Chi è dipendente sa scegliere?

di Sabina Marianelli

Dal marcatore somatico di Damasio alla Mindfulness come allenamento delle capacità decisionali

Un soggetto dipendente sceglie? Sa scegliere? Sembra essere questa la domanda a cui è importante rispondere sia da un punto di vista concettuale che pratico. La persona sceglie intenzionalmente, da un lato sulla base di presupposti e motivazioni, soddisfacendo i criteri minimi perché la sua azione possa definirsi intenzionale; dall’altro, però, sembra che gli strumenti che usa per decidere siano compromessi, e non può fare a meno di comportarsi assecondando la compulsione a usare una sostanza o, comunque, a seguire un certo schema. Questo accade, da un punto di vista psicologico, a partire dai “bias percettivi” e cognitivi, come il “bias attentivo” che rende maggiormente saliente alla mente del soggetto tutto ciò abbia a che vedere con l’abuso, oppure la tendenza a rispondere all’affettività negativa usando un pattern prestabilito, la ricerca e il consumo della sostanza.

Possiamo assumere che un processo di decision making deficitario possa essere alla base del passaggio tra un’assunzione casuale di sostanze e un comportamento compulsivo e incontrollabile. La capacità di operare la scelta più vantaggiosa tra quelle possibili è una dimensione neuro-comportamentale che, correlata al comportamento impulsivo, è un tratto tipico delle condizioni di dipendenza. Alterazione della capacità di decision making e impulsività aumentano la possibilità di operare scelte o intraprendere comportamenti rischiosi soprattutto nel caso in cui gli svantaggi delle scelte non siano immediati ed evidenti. Tale alterazione può quindi portare a una sorta di “miopia per il futuro”, caratteristica delle condizioni di dipendenza, in cui l’abuso della sostanza avviene nonostante conseguenze in ambito legale, sociale, occupazionale e familiare.
Il processo decisionale (ad esempio quello di compiere una scelta tra due o più alternative), secondo Antonio Rosa Damasio, è spesso ben lontano da quello di un’analisi che consideri minuziosamente i pro e i contro di ciascuna scelta. Il più delle volte, in special modo quando abbiamo a che fare con problemi complessi, dai molteplici risvolti personali e sociali, siamo portati a utilizzare una strategia diversa che fa riferimento agli esiti di passate esperienze, nelle quali riconosciamo una qualche analogia con la situazione presente. Dette esperienze hanno lasciato delle tracce, non necessariamente coscienti, che richiamano in noi emozioni e sentimenti, con connotazioni negative o positive. Damasio chiama queste tracce “marcatori somatici”: “somatici” perché riguardano i vissuti corporei, sia a livello viscerale a che quello non viscerale; il termine “marcatore” deriva invece dall’idea che il particolare stato corporeo richiamato costituisce una sorta di “contrassegno”, o etichetta.

 

Lo psicologo portoghese riporta il caso di pazienti con danni nella regione prefrontale (in particolare ventrale e mediale) che sembravano aver perduto le capacità di provare alcune delle più comuni emozioni connesse al vivere sociale, mantenendo integre le altre facoltà cognitive superiori (attenzione, memoria, intelligenza): ciò comportava per loro l’incapacità di decidere in situazioni che riguardano i propri interessi o quelli degli altri. Un problema nella decisione, processo che si pensa squisitamente razionale e cognitivo, emerge dunque da una compromissione a livello emotivo. Questo ha sicuramente costituito una rivoluzione paradigmatica dello studio della psicologia.

 

Secondo Otto Gross, le strategie di regolazione emotiva sono processi che influenzano, appunto, la decisione dell’individuo su quali emozioni avere, quando averle, come esperirle e come esprimerle e si situano a vari livelli del percorso, dalla selezione della situazione fino alla valutazione cognitiva e infine alla manifestazione comportamentale dell’emozione.

L’ipotesi del marcatore somatico sostiene che lo stato somatico influenza la presa di decisione e la memoria di lavoro: l’influenza nei contenuti mostrati in quest’ultima aiuta ad approvare o rifiutare oggetti e opzioni di risposta che arrivano alla mente durante il processo della scelta. Anche solo la rappresentazione mentale di un evento futuro può attivare uno stato somatico, e può essere processato consciamente o a livello inconscio.
Indipendentemente da come gli stati somatici sono attivati, se da induttori primari o secondari, essi si attivano nel corpo in una somma di stati positivi e negativi, fornendo segnali al cervello che poi fornisce il substrato del sentire e in un secondo momento il substrato per influenzare la decisione. L’influenza può avvenire a due livelli:

  • covert, a livello dello striato, la persona risponde in maniera inconsapevole, automatico, senza una vera e propria decisione;
  • overt, a livello della corteccia prefrontale orbitofrontale e del cingolato anteriore, quando la persona focalizza un pensiero e un piano d’azione ed ha il controllo conscio di essa.

La mindfulness agisce sulla dipendenza ri-allenando il processo decisionale a entrambi i livelli e funzionando come un meta-processo di regolazione emotiva centrata sulla consapevolezza e sull’accettazione: secondo Katie Witkiewitz, un training mindfulness può rompere il ciclo automatico stimolo-risposta, aumentando consapevolezza, accettazione del disagio fisico e affettivo, riducendo la reattività agli indicatori relativi al craving, favorendo risposte più adattive agli stressors e migliorando la regolazione emotiva, il controllo cognitivo e le funzioni esecutive. Questi cambiamenti aiutano la riduzione sia dell’interazione tra fattori di rischio che  all’immediata reazione ad essi.

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