a un mondo minaccioso.
Il trattamento di questa problematica, spesso silenziosa e inosservata, è di fondamentale importanza per rompere la reclusione volontaria dei ragazzi, per permettere loro di vivere la relazione con l’altro in modo sereno e di reinserirsi in un contesto sociale e in un progetto di vita.
“Il mio programma è sempre stato quello di rimandare e alla fine evitare, evitare, evitare tutto. Se ci penso bene in fondo sto persino evitando di vivere. Il muro che ho davanti è troppo grande, non so se riuscirò mai ad abbatterlo”.

 

Per approfondimenti:

Aguglia, M.S. Signorelli, C. Pollicino, E. Arcidiacono, A. Petralia, Hikikomori phenomenon: cultural bound or emergent psychopathology?, Giorn Ital Psicopat 2010;16:157-164

 

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