L’invidia, un boomerang emotivo

di Giuseppe Femia

L’emozione dell’invidia ha suscitato interesse in diversi ambiti di studio, dalla pittura alla psicologia, alla letteratura

Nella Cappella degli Scrovegni, Giotto la rappresenta in modo geniale, evidenziandone la natura malefica, la maldicenza e sottolineando come sia un’emozione quasi masochistica per chi la nutre. In psicoanalisi, Melanie Klein la descrive come un’emozione primitiva che si sperimenta già durante l’allattamento, in cui siamo tanto grati del seno materno quanto invidiosi nei momenti in cui esso ci viene negato.

 In chiave cognitivista viene concepita come un’emozione che spesso si manifesta nei confronti “dei simili e dei pari”, caratterizzata da una valutazione cognitiva secondo cui l’altro ha raggiunto ingiustamente potere o riconoscimento. Spesso si accompagna a vissuti di rabbia a causa della convinzione di aver subito dei torti.

 Secondo il modello CGS (comportamento guidato da scopi), a cui il cognitivismo fa riferimento, l’invidia è caratterizzata da quattro credenze e tre scopi:

– credenza 1: io credo che l’altro (X) abbia qualcosa

– credenza 2: io credo di non avere quel qualcosa

– credenza 3: io credo di non poter avere quel qualcosa

– credenza 4: io credo che X possa avere quel qualcosa

– scopo 1: io desidero quel qualcosa

– scopo 2: non voglio essere inferiore ad X

– scopo 3: desidero il male di X (malanimo)

L’invidia implica, inoltre, un meccanismo di attribuzione esterna delle proprie difficoltà e debolezze, indicando la presenza di una disregolazione emotiva.

In psicopatologia, è presente in diversi disturbi di personalità, suscitando nei soggetti che ne soffrono emozioni di vuoto e sentimenti di ostilità, diffidenza e sospetto verso gli altri e cicli interpersonali disfunzionali a causa di una carente capacità meta-riflessiva.

È nota l’invidia che il narcisista prova verso le persone umili e la vita semplice, e all’interno delle proprie relazioni affettive. Nell’intervista semi-strutturata (SCID) che indaga i disturbi di personalità, esplorando la dimensione narcisistica, sono previsti due criteri in cui viene chiesto al soggetto se crede di essere invidiato e prova invidia nei confronti di qualcuno.

Questo tipo di configurazione appare segnata da vissuti di invidia associati alla convinzione di essere speciale e di meritare un trattamento esclusivo rispetto agli altri. Sembra esserci, quindi, una connessione con i temi di rango-potere e con lo scopo della buona immagine e dell’auto immagine.

In uno studio sperimentale condotto mediante la tecnica dell’ABC (vedi nota 1), i soggetti con un basso funzionamento globale misurato tramite la scala VGF (valutazione globale del funzionamento) mostrano uno stato di invidia che, a differenza dei soggetti più funzionali, non riescono ad esprimere.

Sembra che gli invidiosi che desiderano che l’altro venga danneggiato, non abbiano la capacità di verbalizzare la propria volontà di non essere inferiore all’altro, negandolo e mostrando dunque una scarsa consapevolezza dei propri vissuti emotivi.

Tuttavia, nonostante possa apparire plausibile che l’invidia funga da motore che, tramite il confronto con l’altro e la tendenza ad emulare, stimoli il cambiamento e il raggiungimento degli scopi, essa sembra rimanere ingabbiata in sentimenti negativi, producendo frustrazione.

Potremmo immaginarla su di un continuum, in cui ad un estremità si colloca l’invidia “buona” che attiva il sistema agonistico, non vuole il male altrui, ma sorveglia in modo funzionale l’obiettivo di affermare se stessi. All’altro estremo siede quella “maligna” che desidera il male di colui che possiede quello che l’invidioso vorrebbe avere e che pensa di non poter raggiungere, non per una sua difficoltà ma a causa dell’altro, ritenuto colpevole di essere più forte o più dotato.

Questa spiegazione potrebbe aiutare a distinguere le forme “sane” di invidia, dovessero esistere, da quelle patologiche e dannose per se stessi e per gli altri.

NOTA 1

La tecnica dell’ABC, descritta da Ellis  nel 1957 e successivamente da Beck nel 1975, viene usata nella terapia cognitiva per aiutare il paziente a prendere coscienza di come i suoi pensieri di valutazione (B) rispetto ad un certo evento (A) possano determinare in lui emozioni spiacevoli (C).

Per approfondimenti:

Beck A. T., Cognitive terapy and the emotional disorders. Intl universities Press, 1975.

Castelfranchi C., Mancini F., Miceli M. Fondamenti di cognitivismo clinico. Bollati Boringhieri, 2002.

Di Maggio G. L’illusione del narcisista. Baldini & Castoldi, 2016.

Dimaggio G., Semerari A. I disturbi di personalità. Modelli e trattamento. Editori Laterza, 2007.

Ellis A. (1957). Rational psychotherapy and individual psychology. Journal of Individual Psychology, 13, 38-44.

Klein M. Invidia e gratitudine. Giunti Editore, 2012.

Rossi A., Danielski V., Pertile R., Bisceglie A., Bontempi S., Lessio L., Rosini S., Russo E., Minelli A. Costituenti cognitive di invidia, vergogna e senso di colpa associate alla gravità della psicopatologia. Rivista Cognitivismo Clinico, Giugno 2011.

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