Lavoro e svago: disagio o salvezza?

di Luca Cieri

Come aiutare il paziente a riappropriarsi dei propri spazi sociali

Lavoro e tempo libero sono due dimensioni fondamentali della vita di ognuno, attraverso cui passa una considerevole fetta dell’autorealizzazione e del benessere personale.
La mancanza, o comunque lo squilibro di una o dell’altra (troppo lavoro e troppo poco tempo libero, o tanto tempo libero e poco lavoro), sono spesso fonte di stress, frustrazione, rabbia. A volte possono diventare elementi che contribuiscono all’esordio di un disturbo psicologico, ad esempio un episodio depressivo a seguito della perdita del lavoro.
Ed è vero anche l’inverso, ossia che la presenza di un disturbo psicologico, specie se grave, rende difficile trovare o mantenere un lavoro e di godere a pieno del proprio tempo libero. È il caso, ad esempio, delle persone che presentano una schizofrenia e possono avere grandi difficoltà a trovare o mantenere un lavoro, passando, così, una parte significativa della giornata senza un attività finalizzata, o dormendo.
Questa condizione di inattività, oltre a poter essere la conseguenza di un disagio e di una sofferenza psicologica, costituisce un meccanismo di mantenimento e di aggravamento potenziale del problema, per molti motivi: facilita l’inversione dei ritmi circadiani (dormire di giorno e restare svegli la notte), l’inattività fisica e la disregolazione dell’alimentazione e degli orari dei pasti; aumenta l’isolamento e diminuisce le abilità sociali; impoverisce le relazioni affettive presenti e diminuisce la possibilità di instaurarne di nuove; rende sempre più impegnativo e fonte di preoccupazione progettare il proprio futuro; accresce la frustrazione dei propri bisogni fondamentali; aumenta lo stigma legato alla propria condizione e alimenta sentimenti di inutilità e confronti negativi con gli altri (che “oltre a stare meglio, hanno un lavoro e vanno in vacanza”); aumenta il senso di esclusione, diversità e non appartenenza; aumenta l’intensità e la gravità dei diversi tipi di sintomatologia (ad esempio i sintomi negativi nelle persone con schizofrenia; la mancanza di energia e la ruminazione in quelle depresse; l’evitamento delle situazioni temute e la focalizzazione sulle sensazioni legate all’ansia di chi presenta fobia sociale o disturbo di panico).

Alla luce di quanto detto sopra, appare evidente come occuparsi, fin dall’inizio, nel lavoro psicoterapeutico di come sia speso il proprio tempo libero e di come creare le condizioni di un’attività lavorativa di qualche tipo, qualora sia assente, sia fondamentale. Ciò vale, in particolare, per le persone con disturbi gravi, come la schizofrenia e il ritiro sociale.
Il primo passo, in tal senso, è dunque quello di valutare insieme come la persona gestisce il suo tempo quotidiano, quali attività svolge, se da sola o con altre persone, quali attività e interessi erano presenti in passato, quali vorrebbe ritornare a fare, o se desidererebbe farne di nuove. Una volta identificate e concordate alcune attività a breve e a medio termine possibili, si cercherà di capire quando, come, con chi e dove metterle in pratica, identificando quali difficoltà possono ostacolarne la realizzazione. Si potrà lavorare sia su attività proposte dal paziente, che su proposte dal terapeuta, o da un’altra figura significativa. L’importante è che, vecchie o nuove che siano, queste attività siano condivise e in linea con i valori, gli obiettivi e il momento evolutivo della persona e possano essere applicate al suo ambiente sociale e familiare, sempre nel delicato equilibrio fra lo stimolare e il non affrettare i tempi a tutti i costi. In questa “lista” di attività, vi possono essere le più disparate, da quelle più legate alla cura della persona e alla quotidianità (andare dal parrucchiere, fare movimento fisico, fare la spesa), a quelle più piacevoli e ludiche (vedere un film, andare al cinema, ascoltare musica, leggere un libro, fare una gita). Potrà essere utile o necessario (in particolar modo, ad esempio, nel caso di adolescenti o persone il cui ritiro sociale è molto forte) coinvolgere la famiglia e interfacciarsi a centri diurni, centri aggregativi, associazioni del territorio, anche con l’aiuto di altre figure professionali (educatori, assistenti sociali).
Un discorso più complesso, in particolare in questo momento storico, è certamente quello che riguarda il lavoro.
Per le persone con schizofrenia o ritiro sociale grave, può essere necessario, prima di proporre o cercare un lavoro vero e proprio, la frequentazione di una Club House, fondata su giornate strutturate di lavoro, durante le quali a ognuno è assegnato un compito specifico, come la preparazione dei pasti, o la gestione della segreteria, o ancora dell’ufficio stampa dell’associazione che la gestisce. Sarebbe, anche, opportuna la frequentazione di corsi e laboratori, coordinati da operatori in un ambiente non competitivo, nel quale sono rispettati i tempi di ognuno. Chi, invece, prima dell’episodio di scompenso aveva già un lavoro, è importante che sia aiutato a riprenderlo, gestendo le difficoltà vecchie e nuove, trovando, qualora sia possibile, nuovi equilibri (part-time, cambiamento di mansione, spostamenti di sede).

In conclusione, quello che appare fondamentale, quindi, è che la promozione del benessere e la riduzione della sintomatologia passano, non solo, ma anche, per la strutturazione del tempo e la creazione di un progetto esistenziale a breve e medio termine, al fine di vivere una vita più piena e sentire di avere un proprio posto all’interno della comunità di appartenenza.

Per approfondimenti:
Nicolò G. Pompili E., Silvestrini C. (a cura di) (2012). Manuale di psichitria territoriale. Pacini.

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