Ai soli non si addice l’intimità

di Caterina Parisio

Viaggio nella non appartenenza attraverso le canzoni di Giorgio Gaber

Nell’addentrarsi nella psicologia dei pazienti con funzionamento evitante di personalità, spesso si approda a persone simili a “spettri”, abitanti di un mondo al quale non appartengono, dove assumono ruoli di osservatori piuttosto che di attori.

L’esperienza di estraneità e non appartenenza è centrale nel determinare e mantenere la dinamica di tale disturbo: dolorosamente inibito nel contatto sociale, pervaso da una sensazione costante di inadeguatezza, timoroso davanti al giudizio negativo, estraneo nei rapporti, non riesce a provare un pieno e appagante senso di condivisione e di appartenenza.

“I soli e le sole non hanno ideologie a parte una strana avversione per il numero due. Senza nessuna appartenenza […] Ai soli non si addice l’intimità”, cantava Giorgio Gaber nel brano “I soli”: una sorta di criterio diagnostico in musica.

Analizzando le variazioni dei vari sistemi nosografici, ad oggi si può definire il Disturbo Evitante di Personalità come il disturbo dell’intimità, dove forte è il desiderio di stabilire relazioni strette, all’interno delle quali, però, ci si sente esclusi.

“Ai soli non si addice il quieto vivere sereno; qualche volta è una scelta qualche volta un po’ meno”: gli evitanti collegano il senso di inadeguatezza che vivono nella relazione all’aspettativa di essere rifiutati o giudicati negativamente, ne consegue la tendenza ad evitare, fuggire i rapporti con gli altri.

L’evitamento, appunto, allevia stati d’animo negativi elicitati dalla rappresentazione di relazioni intime come problematiche. Il desiderio di affetto si accompagna a una costante paura del rifiuto, di qui il ritiro in una solitudine vissuta come tristezza: “allenarsi a sorridere per nascondere la fatica”.

In un altro testo, “Canzone della non appartenenza”, Gaber parla di un’intesa con l’universo mai appieno raggiunta: “quando non c’è nessuna appartenenza la mia normale, la mia sola verità è una gran dose di egoismo magari un po’ attenuato da un vago amore per l’umanità”.

La capacità di percepire un sentimento d’appartenenza a un gruppo sociale è una delle funzioni basiche della personalità normale. Il senso soggettivo d’appartenenza si basa sulla convinzione di condividere qualcosa con altri membri di un gruppo: scopi, valori, interessi, esperienze, ricordi. “L’appartenenza – come diceva Gaber – è un’esigenza che si avverte a poco a poco; si fa più forte alla presenza di un nemico, di un obiettivo o di uno scopo. È quella forza che prepara al grande salto decisivo, che ferma i fiumi, sposta i monti con lo slancio di quei magici momenti in cui ti senti ancora vivo”.

La mancanza di appartenenza costituisce altresì una deprivazione che è fonte di disagio.

L’analisi di trascritti di sedute di pazienti con Disturbo Narcisistico e Evitante di Personalità ha suggerito che, almeno in questi disturbi, l’esperienza di non appartenenza sia pervasiva e influenzi il quadro psicopatologico: nei pazienti, la percezione di diversità è fondamentale proprio come nei soli di Giorgio Gaber, descritti come “individui strani, con il gusto di sentirsi soli fuori dagli schemi”. L’anima del solo, come suggerisce il cantautore nella “Canzone della non appartenenza”, “è vuota e non è abitata” se non da lui stesso: “non so bene da quando l’amore per il mondo mi sembra un paradosso”, confessa il protagonista del brano.

L’evitante, nello specifico, ha una rappresentazione di diversità o inadeguatezza personale che vive come uno stato di fatto, più o meno doloroso, una realtà con cui confrontarsi nella vita; ha la percezione stabile dell’impossibilità a condividere e appartenere al mondo relazionale e sociale.

In condizioni in cui si sente al sicuro (isolamento, famiglia, casa), tali rappresentazioni e le sensazioni che lo accompagnano rimangono in genere sullo sfondo. Prevale, invece, una sensazione di solitudine, estraneità e lontananza dal mondo che, alla lunga, conduce il soggetto evitante a cercare il contatto con gli altri: “non mi consola l’abitudine a questa mia forzata solitudine; io non pretendo il mondo intero, vorrei soltanto un luogo un posto più sincero dove magari un giorno molto presto io finalmente possa dire questo è il mio posto”.

È pur vero che, la percezione di inadeguatezza o diversità tende a riacutizzarsi a partire dal confronto sociale e dalla percezione di emozioni negative di esclusione, impaccio, vergogna.

In merito al trattamento sul Disturbo Evitante di Personalità, all’individuazione di stati mentali problematici e alla gestione di cicli interpersonali, molti sono i manuali presenti in letteratura. In questo excursus musicale-psicopatologico, Giorgio Gaber fornisce, in prosa, una sua risposta che può costituire un inizio per una presa di coscienza di un malessere e la spinta verso un percorso di cambiamento: “Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi”.

 Per approfondimenti:

Giancarlo Di Maggio, Antonio Semerari (2003), I Disturbi di Personalità. Modelli e Trattamento. Ed. Laterza.

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