Musica classica: il sound del male?

di Elena Bilotta

Uno studio recente abbatte lo stereotipo dell’associazione tra psicopatia e preferenza per la musica classica

Nell’immaginario collettivo, il serial killer ha preferenze musicali ricercate e sofisticate; in alcune famose pellicole è possibile ritrovare questa associazione. Nella celeberrima scena dell’omicidio delle sue guardie, Hannibal Lecter ascoltava il clavicembalo ben temperato di Bach, mentre il killer di Arancia Meccanica preferiva Beethoven. La realtà, tuttavia, potrebbe essere ben diversa da quella rappresentata cinematograficamente.

In uno studio recente e non ancora pubblicato, realizzato presso l’Università di New York, alcuni ricercatori hanno valutato le preferenze musicali di 200 persone, facendo loro ascoltare e valutare 260 canzoni diverse e misurando i loro livelli di psicopatia. I risultati mostrano un profilo differente da quello ipotizzabile attenendosi agli stereotipi: i partecipanti con più alti livelli di psicopatia preferiscono il genere Rap e, in particolare, i brani Lose yourself di Eminem e No diggity dei Blackstreets. D’altra parte, le canzoni meno preferite dai partecipanti con alti tratti di psicopatia si avvicinano più al genere Rock anni ’80, come il brano My sharona dei The Knack e al genere Pop, come Titanium di Sia.

Gli autori dello studio preliminare manifestano l’intenzione di approfondire i risultati, ampliando il campione per renderlo maggiormente rappresentativo, in modo da rendere lo studio più attendibile. Le implicazioni fatte dagli autori potrebbero sembrare anche eccessivamente ottimistiche: usare le preferenze musicali come screening per la valutazione dei tratti psicopatici in soggetti a rischio. Questa proposta riflette, in realtà, l’esigenza di avere degli strumenti indiretti per la valutazione della psicopatia, diversi dalle interviste o dai self report, che sono maggiormente esposti alla manipolazione da parte del soggetto che risponde. È abbastanza comprensibile, infatti, come il tratto psicopatico possa essere qualcosa che non venga facilmente ostentato dalla persona che lo presenti, che ha, comunque, una tendenza patologica a mentire e a mostrare un’immagine desiderabile di sé.

I dati relativi alla popolazione generale suggeriscono che i tratti psicopatici sono abbastanza diffusi: circa l’1% della popolazione risponde alla descrizione della personalità psicopatica, senza però per questo essere necessariamente una persona pericolosa a livello sociale. Ma, tra gli autori di reato, la percentuale sale di molto: in questo caso un individuo su cinque è psicopatico. I criminali psicopatici mostrano,inoltre, una forte tendenza alla recidività: hanno da quattro a otto volte più probabilità di compiere nuovi atti criminali, una volta usciti dal carcere, rispetto ai criminali non psicopatici. Sono inoltre resistenti alla maggior parte dei trattamenti psicologici riabilitativi, anche perché, secondo alcuni autori, esiste ancora una certa confusione sulla distinzione diagnostica tra le diverse sfaccettature della personalità criminale. Affinare gli strumenti diagnostici, diversificandoli anche tra misure implicite e più esplicite, è dunque la conditio sine qua non per un buon inquadramento e per una buona impostazione del trattamento. Chissà che questo possa voler dire anche ascoltare della musica insieme al paziente.

 

Per approfondimenti:

 Kernberg, O. (2006). Narcisismo, aggressività e autodistruttività. Milano: Raffaello Corti Editore.

Nicolò, G. e Lagrotteria, B. (2017). Narcisismo maligno, antisociale e psicopatico. In A. Carcione e A. Semerari (a cura di). Il Narcisismo e i suoi disturbi. La terapia metacognitiva interpersonale. Firenze: Eclipsi.

https://www.theguardian.com/science/2017/sep/26/playlist-of-the-lambs-psychopaths-prefer-rap-over-classical-music-study-shows

 

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