Mi rubi la bici? Ti uccido!

di Giuseppe Grossi

Quando il disturbo ossessivo-compulsivo genera rabbia, affrontarlo diventa ancor più complesso

È facile pensare a un paziente ossessivo ansioso, spaventato dai contenuti dei propri pensieri, attento a proteggersi tanto dalle minacce quanto dalla vergogna a cui i rituali e i vari tentativi di soluzione lo espongono.
Difficile, invece, immaginare un paziente con disturbo ossessivo-compulsivo rabbioso, aggressivo, con pensieri cattivi, punitivi e di morte per gli altri, noncurante delle conseguenze delle proprie azioni e completamente orientato al suo scopo, che rimane pur sempre lo stesso: proteggersi dalla colpa di poter fare e di non aver fatto.

Così si presenta P., ragazzo di 13 anni, inviato in terapia dal servizio TSRMEE, con una diagnosi di disturbo ossessivo-compulsivo.
P. entra nella stanza dietro ai genitori, testa bassa, si guarda intorno girando su se stesso, allunga una mano e si assicura di essere alla giusta distanza dal muro e da tutto ciò che lo circonda. Sposta la sedia con il piede, si siede poggiando i gomiti sulla pancia per tenere le mani alte, in verticale davanti agli occhi.
La seduta inizia con molta difficoltà, cercando una relazione per la quale non c’è spazio: lui è concentrato a proteggersi.
Dopo alcuni mesi di intervento, focalizzato sull’esposizione al disgusto, sul rapporto tra costi e benefici e sull’accettazione della colpa, P. mostra una forte riduzione della sintomatologia ossessiva: le sue mani non sono più color rosso fuoco e le croste dei lavaggi ormai sono scomparse, cammina normalmente lasciando le braccia lungo i fianchi, apre le porte e tocca diverse cose che prima evitava.
Diventa sempre più presente e disponibile alla relazione, tanto che inizia a uscire con i compagni e a divertirsi fuori casa con loro.
La paura di contaminazione non diminuisce, ma lui inizia piano piano a esporsi di più, interrompendo la maggior parte degli evitamenti e riducendo drasticamente tutti i rituali di lavaggio e pulizia, diventando sempre più raffinato nella ricerca del suo scopo.
P. mostra una crescente sicurezza, disponibilità e forza, elementi che ormai si impossessano della scena. Il ragazzo sa quello che vuole e come ottenerlo, oltre a essere meno disponibile a non averlo.

Diventa via via più intollerante, prima con i genitori, soprattutto la mamma, poi con quanti dei suoi amici lo espongano allo sporco o lo stuzzichino con scherzi poco graditi; infine con le persone di etnia rom, con i migranti, con i barboni, che a suo parere toccano, sporcano e contaminano tutte le cose che lo circondano.
P. è aggressivo: non sopporta chi “sporca” la sua vita, il suo mondo, chi è causa della sua ansia e paura di contaminazione, chi non rispetta la sua idea di pulito; reagisce con schiaffi, pugni e spinte.
È violento con la mamma, se dimentica di lavare i vestiti indossati il giorno che al supermercato ha incontrato qualcuno che secondo lui può averlo contaminato; con il padre, se per sbaglio gli poggia vicino le scarpe con le quali avrà calpestato “forse una pipì, o chissà cos’altro!”; con un amico che gli lancia una carta caduta in terra.
P. capisce che essere aggressivo aiuta ad allontanare la possibilità di contagio, perché tutti si spaventano, lo rispettano e fanno quello che dice. Non essere aggressivo significherebbe essere colpevole di non aver fatto tutto il possibile per evitare quella condizione tanto temuta.

Un pomeriggio come tanti, P. passa in piazza, dove ci sono ragazzi tatuati seduti a terra che fumano. Uno tra questi, di qualche anno più grande di lui, gli prende la bici per fare un giro.
P. perde il controllo, chiama la mamma chiedendole di portare una bottiglietta di acqua e un coltello, convinto che solo così potrà fare quello che deve, “quello che lo Stato avrebbe dovuto fare ma non ha fatto” cioè difendersi “dal marciume della società” e da quel che rappresenta per lui: una minaccia di contaminazione.
La mamma del ragazzo, sentendolo fuori controllo, lo raggiunge, fortunatamente portando con sé soltanto la bottiglietta di acqua. P. apre il cofano e prende il crick in macchina, si avvicina al ragazzo e lo colpisce; viene, infine, tempestivamente fermato da alcune persone presenti.

Per chi lavora con adolescenti e bambini affetti da DOC, è importante non trascurare l’ipotesi di un soggetto aggressivo e considerare la sua ricaduta in ambito relazionale, oltre che la sua pericolosità.
Occorre lavorare in modo scrupoloso su quegli elementi che possono giustificare e motivare tali comportamenti, che spesso non differiscono dal solito trattamento del DOC, a partire dal protocollo sulla riduzione della colpa.

 

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