Un bacio rubato: istigazione e colpa

di Carlo Buonanno

Essere istigati alla violazione dell’altro non ci solleva del tutto dai sensi di colpa

Adesso rilassatevi, chiudete gli occhi e provate a immaginare di baciare una donna contro la sua volontà. A meno che non siate antisociali, è molto probabile che non vi piacerà: vi rimarrebbe addosso una sensazione molto sgradevole. Ora provate a immaginare di baciare la stessa donna, ma stavolta con un amico accanto che vi incita a farlo: “Devi farlo!”.

Nel primo caso, la maggior parte di voi si sarà sentito sporco e avrà provato un forte senso di contaminazione psicologica. In più, complice il disgusto, è molto probabile che siate stati assaliti dall’urgenza di pulirvi, di lavarvi le mani o di impegnarvi in rituali di purificazione. Questo accade soprattutto se siamo gli unici responsabili della violazione morale e del danno che essa ingenera. Come possiamo mitigare la sensazione psicologica di contaminazione che consegue alla percezione di aver violato una regola? Una deroga agli imperativi della grammatica morale è rappresentata dalla diffusione della responsabilità. Come nel secondo caso, l’istigazione di un amico è sufficiente a ridurre la responsabilità personale e conseguentemente a moderare la percezione di contaminazione; è quanto dimostrato da uno studio apparso recentemente sul Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry. L’esperimento è basato sulla procedura del bacio sporco, un paradigma introdotto da Fairbrother e poi modificato da Rachman, per indurre la sensazione di contaminazione in campioni non clinici. I risultati degli studi precedenti suggeriscono che gli autori sono suscettibili di provare contaminazione, analogamente a quanto accade alle vittime. Nella versione dello studio di Kennedy e Simonds, contrariamente alle altre, gli autori hanno chiesto ai soggetti di immaginare di essere autori e non vittime di un bacio non voluto. Nel dettaglio, essi hanno messo a confronto tre gruppi, i cui soggetti erano chiamati a immaginare, rispettivamente, di dare un bacio corrisposto, un bacio non corrisposto e infine un bacio non corrisposto, ma stavolta dietro sollecitazione di una terza persona.  Alla fine della procedura, sono stati valutati gli indici di contaminazione e l’urgenza di impegnarsi in comportamenti di pulizia. L’obiettivo dello studio era verificare se i soggetti del gruppo che aveva la possibilità di modificare la percezione di responsabilità personale, avessero sperimentato un effetto di contaminazione meno intenso.

Ebbene, rispetto agli altri due gruppi, chi immagina di essere sollecitato da un amico a baciare una donna senza il suo consenso sembra attribuire all’esterno una parte delle cause della violazione e, in tal modo, sperimenta una riduzione delle proprie responsabilità e una conseguente mitigata percezione di contaminazione. Tuttavia, non è sufficiente un complice a far trasgredire: infatti, lo studio dimostrerebbe che in entrambe le condizioni no-consenso, i partecipanti non differiscono tanto rispetto ai livelli di disgusto, rabbia e colpa (quest’ultima è un’emozione che inibisce condotte antisociali). Circa la disposizione ad agire, i soggetti dei due gruppi menzionati sceglievano di pulirsi con un gel antibatterico, confermando l’ipotesi che immaginare di commettere una violazione morale induca comunque una tendenza alla purificazione. Quest’ultimo dato fa pensare ci sia speranza. Le emozioni morali sono potenti, per quanto la complicità di un terzo produca effetti assolutori, gli autori di una trasgressione sentiranno sempre una dissonanza.
In altre parole, c’è sempre una possibilità di redenzione.

Per approfondimenti:

Tinisha S. Kennedy, Laura M. Simonds (2017), “Does modifying personal responsabilità moderate the mental contamination effect?” Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatryi, 57, 198-205.

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