“Non devi avere paura”: imperativi da evitare

di Monica Mercuriu

La paura ha uno scopo protettivo, permette a un bambino di non mettersi in pericolo, di poter pensare prima di agire, lo tutela dal non farsi male

Molto spesso gli adulti, i genitori, e le altre figure di riferimento per i bambini, di fronte ad un evento, che potenzialmente potrebbe intimorire un bambino, sia esso rappresentato da una novità, da una persona, evento o luogo sconosciuti, denotati da caratteristiche minacciose (luoghi bui, essere lasciati da soli con bambini che non si conoscono, partecipare ad una gara sportiva), rivolgendosi al bambino, utilizzano la frase: “Non devi avere paura”.
Sarà mai possibile non avere paura quando tutto il mio corpo, i sensi e i miei pensieri mi fanno percepire un pericolo? E soprattutto: perché un bambino non dovrebbe avere paura in quelle circostanze?

Letteralmente la paura è uno stato emotivo di repulsione e di apprensione in prossimità di un vero o presunto pericolo e, più in generale, avere costantemente o spesso paura indica un atteggiamento molto preoccupato e sospettoso che induce a precauzioni per lo più immotivate rispetto alla reale minaccia di pericolo.

Di per sé la paura funziona come campanello d’allarme e, nelle sue diverse intensità, dal timore al terrore, accompagna da sempre la vita di un persona.

Già dagli otto mesi di vita, un bambino si ritrova a familiarizzare con l’emozione della paura. La “paura dell’estraneo”, che compare proprio sin dalla primissima infanzia,  si presenta associata al timore di distacco dalla madre e il bambino manifesta la propria paura di fronte a ciò e a chi per lui è sconosciuto, quindi potenzialmente pericoloso, con pianti e grida. Questa tappa, fondamentale per lo sviluppo emotivo e psicologico di un bambino, gli permetterà di acquisire un’importante competenza, quella di distinguere una persona familiare da una che non lo è.

La paura, che ha uno scopo protettivo, permette a un bambino di non mettersi in pericolo, di poter pensare prima di agire, lo tutela dal non farsi male, non attraverserà la strada senza guardare consapevole delle automobili che potrebbero investirlo, non toccherà oggetti o pentole sul fuoco, consapevole della possibilità di procurarsi un’ustione. Quando presente in maniera eccessiva, la paura può prendere diverse forme e aumentare in maniera spropositata per frequenza e intensità, bloccando il bambino in uno stato di profonda angoscia, dove l’esplorazione non è più possibile, e a nulla valgono i tentativi di rassicurazione da parte degli adulti.

Superare le proprie paure, soprattutto quelle che limitano lo sviluppo di una vita serena e non favoriscono l’acquisizione di autonomia, è qualcosa che molti bambini imparano a fare spontaneamente. La presenza di qualche “compagno di avventura”, con il quale affrontare piccole prove, li fortifica, produce pensieri maggiormente positivi (“Non sono solo, se siamo in due ho meno paura”) e favorisce il superamento di molte difficoltà. L’adulto, con la sua presenza e la capacità di modeling sarà di certo indispensabile per le paure più grandi, quelle che richiedono l’intervento di una spada laser scaccia fantasmi sotto al letto, o quelle in cui un “non ti preoccupare ci pensano mamma e papà” risuona come una formula magica infallibile.

Un genitore consapevole che si può aver paura, non solo quando si è piccoli, e che i timori possono essere superati gradualmente con la collaborazione, l’esposizione graduale e l’incoraggiamento, non si meraviglierà delle paure del proprio figlio.

Dire a un bambino “Non devi avere paura”, in alcune circostanze, significa non riconoscergli quello stato emotivo che sta provando, facendolo sentire ancor più a disagio perché l’imperativo “devi” presuppone che lui non debba sentire quello che sente e suscitare oltretutto colpa e disagio. Più correttamente potremmo incoraggiare un bambino spiegandogli che abbiamo capito che lui ha paura, che è normale averne in quella situazione, ma che non è così terribile e che si può superare, e soprattutto che il vantaggio ottenuto sarà notevole.

Molto spesso i libri ci vengono in aiuto, e allora perché non leggere insieme la storia di “Giovannin senza paura”, l’intrepido e curioso protagonista di una fiaba di Italo Calvino? Il ragazzo si troverà a superare prove di paura, trascorrendo la notte in un palazzo tenebroso, dove, a detta della gente del villaggio, chiunque abbia provato a trascorrervi la notte, è finito dritto al cimitero il mattino seguente. Giovannin, coraggioso e temerario, accetta la sfida e parte all’avventura; durante la notte, in attesa d’imbattersi nell’avventura più spaventosa, davanti a lui si materializza un Gigante che lo invita a seguirlo e a obbedire ad alcune richieste. Il furbo Giovannin fa avanzare sempre prima il Gigante e non fa mai quello che gli viene chiesto se non dopo che il Gigante gli abbia mostrato cosa fare.

Dopo questa esperienza il Gigante lascerà a Giovannin il suo palazzo e le sue ricchezze e il nostro protagonista, oramai felice e famoso nel villaggio, vivrà felice e ricco sin quando, un bel giorno, morirà letteralmente di paura, intravedendo la sua ombra, l’unica cosa da cui non poteva allontanarsi.

Meglio sarebbe stato per il protagonista viver con qualche paura in più, imparare a voltarsi indietro con il giusto timore e morire, magari, di vecchiaia, piuttosto che per l’unica cosa che ci rende completi e dalla quale non possiamo separarci.

 

Per approfondimenti:

 Italo Calvino, Fiabe da fa paura, appena appena non tanto. Mondadori

 

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