Ringxiety: ansia da connessione

di Katia Tenore

 Vivere nell’era dello smartphone tra aspettative e desideri

A chi non è capitato di rovistare tra le scartoffie del proprio zaino, o di controllare affannosamente tutte le tasche degli abiti indossati, prendendo il cellulare, convintissimo di averlo sentito squillare e rimanere sorpreso (e anche un po’ deluso) dall’assenza di notifiche sullo schermo?
Queste esperienze sono state definite “squilli o vibrazioni fantasma”, ma anche “FauxCellArm’’; in generale, la tendenza a controllare il cellulare per verificare la presenza di notifiche viene definita ‘‘ringxiety’’, o ‘‘vibranxiety”.
Esperienze di notifiche fantasma sono comunissime e sembrano presentarsi tra coloro che usano il cellulare tra il 27.4 % e l’89 % dei casi. La più comune esperienza è la vibrazione fantasma (82% dei partecipanti), seguita dalle notifiche fantasma (50% dei partecipanti) e dagli squilli fantasma (45 %).

È stato suggerito che quando si attende o si prevede una telefonata, la corteccia cerebrale può male interpretare altri input sensoriali (per esempio contrazioni muscolari, pressioni degli abiti o musica), come vibrazioni o squilli che provengono dal cellulare.

Si tratta di forme di pareidolie uditive, cioè fenomeni uditivi illusori. All’interno delle pareidolie uditive connesse all’uso del cellulare, tra le donne sembrerebbero più elevate quelle relative alla vibrazione, mentre nei maschi quelle collegate agli squilli. In entrambi i casi, esiste una relazione tra le esperienze fantasma e l’uso dei social network, la ricerca di nuovi amici, l’abitudine di chattare e fare ricorso alle varie forme di entertainment.
Fattori quali esperienze, aspettative e stati fisiologici influenzano la soglia per il rilevamento di segnali. Come dimostra uno studio, queste esperienze di vibrazione o di squilli fantasma sono particolarmente frequenti in coloro che presentano un’elevata tendenza alla ricerca di novità e non in coloro che presentano tendenze all’evitamento dei pericoli o alla dipendenza dal reward.
Una ricerca, invece, condotta sul personale medico, ha individuato quattro fattori predittivi delle vibrazioni fantasma: la giovane età, uno stato occupazionale più basso, il portare l’apparecchio nella tasca all’altezza del petto e anche per quanto tempo questo viene lasciato nel mode di vibrazione.

Ma quali sono le aspettative e gli scopi attivi di chi tende così tanto l’orecchio al cellulare da sentirlo squillare anche quando questo è silente?
La ricerca non ci dice ancora molto su questo tema. È stato riconosciuto, però, che le esperienze di chiamate fantasma sono associate con alcune caratteristiche psicologiche, legate a forme di insicurezza nelle relazioni interpersonali. Coloro che sono alla ricerca di rassicurazioni dell’interesse del partner nella relazione, presentano maggiori episodi di squilli fantasma. Chi presenta ansia sulla sicurezza del legame, che si esprime in preoccupazioni sull’essere abbandonato dal partner o ha dubbi riguardo i sentimenti dell’altro, presenta anche una maggiore frequenza di notifiche fantasma. Coloro che invece sono motivati a mantenere o creare una maggiore distanza psicologica con il partner sentimentale, presentano meno notifiche fantasma quando le comunicazioni interpersonali sono salienti. La ringxiety sembrerebbe dunque non una condizione caratteristica di specifici stati mentali, ma piuttosto una manifestazione “moderna” delle aspettative o dei desideri.

Per approfondimenti:

Kruger, D. J., & Djerf, J. M. (2016), High ringxiety: “Attachment anxiety predicts experiences of phantom cell phone ringing”,  Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking19(1), 56-59.

Alam, M., Qureshi, M. S., Sarwat, A., Haque, Z., Salman, M., Masroor, M. A. M., … & Ehtesham, S. A. (2014), “Prevalence of phantom vibration syndrome and phantom ringing syndrome (Ringxiety): Risk of sleep disorders and infertility among medical students”, Int J2, 688-693.

Deb, A. (2015), “Phantom vibration and phantom ringing among mobile phone users: A systematic review of literature”, AsiaPacific Psychiatry7(3), 231-239.

 

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