Ti perdono, lo faccio per me!

di Antonella D’Innocenzo

Perdonare è una scelta che fa bene, prima di tutto, alla mente e al corpo di chi la compie

Vendetta, evitamento e perdono sono possibili risposte che un individuo può attivare in seguito a un’offesa percepita; a differenza dei primi due, quest’ultimo implica la rinuncia al diritto di provare rancore nei confronti dell’offensore e la modificazione di pensieri ed emozioni negative, insieme a un incremento di sentimenti di compassione e di benevolenza verso chi riteniamo ci abbia fatto del male.
Perdonare non equivale a giustificare, scusare, dimenticare o minimizzare: per farlo è necessario che l’evento sia ricordato e che si abbia chiara consapevolezza delle sue conseguenze dannose. Le modalità di questo processo, tuttavia, non sono rabbiose e dolorose, ma consistono nel ripercorrere e rielaborare la sofferenza in modo funzionale, allo scopo di poter essere capaci di riporla nella giusta dimensione: il passato.
Perdonare non coincide necessariamente con la riconciliazione con l’offensore, anzi, essa va evitata, se può mettere a rischio l’incolumità psicofisica della vittima: mentre per riconciliarsi è infatti opportuna la negoziazione tra offensore e vittima, il perdono è un atto unilaterale e può essere praticato in qualunque circostanza e situazione.
È utile perdonare? La ricerca sul perdono in ambito psicologico ha mostrato come gli adulti con una più elevata disposizione al perdono facciano meno uso di farmaci, siano meno depressi, meno rabbiosi, meno ansiosi, presentino una più elevata qualità del sonno, in generale una maggior soddisfazione di vita e benefici per la salute fisica.
Incrementando i comportamenti di perdono, aumenterebbero anche altre variabili di benessere, come la fiducia, la speranza, l’auto-efficacia e la gioia. Gli individui con una bassa disposizione al perdono tendono a essere più rabbiosi e a ruminare di più sulle offese passate; un’intensa rabbia disfunzionale sembra essere correlata a un rischio più alto di diverse problematiche psicologiche, inclusa la depressione. In effetti, avere difficoltà a perdonare può implicare la tendenza a mettere in atto comportamenti vendicativi, aggressivi o di evitamento, portando a rottura delle relazioni, isolamento, solitudine e mancanza di risorse affettive; condizioni che contribuiscono alla genesi e al mantenimento di stati depressivi. Il processo del perdono può essere invece considerato una forma efficace di autoregolazione emotiva, in grado di modulare i sentimenti negativi e di preservare e riparare le relazioni interpersonali.
Negli ultimi vent’anni, in psicoterapia, si è tentato di utilizzare il potenziale benefico del perdono per la riduzione del malessere e l’incremento del benessere psicologico.
Sono due i principali modelli d’intervento, connessi al perdono, utilizzati: quello di Robert Enright & Human Development Study Group e quello di Everett Worthington; entrambi lavorano per favorire la consapevolezza di come l’ingiustizia ricevuta abbia provocato sofferenza, al fine di motivare all’assunzione del perdono come via d’uscita da questa condizione.
In questo processo, si aiuta l’individuo a modificare pensieri, emozioni e azioni nei confronti dell’altro, nella direzione della benevolenza e della compassione.
In molte tipologie di disturbi mentali, i problemi dei pazienti possono essere legati a tematiche relazionali irrisolte, a difficoltà nello stabilire rapporti duraturi e a lasciare andare offese passate: incoraggiare il paziente al perdono può rappresentare un’ottima opportunità per aiutarlo a uscire dalla sofferenza che sta sperimentando.

 

Per approfondimenti:

Barbara Bracaccia, “Il perdono interpersonale: analisi del costrutto. Efficacia, rischi e benefici per il benessere psicologico della terapia del perdono”, RASSEGNA DI PSICOLOGIA, n.3, vol.XXXIV, 2017 ISSN: 1125-5196 pp. 55-66

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