Ridere in terapia: questione assai seria

di Caterina Parisio

Alleanza terapeutica, uso dell’ironia e capacità metacognitive

Una buona relazione terapeutica è un requisito fondamentale per l’efficacia di un trattamento, ma la costruzione di una buona e stabile relazione è qualcosa di estremamente delicato, che diventa altamente problematico se ci si riferisce a target di pazienti gravi.

Ciò che rende particolarmente importante la relazione terapeutica è il fatto che essa consenta di influire sui livelli di funzionamento metacognitivo, in modo da rendere il paziente capace di operazioni mentali terapeutiche altrimenti deficitarie o problematiche.

Dati di ricerca hanno ripetutamente dimostrato come l’alleanza terapeutica sia un potente fattore predittivo dell’esito del trattamento psicoterapeutico; essa rappresenta, infatti, il fattore terapeutico aspecifico con maggiore capacità di predire il buon esito del trattamento, configurandosi, così, come un nucleo concettuale e clinico di estrema rilevanza.

Le caratteristiche personali e le capacità individuali del terapeuta che favoriscono l’alleanza o che, al contrario, ne rendono più probabile la compromissione, sono state oggetto di numerose indagini. Diverse ricerche hanno evidenziato numerosi attributi favorenti l’alleanza, tra i quali: capacità di esplorare temi interpersonali, elevato livello di metacognizione, tendenza a favorire l’espressione di emozioni in un’atmosfera di sostegno e attivo incoraggiamento, la capacità di assumere un ruolo collaborativo nel dialogo col paziente, la genuinità dell’interesse per l’esperienza del paziente, l’accuratezza e la parsimonia nelle interpretazioni.

D’altronde sul tema della relazione terapeutica, Aaron Beck fin dai suoi primi libri sulla depressione raccomandava: “le qualità ottimali che il terapeuta deve possedere comprendono calore umano, empatia e schiettezza”, queste caratteristiche modulano la collaborazione terapeutica in modo da favorire l’applicazione e quindi l’efficacia del trattamento.

All’interno di questo quadro, l’uso dell’ironia può assumere un ruolo importante per la costruzione e il mantenimento di una buona alleanza terapeutica?

Freud fu uno dei primi a occuparsene, etichettando l’umorismo come il più eminente meccanismo di difesa; in realtà è stato rivalutato da recenti ricerche quale elemento facilitatore nella costruzione della relazione terapeutica.

La capacità di ridere è una caratteristica peculiare dell’essere umano: soltanto ciò che somiglia all’umano può generare comicità. Basta osservare un qualunque animale per rendersi conto di sorridere quando in esso si coglie un’espressione o un comportamento “umano”.

È interessante notare come, molti concetti legati all’ironia sembrano precorrere quelli che più recentemente nelle scienze cognitive sono stati considerati alla base del costrutto della Teoria della Mente. Tale termine, proposto da Premack e Woodruff, designa l’attitudine di un soggetto a spiegare le azioni dell’altro attribuendogli stati mentali – intenzioni, desideri, credenze – diversi dai propri. Il termine si riferisce alla consapevolezza del soggetto che le altre persone possano pensare, nonché alla sua capacità di stabilire inferenze sulle convinzioni, i desideri e le intenzioni di altre persone, così da predire adeguatamente il loro comportamento.

Quando ridiamo e scherziamo, quindi, si attivano molteplici reazioni chimiche che favoriscono l’apprendimento, la memoria e la capacità attentiva, oltre a consentire l’acquisizione di nuovi punti di vista.

In terapia, anzitutto è bene tener presente che la percezione dell’umorismo può variare durante la seduta in base all’argomento affrontato, allo stato emotivo e mentale del paziente e alla fase della terapia: è chiaro che fare una battuta su un argomento che in realtà per il paziente è di estrema importanza, può risultare inopportuna poiché svalutante la tematica trattata e le emozioni che in quel momento la persona di fronte ha messo a nudo.

Non esiste la ricetta per un corretto utilizzo dell’ironia e molto dipende dalle personalità in gioco e dalle capacità empatiche del terapeuta.

Affinché l’umorismo produca effetti benefici, è dunque importante che il terapeuta conosca indicazioni e controindicazioni per aver chiaro come e quando ricorrere a esso.

Ad esempio, in fase di assessment, ovvero durante le prime sedute, se da un lato può ridurre le distanze tra terapeuta e paziente, dall’altro è facile incappare in battute fuori luogo poiché ancora non si conosce il tipo di umorismo del paziente e soprattutto, in questi primi incontri, in cui non si è creato ancora un rapporto di fiducia , è bene lasciare il paziente libero di essere e di esprimersi: una battuta potrebbe infatti esser percepita come un giudizio e incrinare così la costruzione della fiducia, alla base dell’alleanza terapeutica.

Diverso invece è l’utilizzo che se ne può fare durante il percorso terapeutico: può essere utile sia per favorire la creazione della relazione, mettendo il paziente a proprio agio, sia per ridurre lo stress legato all’impatto emotivo della problematica riportata dal paziente. In questo caso, tuttavia, è bene tener presente la sottile linea che esiste tra ridimensionare la visione del paziente e svalutarla: insegnare a vedere un lato divertente e surreale non significa che quello che sta provando o vivendo sia di poco conto, ma può essere incoraggiato a regolare le sue emozioni, trasformandole da negative in positive.

L’umorismo è pertanto un’efficace strategia di coping che può essere appresa in terapia e che può portare la persona a leggere differentemente le cose che accadono: visioni apparentemente incompatibili vengono prese in considerazione, erodendo progressivamente la rigidità cognitiva iniziale.

Naturalmente l’ironia non è la stessa con tutti i pazienti né si rivela con tutti praticabile, per cui: attenzione agli errori, perché il riso è questione assai seria!

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