Se la socievolezza è indice di intelligenza

di Maurizio Brasini

Il numero di Dunbar e il processo di encefalizzazione: a cosa serve essere dei cervelloni se non ad avere tanti amici?

 Iniziamo con un quesito: esiste un limite al numero di amici? Non stiamo parlando del numero massimo di contatti ammesso sui social network, ma del numero di persone con cui una persona è in grado di mantenere rapporti sociali stabili e significativi. Ebbene, questo numero esiste, ed è decisamente inferiore ai 5000 contatti consentiti, per esempio, da Facebook.

Se consideriamo che per avere rapporti sociali dobbiamo immagazzinare e gestire una certa quantità di informazioni rilevanti riguardo agli altri (come si chiamano, che cosa abbiamo in comune con loro, che rapporto hanno con altre persone che conosciamo, più alcune informazioni sulla loro storia personale), e consideriamo anche che a ogni relazione bisogna dedicare un po’ di tempo per mantenerla attiva, allora il limite teorico all’ampiezza che può avere il nostro gruppo sociale è stato stimato approssimativamente attorno a 150. Questo limite teorico all’ampiezza del nostro gruppo sociale è anche noto come “numero di Dunbar”, dal nome dello studioso che lo ha stimato sulla base del rapporto tra la grandezza del cervello di circa 40 generi di primati e il numero medio dei gruppi in cui questi primati organizzavano la loro vita sociale. In altre parole, Dunbar si è accorto che esisteva una relazione tra lo sviluppo della neocorteccia (la parte più evoluta del nostro cervello) e la dimensione dei gruppi sociali dei primati: più evoluto il cervello, maggiore il numero di amici dei nostri antenati. L’ipotesi di Dunbar è stata sostanzialmente confermata anche osservando l’estensione dei gruppi sociali in diverse fasi dell’evoluzione della nostra specie e in diverse culture. Qualcuno sarà deluso dallo scoprire che, anche se il numero secondo altri calcoli può arrivare fino a circa 300, siamo comunque ben lontani dalle dimensioni illusorie delle comunità virtuali a cui prendiamo parte quotidianamente.

D’altro canto, è ormai ampiamente accreditata l’ipotesi che lo straordinario processo di encefalizzazione (lo sviluppo del cervello) nella nostra specie sia stato connesso primariamente all’espansione della competenza sociale e alla capacità di stabilire interazioni complesse su base collaborativa. Come dire che tutto questo aumento di intelligenza non è servito a fare ragionamenti e a risolvere problemi più difficili, ma a consentire una vita sociale più articolata. In questo senso, la mossa vincente dell’evoluzione della nostra specie probabilmente è stata proprio quella di puntare sull’amicizia!

Un ulteriore punto a favore dell’idea che puntare sulle relazioni sociali sia una strategia evoluzionistica vincente è arrivata in anni recenti dallo studio dei cetacei, mammiferi il cui percorso evolutivo è avvenuto in un ambiente completamente diverso dal nostro: noi sulla terraferma, loro nell’acqua. Anche in questo ordine di mammiferi si riscontra una relazione di proporzionalità diretta tra le dimensioni del cervello, la numerosità del gruppo sociale e la varietà del repertorio di comportamenti sociali, in particolare quelli di tipo collaborativo. La cosa più straordinaria di tutte è che primati e cetacei abbiano perseguito e raggiunto obiettivi simili attraverso percorsi evoluzionistici completamente diversi; per intendersi, mentre buona parte dello sviluppo dell’intelligenza umana poggia sull’espansione dei lobi frontali, nei cetacei queste regioni cerebrali sono virtualmente assenti, e le medesime abilità sociali poggiano su strutture cerebrali del tutto diverse dalle nostre. Eppure, anche nei cetacei, più aumenta il volume del cervello più si assiste a sofisticati comportamenti di collaborazione, di cura reciproca, di gioco sociale, di affiliazione al gruppo.

 

Per approfondimenti:

Dunbar, R. I. M. (1996). “Grooming, gossip and the evolution of language”. London: Faber and Faber. ISBN 9780571173969. OCLC34546743.

Fox, K.C.R., M. Muthukrishna and S. Shultz (2017) “The social and cultural roots of whale and dolphin brains”. Nature Ecology and Evolution, doi: 10.1038/s41559-017-0336-y

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